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Casteldaccia, nove morti e il solito scaricabarile | L’Huffington Post

A Casteldaccia va in scena il più classico dei rimpalli di responsabilità: il Consiglio di Stato accusa il sindaco per non aver demolito le case, lui se la prende con i tecnici comunali

Lo ammette lo stesso primo cittadino mentre lascia la sua stanza per tornare sul luogo del disastro: “C’è un gioco che a me non va bene”, dice dopo aver attribuito a sua volta la responsabilità al funzionario del Comune: “Nel novembre 2013, su richiesta della procura, l’ufficio tecnico scrive che non si può proseguire con l’abbattimento perché il ricorso era pendente. Sarà stato un errore, ma non mio. Il Tar sbaglia a dare la colpa a me”.

Poco prima il Consiglio di Stato – organo di ultima istanza della Giustizia amministrativa – in una nota durissima aveva chiarito che “la semplice presentazione di ricorso” da parte del proprietario della villetta, affittata da una delle due famiglie che hanno perso la vita, non “sia di per sé sufficiente a bloccare l’efficacia dell’ordine di demolizione. In ogni caso, nel 2011 il giudizio al Tar si è concluso e l’ordinanza di demolizione del sindaco non è stata annullata; né il Comune si è mai costituito in giudizio. Quindi, in questi anni l’ordinanza di demolizione poteva – e doveva – essere eseguita”.

Davanti a queste parole il sindaco, in questa corsa affannosa verso una difesa a oltranza, sbotta: “Io l’ordinanza non l’ho letta. L’ho chiesta stamattina, la sto aspettando. L’ordinanza non è mia, gli uffici scrivono l’ordinanza di demolizione, questo il Tar dovrebbe saperlo”

Da queste parti la versione dei fatti cambia piuttosto spesso, inevitabile conseguenza dello scarica barile: “Forse c’è stato un cortocircuito tra il Tar e i funzionari che ritenevano che il ricorso del proprietario fosse stato annullato”. Annullato, quindi decaduto l’intero procedimento amministrativo. Ed ecco che il sindaco fa appello alle casse vuote: “Decaduto perché la parte ricorrente, cioè il comune, non ha chiesto la fissazione dell’udienza. Non abbiamo fatto ricorso a nostra volta perché non abbiamo i soldi. Adesso sto verificando se avevamo avuto una notifica della perenzione, cioè della decadenza del procedimento amministrativo”.

Sta di fatto che questo villino a pochi metri dal letto del torrente è ancora lì e con esso altre case e magazzini agricoli. Adesso ad essere sotto sequestro è l’intera area, non solo l’abitazione dove sono morte nove persone. La polizia blocca l’ingresso dei proprietari che vorrebbero andare a recuperare le proprie cose: “Non può passare nessuno, abbiamo quest’ordine”. Non solo un problema di pericolo, viene spiegato, è una questione di indagini: “C’è il rischio che vengano manomesse delle prove”. Attorno si radunano molte persone delle zone vicine: “Continuamente venivano emessi verbali, multe, perché queste abitazioni erano abusive, non solo il villino”.

Ovviamente queste sono le voci raccolte, insieme a quella del sindaco del Paese accanto, che da anni denuncia la presenza di case da abbattere. Sarà la procura a chiarire le responsabilità che per adesso vengono rigettate da una parte all’altra. Un dato certo lo dà il procuratore Ambrogio Cartosio: “L’abusivismo è il principale colpevole. Nella zona di Termini Imerese ci sono 800 immobili abusivi per i quali è stata predisposta la demolizione giudiziaria. Ciò significa che il proprietario ha 90 giorni di tempo per abbatterlo e se non lo fa deve pensarci il Comune”. E se le case che si trovano a pochi metri dai torrenti non vengono buttate giù, si parla poi di stragi annunciate.

Sorgente: Casteldaccia, nove morti e il solito scaricabarile | L’Huffington Post

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