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L’inferno d’acqua: in tre giorni oltre 800 litri per metro quadro – La Stampa

Precipitazioni che si osservano una volta ogni 50 anni: così il riscaldamento globale amplifica i fenomeni estremi

di Luca Mercalli

Precipitazioni che si osservano una volta ogni 50 anni: così il riscaldamento globale amplifica i fenomeni estremi

Protagonista dei disastri meteorologici di questi giorni in Italia è l’acqua, di pioggia e di mare, oltre al vento che lunedì scorso ha spazzato tutto il Paese con raffiche fino a 150-200 chilometri orari. Si tratta di eventi naturali forse amplificati dal riscaldamento globale (il Mediterraneo due gradi più caldo del normale potrebbe aver contribuito alla violenza dei fenomeni), delle cui dimensioni e forze fisiche in gioco spesso non abbiamo percezione. Vediamo allora un po’ di numeri, partendo dalla pioggia.

 

I numeri del fenomeno

Tra sabato 27 e lunedì 29 ottobre alcune zone della Carnia hanno ricevuto 800 mm di precipitazione, che equivalgono a 800 litri per metro quadrato, vale a dire 800 milioni di litri per chilometro quadrato. Ora provate a immaginarveli: uno strato d’acqua che vi arriva alle cosce, che ricopre le montagne di un’intera regione, e che scola via nel giro di appena tre giorni. Provate a immaginarveli: 800 litri per metro quadrato, vale a dire 800 milioni di litri per chilometro quadrato, uno strato d’acqua che vi arriva alle cosce, che ricopre le montagne di un’intera regione, e che scola via nel giro di appena tre giorni Forse non vi stupirete più se a fondovalle in queste circostanze i fiumi travolgono strade, ponti, abitazioni, linee elettriche, acquedotti. Anche se gli alvei sono puliti come nelle Dolomiti. E pensare che spesso al bar si sente dire: «Qui bastano due gocce e si allaga tutto». A volte le «due gocce» sono scrosci che si osservano una volta ogni cinquant’anni.

 

Un metro cubo d’acqua pesa una tonnellata, e un allagamento profondo meno di mezzo metro è già in grado di far galleggiare un’auto facendone perdere il controllo, ma se la strada è in pendenza bastano poche decine di centimetri per trascinare via una vettura. Se poi insieme all’acqua ci sono anche fango, sabbia e detriti, come spesso accade quando il violento ruscellamento erode il suolo e i versanti montuosi, allora si crea una miscela ancora più densa e distruttiva («debris-flow» o «mud-flow»), fin quasi a due tonnellate al metro cubo, che, soprattutto se in velocità su un pendio, può sollevare tranquillamente un’auto o perfino grandi massi rocciosi come fossero di polistirolo, e sfondare i muri di una casa.

 

È illusorio pensare di fermare con le mani tanta irruenza. Eppure in questi giorni circolava sul web un video, girato in un ristorante di Arenzano affacciato sul mare durante la potentissima tempesta di una settimana fa, in cui si vedono alcune persone che cercano di impedire alla mareggiata di entrare nel locale, peraltro già in parte allagato, tenendo ferme con il corpo le porte a vetri. Risultato: un’onda alta oltre 5 metri, pari a decine di tonnellate d’acqua, con una potenza immensamente superiore alle capacità di tre uomini, abbatte le vetrate e travolge tutti, senza esiti drammatici solo per un soffio.

 

In situazioni come queste l’unica cosa sensata da fare è fuggire ai piani alti. Per strada, sotto un nubifragio, evitate di superare a tutti i costi sottopassi inondati: sembra un consiglio banale, ma quasi ogni anno in Italia qualcuno annega in questo modo. Pure nella pianificazione a lungo termine dell’edificato è bene non insistere. Non ci sono più scuse: laddove ci sono già stati danni e vittime occorre imparare la lezione e semplicemente non si deve ricostruire Con la moderna cartografia geologica e con la documentazione sulle alluvioni del passato conosciamo ormai caratteristiche e pericoli di ogni angolo di territorio, per cui non ci sono più scuse: laddove ci sono già stati danni e vittime occorre imparare la lezione e semplicemente non si deve ricostruire; meglio investire oggi per rilocalizzare più al sicuro un’abitazione, un’azienda, una scuola, anziché perseverare per poi piangere domani guasti ancora più costosi, o peggio altri morti.

 

La prevenzione

Se è già accaduto, l’unica certezza è che, presto o tardi, capiterà di nuovo, soprattutto se i cambiamenti climatici aumenteranno la frequenza di questi episodi. Conoscere e gestire bene il territorio è un dovere non solo di amministratori e politici che ne decidono la destinazione d’uso, ma anche dei singoli cittadini. Uno scampato all’alluvione di ieri notte nel Palermitano ha detto: «Non sapevo neanche che qui vicino ci fosse un fiume». La prima tutela è l’autoprotezione civile, un insieme di conoscenze, norme e precauzioni per capire noi stessi quali sono i rischi dei luoghi che frequentiamo quando c’è un’allerta meteo, cosa può accadere intorno a noi, e cosa fare per non metterci in pericolo con le nostre mani. Il territorio va osservato, capito, interiorizzato. Non basterà a risolvere tutti i problemi, ma è un punto di partenza almeno per salvarsi la vita.

Sorgente: L’inferno d’acqua: in tre giorni oltre 800 litri per metro quadro – La Stampa

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