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Rohingya, il campo profughi sull’isola di detriti e fango – La Stampa

Il Bangladesh trasferirà nel golfo del Bengala 100 mila musulmani scappati dalla Birmania

Vista da Google Maps – l’immagine satellitare più recente è del 16 agosto – sembra una partita di Tetris abbandonata a metà: un mucchietto di rettangolini rossi, circondati da una distesa di fango più che di terra, alla deriva in mezzo al Golfo del Bengala. Eppure «Bhasan Char», un isolotto alluvionale lungo 12 chilometri e largo 14 emerso pochi anni fa grazie ai detriti che si sono accumulati alla foce del fiume Meghna, nelle prossime settimane potrebbe diventare la nuova casa di centomila degli oltre 700 mila musulmani Rohingya che da più di un anno si sono rifugiati nell’estremo Sud del Bangladesh per sfuggire alle persecuzioni di cui erano vittima in Birmania. Un’accampamento a un’ora di barca dalla terraferma, spesso irraggiungibile a causa dei monsoni che da giugno a novembre colpiscono la zona, che ricorda sinistri piani novecenteschi o un incubo orwelliano.

 

«Una prigione a cielo aperto»

I Rohingya sono una popolazione poverissima proveniente dal Bangladesh, ma che vive in Birmania da generazioni. Sono considerati una tra le minoranze più perseguitate al mondo: di religione musulmana, vivono in un Paese a maggioranza buddista. Nel 1982 la giunta militare al potere li privò della cittadinanza birmana.

Il governo di Dacca ha lanciato il progetto nel novembre del 2017 e oggi tutto sembra pronto per il trasferimento delle prime 50-60 famiglie. Le autorità bengalesi continuano a ripetere che l’isola è sicura e che nessuno verrà «ricollocato» contro la sua volontà ma negli insediamenti del distretto di Cox’s Bazar – dove complessivamente più di un milione di persone sopravvivono grazie all’aiuto delle agenzie Onu e delle Ong – la preoccupazione è altissima. Lunedì il sito web «The Stateless Rohingya» ha pubblicato un video che mostra la conclusione dei lavori, scatenando il tam tam sui social network. Nessuno sembra intenzionato ad andarci. «Quell’isola è tagliata fuori da tutto: cosa succede se c’è un’emergenza medica?» si chiede Abdul Gowffer, uno dei leader della comunità. «È una prigione a cielo aperto per la nostra gente – si sfoga al telefono Shafiqur Rahman, vent’anni -. Sono nato e cresciuto nel campo di Kutupalong ma non riesco a immaginarmi la vita su un’isola instabile, senza libertà di movimento e senza alcuna prospettiva».

 

 

La crisi infinita

A partire da agosto 2017 centinaia di migliaia di Rohingya fuggono in Bangladesh per le persecuzioni e le violenze dell’esercito birmano

Ma come si è arrivati a questo punto? In questi mesi la diplomazia non è riuscita a trovare una soluzione, le pressioni internazionali sulla leader birmana Aung San Suu Kyi per il rimpatrio «sicuro e dignitoso» dei Rohingya non hanno dato alcun risultato concreto e Dacca, dove a fine anno ci saranno le elezioni politiche, ha tirato dritto per la sua strada. D’intesa con i militari, a cui era stata affidata l’isola, il governo ha traghettato ruspe e operai e aperto i cantieri. La mancata collaborazione dei governi occidentali, e le proteste della comunità internazionale per la quale «Bhasan Char» non rispetta gli standard di sicurezza, non sono state prese in considerazione.

 

Aung San Suu Kyi, ministro degli Esteri della Birmania, nota attivista per i diritti umani e premio Nobel per la pace nel 1991, viene fortemente criticata dalla comunità internazionale per non essere intervenuta per fermare la sanguinosa repressione.

Il Consiglio economico nazionale ha stanziato 280 milioni di dollari e in soli undici mesi l’«isola galleggiante», questa la traduzione letterale del nome «Bhasan Char», ha preso forma: tredici chilometri di argini realizzati dalla cinese «Sinohydro», società di Pechino specializzata in centrali idroelettriche, pontili, eliporti, strade, moschee e una città-formicaio suddivisa in compound omogenei contenenti dodici edifici e un rifugio anti-cicloni ciascuna. Ogni struttura, costruita su piloni rialzati da terra, ha muri di mattoni e tetto di lamiera e ospita sedici stanze da 14 metri quadrati, oltre ai bagni e alle cucine in comune. «Al momento è completato l’80% del progetto e tutto sarà concluso entro un mese e mezzo» ha dichiarato nei giorni scorsi Muhammad Habibul Kabir Chowdhury, sottosegretario del ministero per la Gestione dei disastri.

 

 

L’inaugurazione del campo era prevista per domani. Avrebbe dovuto partecipare anche il primo ministro Sheikh Hasina. Poi all’ultimo momento è saltata e il portavoce dell’esercito si è limitato ad annunciare che presto verrà comunicata una nuova data. Che sia stato difficile trovare i primi «volontari»? «Stiamo parlando con le famiglie dei rifugiati e le convinceremo» assicura all’agenzia France Press Mohammad Abdul Kalam, commissario del Bangladesh per l’assistenza e il rimpatrio dei Rohingya .

 

Sorgente: Rohingya, il campo profughi sull’isola di detriti e fango – La Stampa

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