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Tap, il ministero di Di Maio smentisce Di Maio: nessuna penale. Conte: ci sono, fino a 35 miliardi – Il Sole 24 ORE

È peggio rispetto alla vicenda Ilva. Il via libera del Governo giallo-verde al Tap, che dal 2020 porterà nel Salento, via Mar Adriatico, il gas dell’Azerbajian, “terremota” i Cinque Stelle, soprattutto quelli pugliesi, ed apre una nuova, profonda frattura tra base e vertice del movimento. Ma anche i consiglieri regionali pugliesi M5S sono in subbuglio. Come a settembre scorso dopo l’accordo al Mise con Arcelor Mittal, volano le accuse: “traditori”, “ci avete ingannato”, “ora dovete solo dimettervi”. Il bersaglio sono i parlamentari pentastellati ma soprattutto due ministri: Barbara Lezzi, Leccese, che guida il ministero per il Sud, e Luigi Di Maio, vice premier e responsabile dello Sviluppo economico.

DOCUMENTO / La risposta del Mise (settembre 2018) ai No Tap: no penali, ma danni a privati e al pubblico

Per molti versi, sembra di rivedere un film già visto. La dimostrazione plastica di come le promesse dispensate a piene mani in campagna elettorale, e che hanno consentito ai Cinque Stelle, nel Salento come a Taranto, di fare il pieno di voti (“chiudiamo Ilva e blocchiamo Tap”), non hanno retto più di quattro-cinque mesi. Ma, pur se ci sono molte analogie, una differenza tra i due casi esiste. E non è da poco. Mentre su Ilva, al di là di fughe in avanti da parte di alcuni pentastellati più inclini alla chiusura, il movimento ha percorso il filo dell’ambiguità, battendo sulla chiusura delle fonti inquinanti e non facendo capire bene cosa in realtà volesse, sul gasdotto Tap, invece, la posizione è stata più netta.

L’obiettivo di fermarlo era evidente. Perchè si tratta di un’opera inutile. Perchè la procedura autorizzativa è illegittima. Inoltre, non solo Lezzi e Alessandro Di Battista ci hanno messo direttamente la faccia accendendo la piazza di Melendugno (il paese del Salento, affacciato sull’Adriatico, dove il gasdotto approderà) e dicendo che avrebbero fermato l’opera, ma va detto del pressing che gli stessi pentastellati hanno fatto sulla Magistratura perchè tenga Tap nel mirino.

È infatti di tre parlamentari M5S (De Lorenzis, Daniela Donno e Leonardo Donno) l’esposto alla Procura di Lecce che ha portato, tempo fa, al sequestro del cosiddetto “cluster 5”, un’area interessata ai lavori. E sono altri tre parlamentari pentastellati che ancora ieri, smentendo il premier Conte e Di Maio sul fatto delle penali da pagare se l’infrastruttura salta (per Ciampolillo, De Bonis e Cunial non esistono), hanno detto di confidare nell’autorità giudiziaria. Come dire che c’è una parte del movimento che non demorde, non arretra, e spera che, laddove non è riuscito il Governo, sia adesso la Magistratura. E probabilmente perchè consapevole che la frattura è ampia, che Di Maio è intervenuto proprio sulle penali rispondendo ai suoi parlamentari. “Da ministro dello Sviluppo economico – dichiara – ho studiato le carte del Tap per tre mesi. E sono voluto andare allo Sviluppo economico anche per questo.

Vi posso assicurare che non è semplice dover dire che ci sono delle penali per quasi 20 miliardi di euro. Ma così è, altrimenti avremmo agito diversamente”. Coloro che hanno governato prima, aggiunge Di Maio, “non ci hanno mai detto che c’erano penali da pagare”. Gli risponde Carlo Calenda che prima di lui ha guidato il Mise. “Di Maio si sta comportando da imbroglione come su Ilva. Non esiste una penale perché non c’è un contratto”, si intende tra lo Stato e la società Tap, “ma, in caso, un’eventuale richiesta di risarcimento danni visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’autorizzazione legale”. Per Calenda, “Di Maio sta facendo una sceneggiata e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere”.

Di penali da versare, si è parlato solo alcuni giorni fa quando Conte, Lezzi e il sottosegretario Cioffi del Mise hanno incontrato a Palazzo Chigi il sindaco di Melendugno, Potì, e gli esponenti M5S del territorio. Quella è stata la prima volta in cui è balzata la cifra dei 20 miliardi di euro, poi rilanciata da Di Maio. Che oggi appaiono più una stima di risarcimento danni, mettendo insieme varie voci relative a costi sostenuti e futuri, che penali vere e proprie. Tant’è che un comunicato del Mise in risposta a una domanda dei No Tap di fine settembre, e quindi con i Cinque Stelle al Governo già da quattro mesi, non parla di penali. Afferma invece, dopo aver chiarito che Tap non è sostenuto da finanziamenti pubblici, che l’alt all’infrastruttura causerebbe una serie di danni a privati (la società costruttrice, le società che hanno avuto appalti di lavoro, gli esportatori del gas azero, gli acquirenti che hanno già firmato contratti di acquisto venticinquennali del gas con consegne di gas in Italia dal 2020) ma anche pubblici, “configurando richieste di rimborso degli investimenti effettuati nonché dei danni economici connessi alle mancate forniture”.

