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Pd, se la Leopolda torna al passato | Rep

di Ilvo Diamanti

Renzi intende costruire un network civico e promuovere un partito di persone piuttosto che personale

A Firenze si chiude la IX edizione della Leopolda. Qui, fin dal 2010, Matteo Renzi ha costruito ed elaborato il suo progetto. Meglio: i suoi progetti. Insieme a lui, a guidare questa convention, all’inizio c’era Pippo Civati. Con Renzi condivideva l’immagine del giovane brillante. Determinato a cambiare il Paese. E anzitutto il partito. D’altronde, la prima parola d’ordine – programmatica e, al tempo stesso liturgica – fu “rottamazione”. Per celebrare il rito del cambiamento. Senza mezzi termini. Il passato, i leader di ieri: trattati al pari di “rottami”. Da accantonare. Anzi, da “rottamare”. Appunto. Come veicoli e oggetti consumati. Utili solamente a fornire pezzi di ricambio. Per nuovi veicoli. “Nuovi” soggetti politici. “Nuove” stagioni politiche.

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E Renzi ha effettivamente innovato la politica della sinistra italiana. Anche se è francamente difficile considerarlo di “sinistra”. Per storia, provenienza, esperienza. Ma forse proprio per questo Renzi ha “innovato”. Ha rottamato il vecchio e i vecchi. Leader ex comunisti ed ex democristiani. Renzi li ha messi all’angolo. Ha indicato loro la porta. E alcuni sono effettivamente usciti. Riprendendo il viaggio su nuovi (vecchi?) veicoli politici. Che evocano orizzonti di “libertà ed eguaglianza”. Anche se non hanno percorso molta strada, fin qui.

Renzi, da parte sua, ha proseguito il cammino. Accompagnato da collaboratori e compagni (si fa per dire) “fedeli”. Utili alla sua idea di partito. Renzi: ha intrapreso un percorso “personale”. Con “persone” diverse. E la Leopolda è divenuta la sua scuola. La sua palestra. Guidata insieme ad amici “fidati”. Perché, quando non lo erano, si allontanavano in fretta. Accompagnati dal Capo… Pippo Civati per primo. Altri, invece, sono rimasti, con ruoli e posizioni differenti. Artefici – e simboli – degli obiettivi evocati, prima ancora che proposti e definiti, da Renzi. Come Lotti, Delrio, Scalfarotto… Oggi: Richetti. E, per prima: Maria Elena Boschi. Testimonial e responsabile della riforma costituzionale approvata in Parlamento e bocciata al referendum del 4 dicembre 2016. Il punto di svolta del percorso politico di Renzi. Ha segnato l’avvio del suo declino. Almeno fino ad oggi.

D’altronde, Renzi ha trasformato il Pd. Profondamente. Lo ha ridisegnato “a sua immagine”. Non lo ha semplicemente “personalizzato”. Ma lo ha trasformato in un “partito personale”, per usare la felice metafora coniata da Mauro Calise per raffigurare la svolta impressa da Berlusconi quando ha fondato Forza Italia. Il “partito del Capo”, come lo chiama Fabio Bordignon. Fondato sul marketing, sull’immagine, sulla comunicazione. Intorno a un leader. Nel caso del Pd: Renzi. Un modello che ha funzionato bene, per alcuni anni. Matteo Renzi, infatti, ha conquistato un consenso personale elevato fra gli elettori. E quasi totale fra quelli del Pd. Fino al giugno del 2014. Quando trascinò il partito, del quale era divenuto segretario a un successo di proporzioni impreviste e persino imprevedibili, alle elezioni europee. Il 41%.

Il problema di fondo, insuperato e forse in-superabile, è che trasformare il Pd in un “partito personale” significa negarne l’identità, logorarne le radici. Perché il Pd è il risultato della convergenza – difficile – fra i due “partiti di massa” che hanno caratterizzato e accompagnato la storia della nostra Repubblica nel dopoguerra. Dc e Pci. Post-comunisti e post-democristiani. Partiti di massa: dotati di identità, organizzazione, storia. Hanno sempre espresso leader forti. In particolare, il Pci. Da Togliatti a Occhetto. Ma anche la Dc. Basti pensare a Aldo Moro, di cui ricorre il 40esimo anniversario della tragica morte. Avvenuta, non per caso, proprio mentre aveva avviato – e pressoché concluso – il compromesso storico. Cioè: la convergenza – parallela – fra Dc e Pci.

Ebbene, 40 anni dopo il Pd, l’erede dei due partiti di massa, ha toccato il minimo storico. Intorno al 18%. Un risultato mai raggiunto – singolarmente – da Dc e Pci. Al tempo stesso, il Pd ha ceduto i suoi territori storici ai soggetti politici oggi al governo. In particolare alla Lega, che ha conquistato le zone tradizionalmente “bianche” del Nord Est – dove la Dc, nella Prima Repubblica, aveva le sue roccheforti. Ma anche gran parte delle “zone rosse”, nelle regioni dell’Italia centrale, storicamente di sinistra.

Nello stesso tempo, il Pd è davvero divenuto PdR. Il Partito di Renzi. E ne ha seguito le sorti. Perché il calo, meglio: il crollo, della popolarità del Capo – oggi ai minimi, anche fra i leader italiani (23%) – si è ripercosso sul partito.

È, quindi, significativo che alla Leopolda di quest’anno si propongano immagini ad alto significato simbolico. A partire dal titolo: “Ritorno al futuro”. Illustrato da uno “scienziato” autorevole, come Padoan. Testimone della competenza. E alternativo, per questo, allo spettacolo di confusione e improvvisazione offerto dal governo. Mentre è interessante che oggi Renzi avanzi l’idea di costruire un network civico, costituito da coordinatori regionali e militanti “non parlamentari”. Con il compito di andare “oltre il Pd”. E il PdR. Per ritornare al partito di un tempo. E promuovere, quantomeno, un “partito di persone”, piuttosto che “personale”…

Un’impresa difficile, in questi tempi. Perché la crisi della “sinistra riformista” non è uno “specifico” dell’Italia. Ma investe l’Europa e l’Occidente. Dove i ceti medi e le classi popolari non votano più a sinistra, ma sono attratti dai soggetti populisti. Tuttavia, visti gli esiti dell’iper-personalizzazione del Pd, tentar non nuoce…

Sorgente: Pd, se la Leopolda torna al passato | Rep

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