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Non è una “manovra del popolo”. Non c’è il lavoro né la cancellazione della Fornero-“Il Bolscevico”

Condono, tagli per 8 miliardi a scuola, sanità, assistenza, lavoratori pubblici, investimenti, niente per il Sud e sulla pensione per i giovani e le donne

“Abbiamo portato a casa la manovra del popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà”, aveva detto trionfante il ducetto Di Maio ai suoi parlamentari e supporter che festeggiavano davanti a Montecitorio, dopo la nottata in cui, affacciandosi al balcone di Palazzo Chigi alla maniera di Mussolini, aveva annunciato che il governo era pronto a sfidare la Commissione europea non rispettando i vincoli concordati sul Documento di economia e finanza (Def) e sulla Legge di bilancio.

In particolare Di Maio e Salvini si facevano vanto di aver costretto il ministro dell’Economia Giovanni Tria ad accettare di inserire nella nota di aggiornamento al Def da inviare in parlamento e a Bruxelles un rapporto deficit/Pil del 2,4%, anziché l’1,6% sul quale si era attestato il ministro e che già aveva fatto digerire a fatica alle autorità europee, visto che il Def ereditato dal governo Gentiloni prevedeva l’1,2%, frutto a sua volta di un altro aggiornamento dallo 0,8% fissato in precedenza. E per di più la “flessibilità” del 2,4% veniva rivendicata per tre anni, fino al 2021, in barba all’azzeramento del deficit concordato con Bruxelles entro il 2020.

Tutto questo, a detta dei due ducetti, per finanziare una “manovra del popolo” che segnasse una svolta rispetto alle manovre all’insegna dell’austerità degli anni passati, che rilanciasse gli investimenti e consentisse di realizzare il reddito di cittadinanza, la flat tax, il superamento della legge Fornero e altre misure per stimolare gli investimenti e la crescita. Quanto alle autorità di Bruxelles e ai mercati, già sul piede di guerra per la decisione spericolata del governo italiano, “se ne faranno una ragione. Noi tiriamo dritti anche in caso di bocciatura”, proclamava in tono di sfida Salvini. “Noi rispondiamo ai nostri elettori e non ai burocrati di Bruxelles”, gli faceva eco Di Maio ribadendo che il governo non arretrava di un millimetro sul deficit al 2,4%.

Salvo poi, dopo un duro scontro con la Commissione europea, che a sua volta non lesinava gli attacchi al governo Lega-M5S, accusandolo di essere euroscettico e xenofobo ed evocando scenari greci per l’Italia, e dopo che lo spread (differenziale) tra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi aveva di nuovo sfondato quota 300 e la Borsa di Milano aveva bruciato diversi miliardi, fare parzialmente marcia indietro annunciando al termine di un frettoloso vertice ristretto che il 2,4% valeva solo per il 2019, mentre per il 2020 e il 2021 sarebbe sceso rispettivamente al 2,2% e all’1,8%. E ciò senza aumentare il debito dello Stato, che sarebbe comunque sceso al 130% del Pil già dal 2019, e senza rinunciare ad un solo euro di spesa rispetto a quanto programmato. Un “miracolo” consentito da da una “robusta crescita” del Pil, che sarà nel prossimo anno dell’1,5% (mentre tutte le stime parlano dell’1% al massimo, e con previsioni in discesa vista la sfavorevole congiuntura internazionale), e nel 2020-21 dell’1,6% e dell’1,4% rispettivamente.

La forzatura spericolata di Salvini e Di Maio

Questo è almeno quanto sta scritto nella Nota di aggiornamento al Def che alla fine il governo si è deciso a mettere nero su bianco, dopo una settimana di annunci e proclami basati sul nulla, e a presentare in parlamento prima di inviarla alla Commissione europea per l’approvazione. Una correzione di rotta dovuta evidentemente ai tonfi in Borsa e al materializzarsi del rischio di aumento dei tassi di interesse dovuti all’impennata dello spread che hanno spinto i grandi elettori della Lega, gli industriali, artigiani e commercianti del Nord, a fare pressione sul governo per calmare i mercati.

Non a caso il presidente di Confindustria, Boccia, se ne usciva con questa dichiarazione rivolta alle sensibili antenne del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giorgetti: “Di questo governo crediamo fortemente nella Lega, è una componente importante, qui non si tratta di regionalità ma di risposte vere ai cittadini”. Ma non sembra che la correzione abbia calmato più di tanto i mercati né abbia convinto la Commissione europea, la quale anzi ha inviato al governo una lettera alquanto critica in cui, pur aspettando il testo della legge di Bilancio ancora da definire, lo avverte che “a prima vista il Documento di economia e finanza sembra costituire una deviazione significativa dal percorso di bilancio, il che è motivo di seria preoccupazione”, e chiede “alle autorità italiane di assicurare che la manovra sia in linea con le regole fiscali comuni”.

