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UE vs ITALIA/ L’Europa della paura gioca la carta della Grecia

“La Francia ha lo stesso stock di debito dell’Italia. Perché noi siamo bocciati e loro no? La Commissione tratta l’Italia come la Grecia”, ma è un errore per tutta l’Europa

La bocciatura Ue della manovra del governo giallo-verde, attesa e scontata, è arrivata. “È con molto dispiacere che sono qui oggi, per la prima volta la Commissione è costretta a richiedere a uno Stato di rivedere il suo Documento programmatico di bilancio. Ma non vediamo alternative. Sfortunatamente i chiarimenti ricevuti ieri non erano convincenti”, ha detto il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, nella conferenza stampa al termine della riunione dei commissari. E Pierre Moscovici, commissario Ue agli Affari economici, ha aggiunto: “Deficit e debito elevato non portano crescita e rendono il Paese più vulnerabile a nuove crisi”. “Qui stiamo morendo per una divisione: debito su Pil – commenta Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano -. Un debito italiano il cui stock è uguale a quello francese, ma per la Francia nessun problema, per noi sì. Stiamo assistendo a un copione che non è incoraggiante: trattano l’Italia come la Grecia e pensano di costruire un’Europa fondata sulla paura. Ma è questa l’Europa che vogliamo?”.

Professore, la bocciatura è stata motivata con il fatto che deficit e debito elevati “lasciano senza fiato l’economia”, rendono “il Paese più vulnerabile a nuove crisi” e “ci preoccupa l’impatto sui cittadini”. Che ne pensa?

L’appello sulla questione del debito elevato e sull’onere che pesa sulle future generazioni è enfatizzato, per non dire drammatico. Ma vorrei ricordare una cosa: 2.052 miliardi è lo stock del debito pubblico – ultimo dato del secondo trimestre 2018 – della Germania e 2.300 è quello della Francia. Lo stock di debito dell’Italia è 2.323 miliardi. Mi si deve spiegare, allora, perché i bambini tedeschi e i bambini francesi non si devono preoccupare e quelli italiani sì.

La situazione economica è differente…

Sì, ma ci si dimentica che siamo in una crisi che dura ormai da dieci anni. Nel 2007, prima della recessione, avevamo il debito un filo sotto il 100%; poi sono arrivate la grande crisi finanziaria, che ha preso dentro tutti, e la crisi europea. Poi, un pezzo di Europa, l’area che ruota attorno alla Germania, è uscito indenne grazie alla valvola straordinariamente efficace delle esportazioni, e questo va senz’altro a loro merito. La Francia, invece, che per un certo numero di anni ha sforato le regole di Maastricht sul rapporto deficit/Pil, è un Paese avanzato, civile, ma dal punto di vista della performance dell’export in confronto con la Germania è più o meno come l’Italia.

L’argomento del debito pubblico come fardello è un po’ debole?

Questo argomento rischia di diventare un boomerang micidiale. Esiste, piuttosto, una questione europea di convergenza – nel progetto europeo bisogna continuare a credere, perché l’alternativa sarebbe davvero una prospettiva negativa –, ma le dichiarazioni di Dombrovskis e Moscovici sembrano più un discorso anti-europeo.

Che cosa intende dire?

Rivolgono a noi come Paese lo stesso discorso che hanno fatto alla Grecia.

Insomma, il giudizio della Commissione è soprattutto politico?

Assolutamente. È una decisione squisitamente politica, visto che – ripeto – la Francia ha quasi esattamente lo stesso stock di debito pubblico italiano. E poi, cosa vuol dire avere sempre l’ossessione del rapporto debito/Pil? Io personalmente ho l’ossessione della disoccupazione, in particolare quella giovanile. Come la mettiamo?

Appunto. Come se ne può uscire? Tutti invocano il dialogo…

Giusto mettersi intorno a un tavolo per discutere, ma bisogna discutere degli squilibri che nel loro complesso sono stati generati da questi meccanismi. Oggi in Italia siamo agli anni 50: è vero, non emigrano minatori, per fortuna, ma c’è tutta una generazione che quando si scontra con le difficoltà che continua a trovare in questo Paese è costretta a trovare altrove sbocchi.

Per Moscovici, tempo fa, era accettabile un deficit all’1,6%, mentre ieri Dombrovskis ha detto che il margine che la Ue era disposta a concedere, rispetto allo 0,6% previsto dal precedente governo, poteva arrivare al massimo all’1,1%, cioè lo 0,5% in più. Anche la Commissione non ha le idee chiare sul livello di deficit consentito?

