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La commedia degli equivoci sui conti, lo spettro degli ispettori Ue al Tesoro

La tregua in corso sullo spread è un fenomeno tecnico nato dalla sfiducia. Bruxelles era pronta a piegare le regole per un bilancio senza riduzioni del deficit

di Federico Fubini

Nei giorni scorsi gli sherpa italiani si sono irrigiditi a Bruxelles su un dettaglio: non volevano che lunedì uscisse dall’Eurogruppo, l’incontro dei ministri finanziari dell’area euro, una «dichiarazione» sull’Italia. Forse temevano che avrebbe acuito lo stress sui mercati, non appena si fosse visto che il Paese veniva trattato formalmente come una sorta di capitolo a parte. Alla fine l’Eurogruppo lunedì ha fatto una concessione evitando di pubblicare una «dichiarazione» sull’Italia, però ha emesso dei «termini di riferimento» che erano una dichiarazione in tutto meno che nel nome: i ministri fanno sapere che spalleggiano la Commissione nel chiedere che il governo cambi la legge di Bilancio e raggiunga il pareggio.

È stato solo l’ultimo passaggio di una commedia degli equivoci fra l’Italia e l’Unione europea che non ha precedenti dal Trattato di Roma nel 1957. Mai l’incomprensione era stata così estrema. Lo è del resto anche nei confronti del terzo attore della saga finanziaria in corso da mesi, il mercato. Nel governo per esempio ci si è convinti che il rischio Paese, espresso nei rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni, si sia stabilizzato attorno al 3,4% nelle ultime due settimane perché gli investitori oggi sarebbero un po’ meno preoccupati di prima. La ragione potrebbe essere in realtà opposta, secondo alcuni grossi investitori in buoni del Tesoro: data l’elevata percezione di rischio attorno al Paese, i futures di vendita a termine di carta italiana a buon prezzo e i derivati di assicurazione sul default dell’Italia oggi valgono tanto, quindi molti li vendono per monetizzare prima di fine anno. La tregua è dunque un fenomeno tecnico frutto della sfiducia: può andare in pezzi al più tardi fra due mesi, non appena il Tesoro dovrà raccogliere liquidità per il 2019.

La serie degli equivoci è poi forse anche più sconcertante per la diffusa ignoranza nella classe politica italiana di ciò che implica una procedura Ue per deficit eccessivo. Non è un passaggio formale. Da quest’inverno – se tutto va come ormai sembra probabile – ogni tre mesi il palazzo del ministero dell’Economia sarà sottoposto al «monitoraggio» di una missione di tecnici di Bruxelles che avrà tutta l’aria di un’ispezione: controlleranno tutte le entrate e le spese sulla base degli obiettivi specifici indicati dalla Commissione. Nel pieno della campagna per le Europee di maggio, sotto la prevedibile pressione di mercato, ciascuna di quelle missioni a Roma diventerà politicamente carica di nitroglicerina. A maggior ragione con il rischio di sanzioni vicine, incluso il congelamento dei fondi Ue che in Italia garantiscono decine di migliaia di posti di lavoro.

Eppure Tria ieri ha detto che evitare una procedura Ue sul deficit a questo punto comporta una manovra «suicida». Quanto ai vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due ripetono che da Bruxelles sono arrivate sempre e solo imposizioni di austerità, che hanno provocato recessione e aumenti del debito. La realtà degli ultimi anni anche qui è opposta, se si guardano i dati della Commissione Ue. Dal 2013 a oggi in Italia il surplus nel bilancio pubblico prima di pagare gli interessi, al netto delle fluttuazioni dell’economia, è crollato dal 4,2% all’1,8% del reddito nazionale (Pil); dunque le cinghie della spesa e delle tasse si sono molto allentate, mentre negli ultimi quattro il debito pubblico italiano è sempre (leggermente) sceso in rapporto al Pil e l’economia è cresciuta di quattro punti. Il tutto senza mai incorrere in procedure europee: anche per la tessitura dietro le quinte di Marco Buti, il direttore generale italiano dell’area economia e finanza della Commissione Ue.

Anche i negoziati di settembre fra gli sherpa di Roma e Bruxelles avevano rivelato che le stesse aperture per quest’anno. Secondo vari protagonisti, la Commissione Ue era pronta a piegare le regole per confermare un bilancio senza riduzioni del deficit e interventi limitati a favore delle pensioni e del reddito: un disavanzo fino all’1,9% del Pil sarebbe stato possibile, specie se ricco di incentivi alle imprese invece che di sussidi alle persone per non lavorare. Quando anche questi vincoli molti elastici sono saltati Bruxelles ha reagito, finendo per forzare un po’ le previsioni economiche in modo da asserire il proprio potere e preparare la procedura sul deficit. Allora dal governo sono salite proteste per un complotto ai danni del Paese: di Maio ha parlato di «pregiudizi contro l’Italia». Nel frattempo Andrea Enria, senza sponsor, ha battuto i candidati di Parigi e Berlino per farsi nominare presidente della vigilanza bancaria europea a Francoforte. Come Buti e Mario Draghi viene anche lui dal Paese che occupa il maggior numero di posti alla testa delle istituzioni finanziarie Ue: l’Italia.

Sorgente: corriere.it

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