Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

Il 4 novembre è sacro, ma una guerra non fa una nazione | Rep

Oggi è il giorno in cui si concluse il primo, terribile conflitto mondiale. Ma combattere non basterà mai a rendere un popolo sovrano

Cari lettori, quando leggerete questo articolo sarà il 4 novembre. In quel giorno del 1918 la guerra ebbe termine, la prima e terribile guerra mondiale, con milioni di morti, di feriti, impazziti per ciò che avevano visto, sentito, inferto agli altri. Insomma una strage tanto dura e tanto crudele, vent’anni prima della Seconda guerra mondiale che, oltre ai morti e ai feriti, produsse anche la strage di milioni di ebrei e di rom: un evento che non sarà mai dimenticato nella storia del mondo.

Mercoledì scorso sul Corriere della Sera il collega Aldo Cazzullo ha scritto un bell’articolo sulla prima di queste due guerre, combattute anche dal nostro Paese (l’Italia restò neutrale fino al 1915) dimenticando la strage degli ebrei (Shoah) e le conseguenze politiche che ne derivarono. Del resto la Grande guerra produsse la Marcia su Roma del 28 ottobre del 1922 e la ventennale dittatura del Duce e del Fascismo. Bastava questo evento, che Cazzullo sottovaluta, per far sorgere qualche dubbio su quello che ha scritto.

Ma – dubbi a parte – c’è un terzo errore in quell’articolo: la guerra del 15-18 sarebbe quella che ha finalmente formato il popolo italiano dopo secoli e secoli durante i quali il nostro Paese era diviso in cento pezzi, cento linguaggi, cento governi, cento diverse ricchezze e povertà. Tutto questo, scrive Cazzullo, ebbe termine con la Prima guerra mondiale. Sarebbe nel 1918 che l’Italia e il suo popolo si formarono ed è questo l’evento che va ricordato come grande svolta nella nostra storia. Questo mio articolo è stato ispirato da fatti che avvennero in quell’epoca e che vanno ben oltre l’articolo del Corriere.

Le domande sono queste: una guerra può guidare un popolo e formare una Nazione? E che cosa sono una Nazione e un continente di nazioni? Può esistere un popolo e con quali caratteristiche? Qual è il rapporto tra Nazione, popolo, singoli individui? Nella storia del mondo e non solo dell’Italia e dell’Europa? Sono questioni di speciale importanza quelle che sto per trattare. Alcuni miei critici sostengono che io scrivo su argomenti che la mia fantasia mi suggerisce, mentre dovrei sempre occuparmi di quanto avviene nei giorni precedenti nel nostro governo, in Europa, nel mondo della politica e dell’economia e non di storia filosofica (chiamandola così). Si tratta – lasciatemelo dire – di critiche infondate: da almeno otto mesi (elezioni del 4 marzo) non faccio che occuparmi (doverosamente) di Salvini, di Di Maio, dell’inesistente sinistra italiana, della situazione europea; insomma il mio mestiere di giornalista che ha l’incarico di scrivere il fondo della domenica. Da ora, però, mi prendo la libertà di analizzare gli eventi con la mia filosofia. Non credo sia una criticabile libertà. A pensarci bene, all’età che ho, potrebbe anche essere normale. Vorrete scusarmi per il fatto che lo faccio molto di rado.

Lo spirito di costruire una città, difenderla dai nemici, ampliarne il territorio e la popolazione, combattere non già per difendersi ma per vincere e conquistare un potere sempre crescente: questa fu la strada di Romolo, in una pianura dove scorreva un fiume con acque notevolmente abbondanti. Alcuni anni dopo, quando il fondatore era già morto e la piccola città già costruita con l’aratro e la valorizzazione del territorio, il potere fu preso dagli Etruschi, un popolo molto potente che occupava buona parte dell’Italia centrale, compreso il luogo dove era sorta Roma. Gli ultimi re di quella nuova e piccola città furono etruschi, dopo molti anni il potere passò nelle mani degli abitanti. Così comincia la storia di Roma: grande Repubblica, grande Impero su tutto il Mediterraneo e su buona parte di quella che poi sarà l’Europa, l’Asia minore, la costa africana, parte della Britannia. Il massimo dell’estensione di questo Impero avvenne con gli imperatori Traiano e Adriano. Le guerre furono infinite, quasi lo stato naturale. Anche per il Potere, anche per la ricchezza, anche per il Piacere. La religione fu ereditata da quella greca e il linguaggio greco diventò la seconda lingua dei Romani.