Probabilmente pensano che questa dichiarazione rafforzi la loro posizione contrattuale e negoziale nel dialogo con l’Italia.

Non è così?

Se dialogo deve essere, che sia un dialogo. Forse considerano questo governo un interlocutore talmente diverso e nuovo, ma dietro a questo governo c’è un consenso popolare, che come accaduto in Grecia, così come è arrivato, poi svanisce.

In che modo può svanire?

Sull’onda della paura, del disastro. Ma è questa l’Europa che vuole la Commissione? Posizioni così categoriche alimentano una paura che non è più latente. Sono preoccupato perché non arrivano nemmeno delle proposte su cui poter discutere.

È un dialogo tra sordi?

Prendiamo la proposta del reddito di cittadinanza. Reddito vuol dire che uno sta lavorando. Quindi, questo lavoro diamolo, facciamo quelle benedette opere di grande manutenzione senza dare soldi per puro assistenzialismo. Il lavoro è importante, perché il lavoro è la dignità delle persone. Altrimenti sarebbe una doppia condanna: si danno i soldi ingiustamente quando ci sarebbe bisogno di fare un milione di cose in questo Paese. E allora facciamole. Queste sono proposte da New Deal, perché in Italia viviamo un clima da New Deal, da anni Trenta. E dalla Ue mi aspettavo maggiore apertura. Ho un timore: vedo aleggiare lo spettro della patrimoniale.

Il Governo esclude di volerla introdurre, anche se Moody’s, nel suo giudizio sul rating espresso venerdì scorso, ha scritto: “le famiglie italiane hanno alti livelli di ricchezza che rappresentano un importante cuscinetto contro choc futuri e potrebbe anche essere una possibile, sostanziale fonte di finanziamento del governo”…

Peccato che trascurino il fatto che gran parte della ricchezza è immobiliare, è rappresentata da case. Allora uno cosa farà, darà il proprio tinello per ridurre il debito pubblico? La mia opinione è che in questo momento bisogna mantenere equilibrio e nervi saldi e incalzare la Ue sulle questioni vere: si possono imputare alcune colpe all’Italia, come quella di aver speso male in passato i margini di disavanzo concessi con la flessibilità o l’aver avanzato oggi una proposta come il reddito di cittadinanza che non è così convincente, ma i veri problemi parlano di un Paese dove è ripreso il flusso di giovani italiani verso l’estero, la disoccupazione è alta e la capacità produttiva si riduce, non tanto e non solo per la burocrazia, ma perché son tutti presi per la gola.

Morale?

È possibile, e andrebbe fatto, ragionare sui fatti, che valgono molto di più di queste considerazioni.

Il premier Conte ha detto che il 2,4% di deficit è un tetto invalicabile, che l’Italia intende non superarlo…

È una dichiarazione intelligente, un segnale politicamente di apertura. Preoccupante che, provenendo da una figura istituzionale che si chiama presidente del Consiglio, non sia stata nemmeno considerata. L’impressione è che Bruxelles voglia forzare un po’ la mano.

Su cosa?

Non lo dicono. E invece devono anche spiegare e giustificare nel concreto.

E se a novembre ci si trovasse ancora sulle proprie posizioni, che cosa teme?

Non la vedo bene. Le facilities previste implicano anche una sorta di commissariamento.

Un commissariamento dell’Italia a sei mesi dalle elezioni europee?

La procedura d’infrazione in sé è piuttosto lunga, estenuante. Può anche darsi che facciano conto, come in Grecia, che l’opinione pubblica, spaventata, possa cambiare opinione. Oggi la Grecia è al 180% di debito sul Pil perché ha smesso di crescere, è ancora ampiamente sotto i livelli pre-crisi. Il fatto rilevante è che il nostro Paese arranca. Potevano dirci mille cose, invece ci dicono: queste sono le regole.

C’è il rischio che l’Italia possa uscire dall’euro?

No, non credo sia questo il rischio vero. Il timore dei contraccolpi prevale. Ma così andiamo verso la deflazione, cioè questo Paese continua a diventare più piccolo e più debole. Ma ciò che mi rattrista è un’altra cosa: perché vogliono sacrificare la potenza di un’Europa unita?

(Marco Biscella)

Sorgente: UE vs ITALIA/ L’Europa della paura gioca la carta della Grecia

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