E prima di questo passaggio, va detto che per Tap c’erano stati tre momenti chiave: gennaio 2014, la ratifica del Trattato Italia-Albania-Grecia col via libera all’opera (l’M5S votò contro); settembre 2014, il decreto di autorizzazione del ministero dell’Ambiente con una serie di prescrizioni da seguire nella costruzione del gasdotto; maggio 2015, l’autorizzazione unica del Mise. Tant’è che quando Di Maio dichiara che chi ha governato prima è andato “a braccetto con le peggiori lobby”, l’ex ministro Delrio gli replica dicendo che Di Maio avrebbe fatto meglio a leggersi le carte.

Sembra evidente, quindi, che è difficile, se non impossibile, tornare indietro e annullare tutto essendo il gasdotto un’opera già strutturata sul piano autorizzativo. Tanto più che il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, prima che Conte intervenisse, aveva affermato, al termine dell’ennesima istruttoria chiestagli dal sindaco di Melendugno, che “anche nei punti contestati non sono emersi profili di illegittimità” e che pure il Consiglio di Stato, con sentenza del 27 marzo 2017, ha confermato tale legittimità. Mentre “i ricorsi sulle autorizzazioni – aggiunge Costa – già in passato non hanno trovato gli esiti giudiziari sperati dai cittadini”.

Percorso autorizzativo regolare (almeno sinora, visto che resta in sospeso l’incidente probatorio davanti al gip di Lecce, Vergine, se gasdotto o terminale di ricezione debbano considerarsi opera unica o distinte ai fini della valutazione ambientale; l’incidente probatorio dovrebbe chiudersi a metà novembre) e risarcimenti onerosi cui far fronte: questi, allo stato, sembrano essere i punti fermi. E nel frattempo l’opposizione dei No Tap incalza. Oggi manifestazione sul lungomare di Melendugno con alcune centinaia di persone (c’è maltempo). “Lo scontro è grande e forte” urlano i No Tap, che accusano “le lobby di speculazione” e i Cinque Stelle per “la gravità delle scelte”. Alcuni attivisti hanno bruciato le tessere elettorali. Al fuoco anche vecchi manifesti elettorali pentastellati e una bandiera del movimento.

Soffia aria pessima per il ministro Lezzi che era stata invitata ad andare a Melendugno per dimostrare, carte alla mano, dove sono le penali da pagare a Tap. Dopo averla ricoperta di voti, quasi il 40 per cento nel collegio senatoriale Nardò-Casarano, ora i No Tap le dicono: “Vattene dal Salento”. «Le maniere da teppistello con le quali il sindaco di Melendugno mi intima di non tornare lì non
mi fanno paura perché non ho niente da temere”, risponde Lezzi. Riferendosi al sindaco di Melendugno Lezzi ha detto: “non può dirmi dove andare, a casa mia ci torno quando e come voglio, perché non ho nulla di cui vergognarmi e vado a testa alta”.

Conte, chi sostiene assenza penali non conosce la legge
E sulla polemica è intervenuto lo stesso premier Giuseppe Conte, con una lettera al sindaco di Melendugno: sul Tap – dice Conte – «chi sostiene che lo Stato italiano non sopporterebbe alcun costo o costi modesti non dimostra di possedere le più elementari cognizioni giuridiche. Se il Governo italiano decidesse adesso, in via arbitraria e unilaterale, di venire meno agli impegni sin qui assunti anche in base a provvedimenti legislativi e regolamentari, rimarrebbe senz’altro esposto alle pretese risarcitorie dei vari soggetti coinvolti nella realizzazione dell’opera e che hanno fatto affidamento su di essa».

«Le variabili per poter quantificare l’esatto ammontare dei danni sono molteplici e alcuni dati essenziali sono nella esclusiva sfera di controllo delle società coinvolte nel progetto. E’ certo però che, interrompendo il progetto Tap, lo Stato italiano verrebbe coinvolto in un contenzioso lungo e perdente, i cui costi potrebbero aggirarsi, in base a una stima prudenziale, in uno spettro compreso tra i 20 e i 35 miliardi di euro”, precisa il premier.

Conte entra poi nei dettagli elencando tutti coloro che avrebbero avanzato pretese risarcitorie nei confronti dello Stato italiano. Infine il premier ritiene «ingeneroso» accusare il M5s: se «colpa deve essere – conclude – attribuitela a me». Ed è critico il governatore della Puglia, Michele Emiliano, del Pd, che ha spinto per trasferire l’approdo del gasdotto da Melendugno a Brindisi (proposta rilanciata anche ancora oggi) e che nelle settimane scorse aveva dichiarato che i rapporti con Di Maio erano di gran lunga positivi (“c’é ascolto”) rispetto alla gestione Calenda. Scrive adesso su Twitter Emiliano: La delusione che provo per il voltafaccia del M5S su Ilva/Tap è davvero devastante. Bugiardi e spregiudicati nel dire agli italiani: “che volete? Non sapevamo che cazzo stavamo a dì”. E hanno anche consegnato i nostri voti progressisti alla Lega Nord #M5SUndisastroallaRenzi.

Sorgente: Tap, il ministero di Di Maio smentisce Di Maio: nessuna penale. Conte: ci sono, fino a 35 miliardi – Il Sole 24 ORE

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