Furono un grande popolo coraggioso, ambizioso, corrotto, virtù e difetti di tutte le specie. Infine, dopo qualche centinaio di anni, l’impero cadde e la storia di Roma, che nel frattempo – dopo il periodo di Alessandro Magno – aveva rappresentato il massimo della potenza, finì come sempre avviene per i grandi fenomeni molto duraturi. Quello che ho scritto fin qui sembra una digressione e in qualche modo lo è ma c’è un motivo che la giustifica: dalla caduta dell’Impero fino ad oggi il popolo italiano non c’è più, se per popolo si intende il cosiddetto popolo sovrano. Questa dizione indica un soggetto collettivo, animato da idee, interessi, ambizioni, diritti civili, libertà ed anche diversità e finalità opposte, all’interno però di regole di comportamento comuni e di un comune sentimento nei confronti della patria, cioè della storia che precede quella generazione e nonostante le differenze, anche profonde, le dà un sentimento patriottico comune.

Questo è il popolo sovrano. L’Italia lo è stata dopo il crollo dell’Impero romano? No, non più. Fu quasi sempre governata da altri popoli, in gran parte spagnoli, austriaci, tedeschi, francesi e dal Vaticano che in quelle epoche, che durarono molti secoli, non fu solo una potenza religiosa (non la sola) ma anche territoriale. Nell’Italia dei comuni al potere non c’era quasi mai il popolo sovrano ma piuttosto i nobili, i ricchi, gli artigiani di maggiore importanza per l’economia locale. Il resto lo chiamavano popolaccio e questo era: seguiva, lavorava come poteva, rare volte era chiamato in massa per approvare tutto quello che era avvenuto e il popolaccio normalmente approvava. Poi veniva usato nei conflitti armati tra regione e regione o comune e comune e quello era il momento nel quale il povero popolaccio aveva un peso che perdeva immediatamente a pace raggiunta.

Qualche volta, però, il popolo sovrano si affacciò all’orizzonte, quando per esempio la guerra con l’avversario era persa e il potere locale che l’aveva perduta di fatto scompariva. A quel punto veniva il momento in cui il popolaccio diventava sovrano ed era lui che sceglieva di andare a servire il nuovo signore. Quand’esso si insediava il popolaccio ridiventava quello che era sempre stato. Si salvò abbastanza stabilmente in alcuni particolari città, quelle che allora si chiamavano Repubbliche marinare. Questa fu quel tanto di libertà civile e militare che l’Italia ebbe, limitata come sappiamo a pochi centri. Il resto l’abbiamo già descritto, ma dobbiamo aggiungere che spesso avvenne la trasformazione in signoria di una città e del suo territorio da parte di un condottiero che aveva comandato una cosiddetta Compagnia di ventura. Erano piccoli eserciti specializzati nella guerra che spesso combattevano pagati dal signore di una città ma altrettanto spesso, dopo la vittoria, il loro capo li conduceva contro quello che aveva affittato la loro capacità militare e che ora veniva da loro stessi deposto o addirittura imprigionato o ucciso. Chi occupava il suo posto aveva già un esercito a disposizione e il popolo quindi decadeva ancora di più.

Ho già ricordato che l’Italia fu per lungo periodo governata da stranieri. Questa situazione durò molto a lungo, fino all’Ottocento. Chi la ruppe fu la predicazione di Mazzini, l’audacia coraggiosa di Garibaldi e il genio politico di Cavour. Tre nomi non solitari ma con molti amici e luogotenenti, anch’essi animati da un coraggio che possiamo definire patriottico poiché sognavano un’Italia unita. C’erano poi molte diversità tra loro, per quel che pensavano e quel che facevano, ma l’idea dell’Italia unita, intesa come Patria, era comune e produsse, specie tra Cavour e Garibaldi, un’intesa mai scritta e mai dichiarata, ma certamente esistente e lo si vide con l’impresa dei Mille del 1860. Quando la liberazione dai Borboni del Sud fu compiuta, nel 1861 fu proclamato lo Stato d’Italia unitario.

