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Omicidio di Yara, per Bossetti condanna definitiva all’ergastolo | La vicenda

di Giuliana Ubbiali

Per la giustizia italiana Massimo Giuseppe Bossetti è, in via definitiva, l’assassino di Yara Gambirasio. La Corte di Cassazione ha respinto dopo 4 ore di camera di consiglio il ricorso del carpentiere di Mapello, 48 anni il 28 ottobre, in carcere dal 16 giugno deli 2014. Ed è proprio alla casa circondariale di via Gleno, a Bergamo, che a Bossetti è stata comunicata la notizia, dai suoi avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini. «Siamo convinti che Bossetti sia innocente — ha commentato l’avvocato Salvagni — ma oggi non possiamo che rispettare la sentenza».

L’emozione per Yara

Il verdetto è arrivato dopo l’ultimo confronto in aula su diritto e genetica forense tra accusa, parte civile e difesa. Anche il ricordo di Yara è entrato in aula. Inaspettato, nel palazzo della Suprema Corte dove si discute di regole processuali. Alle 14.45, la voce del procuratore generale della Cassazione Mariella De Masellis si è incrinata, dopo due ore di questioni di legittimità, appena prima di chiedere la conferma dell’ergastolo ai cinque giudici presieduti da Adriano Iasillo.

«Il Dna ha dato voce a Yara, è l’impronta genetica di Bossetti che non ha avuto pietà, lasciando Yara sola a morire in un campo». La sentenza d’appello, l’indagine, il Dna in testa. È stato muro contro muro tra il pg e gli avvocati di Bossetti, Claudio Salvagni e Paolo Camporini. Le lodi al Ris contro le critiche, la validità contro l’invalidità della prova regina del Dna, il rispetto delle regole per i test contro la loro violazione, la conferma della condanna contro l’annullamento secco, in alternativa un nuovo processo d’appello con una perizia.

Yara: le tappe dell’inchiestaDalla scomparsa alle sentenze
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26 Novembre 2010: Yara scompare
«Indagine perfetta»

L’omicidio di Yara è un caso unico per scienza e colpi di scena investigativi. Il procuratore generale ha esordito ricordandone i motivi: «Un omicidio efferato, un’indagine complessa con tecniche elevatissime, che non ha precedenti e ha richiamato l’attenzione internazionale». Il Dna è il sigillo messo sulla condanna. «Doppia — ha rimarcato il pg —. Una condanna dotata di efficacia dimostrativa». Dal punto di vista scientifico, l’indagine è stata «perfetta, senza rilievi da muovere».

La difesa: «Imputate le sentenze»

L’avvocato Camporini ha richiamato l’attenzione sull’assenza di Bossetti: «Non è lui l’imputato, oggi lo sono le due sentenze e le regole processuali che non sono state rispettate». La difesa ha parlato di «esaltazione del Ris, perché viene ritenuto inattaccabile il punto di partenza». Le analisi sui leggings e sugli slip di Yara da cui è emerso il Dna di Ignoto 1, una sequenza di coppie di numeri. «Se si parte dal presupposto che questa tabellina è corretta, allora il processo è finito». Ma la difesa ha ribadito il suo mantra: il risultato non vale perché ottenuto violando la procedura dei test.

L’impronta genetica

Il procuratore generale è ripartito dal 1985: «Da allora la genetica concorda che il Dna nucleare si usi per fini identificativi, non è un caso che la banca dati raccolga solo quello e non il mitocondriale. È l’evoluzione dell’impronta digitale, è un’impronta genetica». Quanto all’obiezione della difesa relativa ai reagenti dei kit scaduti «mai potrebbe comunque produrre un Dna artificiale, è fantascienza». Quanto a una contaminazione, altra tesi della difesa «i dati vengono letti dal sequenziatore, una macchina, non possono essere modificati». Tra Ignoto 1 e Bossetti c’è un «match pieno».

«Ignoto 1 non è il killer»

Secondo la difesa, non solo Ignoto 1 non è Bossetti, non è nemmeno l’assassino: «La stessa polizia scientifica era stupita della qualità e della quantità della traccia trovata sul corpo di Yara. Non può esserci finita al momento del delitto, se Yara è stata uccisa il 26 novembre 2010. Non si spiega una tale resistenza per tre mesi su un corpo trovato così degradato».

L’assenza dell’alibi

In questo processo – lo ricorda il pg – ci sono altri indizi «convergenti». Cita la mancanza dell’alibi. Si riferisce all’intercettazione in carcere in cui la moglie Marita Comi ricordava a Bossetti che non le aveva mai detto, «già prima» dell’arresto, dove si trovasse il giorno dell’omicidio. Secondo la difesa erano ricordi lontani. Secondo il pg «non è solo un alibi inesistente, questa è reticenza dal momento che l’imputato si ricordava bene che quel giorno gli si era scaricato il telefono. La scomparsa di Yara colpì e travolse questa comunità. Fu un evento dirompente, non ricordare quando si ricorda altro non è normale».

I legali dei Gambirasio

«Io c’ero, l’ho vissuto», ha ricordato l’avvocato Enrico Pelillo, riferendosi a quando l’indagine sembrava infilata in un vicolo cieco. Insieme al collega Andrea Pezzotta ha voluto mettere fine alla polemica sui campioni di Dna (la difesa di Bossetti dice che ce ne sono ancora, per altri test). «È pacifico che non ce ne siano più». La spiegazione è concorde con quella del pg: «Si è voluto andare avanti con le indagini, sembrava tutto contro: si era trovato il padre dell’assassino ma era morto e i suoi figli (anagrafici, ndr) non c’entravano nulla, da qui la ricerca di un figlio illegittimo. Il Dna non c’è più, gli avvocati lo sanno: la perizia non potrebbe che essere un mero controllo dei dati».

Sorgente: Omicidio di Yara, per Bossetti condanna definitiva all’ergastolo | La vicenda

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