Da allora è passato un secolo e mezzo, due guerre mondiali, una dittatura, la Resistenza, l’alleanza tra la Democrazia cristiana e i socialisti di Nenni, il terrorismo, l’alleanza di Moro (poco prima di essere rapito dalle Br e poi ucciso) con Enrico Berlinguer e il suo Partito comunista. In questo lungo periodo – che vede come personaggio iniziale della moderna politica italiana Alcide De Gasperi – il popolo, entro certi limiti, acquisì una sua sovranità: il voto venne esteso a tutti. Il divorzio fu acquisito con il referendum a cui partecipò il popolo intero. Non mancarono naturalmente periodi pessimi ma sono quelli che abbiamo già ricordato all’inizio di questo articolo e dei quali, di uno almeno, parla con grande efficacia il collega Cazzullo. Percorrendo molto sommariamente la storia di questo popolo debbo, prima di chiudere il mio articolo, ricordare che, come avviene in quasi tutti i Paesi che condividono la nostra civiltà, ci sono nomi che rappresentano tutte le forme di cultura: filosofica, musicale, artistica, pittorica, poetica. L’Italia da questo punto di vista è stata molto ricca di nomi di importanza non soltanto nazionale ma europea, all’altezza degli altri Paesi del nostro continente e in molti casi superiore. Faccio qualche nome: Dante, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Michelangelo, Raffaello, Perugino, Caravaggio, Machiavelli, Alfieri, Manzoni, Pascoli, Carducci, D’Annunzio, Montale, Rossini, Vivaldi, Verdi, De Sanctis, Croce. Questa, nel bene e nel male, è stata l’Italia. Se leggiamo quei nomi e pensiamo alla nostra storia diremo che in certi punti siamo stati i migliori ma nel totale siamo stati un Paese mediocre e spesso obbediente ad altre e lontane sovranità.

Il vero guaio è che oggi siamo nel peggio. La sinistra liberale e democratica non riesce a risorgere dopo aver brevemente governato. Il Paese è nelle mani di Salvini razzista e di Di Maio populista. Il primo dei due sta razzolando nel campo dell’altro ed è quello che ha maggiori possibilità di governare da solo in una sorta di dittatura nella quale la democrazia resterebbe soltanto una parola. L’altro è il discendente di un comico dal quale non ci si poteva aspettare altro che una bonaria comicità. Il suo allievo non è un comico ma ha un seguito numeroso ma friabile; se troverà una collocazione migliore lo lascerà ma per sua fortuna, almeno finora, la collocazione migliore non la si vede, se non nei pensieri.

Vorrete scusarmi di questo lungo racconto ma mi piace terminare ricordando una persona che non solo fa molto bene nella carica di cui è investito, ma indica ai popoli il comportamento più adatto ad elevarli. Parlo di papa Francesco, italiano d’origine (Bergoglio, famiglia piemontese), di idee religiose che affrontano la modernità non già per tornare all’antico ma per allineare la religione ad essa, senza smarrire la fede che lo anima. Papa Francesco vive nel mondo senza alcuna limitazione geografica, poiché predica il Dio unico il quale evidentemente è rappresentato dovunque, da qualsiasi religione che sbagliando di grosso lo fa proprio, mentre papa Francesco lo fa Dio di tutti e per questo lo predica dovunque. La sede del Papa è tradizionalmente Roma e Francesco, che viaggia per il mondo intero, ha comunque Roma come domicilio ufficiale e reale. È una grande novità storica questo Papa e Roma come nome e come città riacquista con Lui e con la sua presenza un valore che supera tutti quelli che aveva raggiunto nel tempo andato. Questo è l’aspetto più positivo di una lunga storia che è arrivata al peggio e dalla quale speriamo di uscire al più presto.

Sorgente: Il 4 novembre è sacro, ma una guerra non fa una nazione | Rep

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

adwersing