Tuttavia i due ducetti continuano ad ostentare strafottenza e rispondono che ormai gli anatemi di questa Commissione lasciano il tempo che trovano perché tra pochi mesi sarà spazzata via da un’ondata “populista” con le nuove elezioni europee. E’ evidente che essi contano di concentrare le spese soprattutto nel 2019 e rinviare le promesse di abbassamento del deficit agli anni successivi, contando sul fatto che presto ci sarà una nuova Commissione dominata dai partiti “populisti” e “sovranisti” e che le regole europee saranno cambiate a loro favore. Cosa questa tutta da dimostrare, mentre intanto lo spread non accenna a scendere e la Borsa continua a bruciare decine di miliardi.

Ma a parte tutti questi aspetti, che pure mettono una pesante ipoteca sulla manovra del governo, e pur sapendo che quest’ultima è ancora tutta da scrivere, da ciò che è emerso finora intorno e a proposito del Def, ce n’è a sufficienza per capire che essa è ben lungi dal rappresentare una “manovra del popolo”, e che tanto meno è in grado di abolire la povertà. Soprattutto perché non c’è nulla per il lavoro, per gli investimenti e per il Sud, ma c’è solo l’elemosina del reddito di cittadinanza; non c’è nemmeno l’abolizione della Fornero, ma solo un suo addolcimento con la “quota 100”, e c’è in compenso un premio ai ricchi e agli evasori con la flat tax e il condono chiamato furbescamente “pace sociale”.

Il reddito di cittadinanza e i centri per l’impiego

Il reddito di cittadinanza (rdc), che comprende anche le pensioni di cittadinanza, a cui sono destinati 9 miliardi (che però inglobano i 2 miliardi già stanziati per il reddito di inclusione), è solo una mancia elettorale, molto simile agli 80 euro di Renzi, che serve al M5S soprattutto come bandiera per risalire nei sondaggi ora che sono stati surclassati dalla Lega grazie alla sua campagna strumentale, razzista e xenofoba contro i migranti e sulla sicurezza.

Ai 6,5 milioni disoccupati, lavoratori e pensionati che ne dovrebbero usufruire per raggiungere un reddito minimo di 780 euro, pari alla soglia di povertà assoluta per una famiglia di una persona, toccherebbero infatti in media 128 euro al mese, come si fa allora a parlare di abolizione della povertà? Per di più non solo il rdc è destinato razzisticamente “solo agli italiani” (nonostante gli immigrati siano una quota consistente dei poveri assoluti) e da spendere “solo in negozi italiani”, ma il suo ottenimento è limitato nel tempo (tre anni, ma secondo la Lega scenderanno a due e forse addirittura a 18 mesi), e subordinato ad una serie di condizioni, tra cui l’accettazione di un’offerta di lavoro su tre proposte, il reddito familiare, il possesso di un conto corrente e di un bancomat, e così via.

Inoltre al potenziamento dei centri per l’impiego, che sono pochi, con pochi mezzi e personale (un decimo del personale della Germania), e che dovrebbero essere essenziali per far funzionare il rdc come sostegno alla ricerca di un lavoro, viene destinato appena 1 miliardo, la metà di quanto annunciato inizialmente. Ma evidentemente quel che conta è l’effetto propagandistico di una misura come il reddito di cittadinanza. Come nel caso di un altro cavallo di battaglia del M5S, di sicuro ritorno elettorale, che è il risarcimento dei risparmiatori truffati dalle banche fallite, ai quali sono destinati 1,5 miliardi, e che sembra saranno prelevati dai conti correnti “dormienti”.

Pensioni a quota 100 e flat tax

Per le pensioni a quota 100, vale a dire la possibilità di andare in pensione con almeno 62 anni di età e 38 anni di contributi, su cui la Lega ha ripiegato mettendo in soffitta il suo slogan dell'”abolizione della Fornero”, e persino quello di quota 41, ossia andare comunque in pensione con 41 anni di contributi, sono destinati 7 miliardi, e non si sa ancora se con una penalizzazione dell’1,5% dell’importo, o addirittura col ricalcolo in base al contributivo. Per di più la quota 100 vale solo per il 2019, perché per gli anni successivi crescerà a 101, 102, 103 e 104, fino ad esaurirsi col raggiungimento dell’età di pensionamento di vecchiaia, che nel 2019 sarà di 67 anni. Non sarà bloccato infatti il meccanismo di adeguamento dell’età pensionabile con l’aspettativa di vita, e inoltre sarà proibito il cumulo con i redditi da lavoro e l’opzione donna non sarà ripristinata. Il pensionamento anticipato a quota 100 sarà comunque esteso a tutti “senza distinzione di reddito”, per non rischiare evidentemente che ne usufruiscano di più i lavoratori del Sud.

Nella lotta in seno al governo per spartirsi i soldi della “flessibilità” per compiacere i rispettivi elettorati, la Lega si aggiudica anche 2 miliardi per la flat tax alle partite iva (principalmente liberi professionisti e lavoratori autonomi), e 1 miliardo per la sicurezza e per un “piano straordinario” di 10 mila assunzioni per il personale delle “forze dell’ordine”. Sulla flat tax, che consiste nell’estendere l’attuale regime forfettario al 15% per le imprese fino a ricavi di 65 mila euro (attualmente variano tra 30 e 50 mila), e del 20% tra 65 e 100 mila euro, è stato osservato che può produrre diverse storture, tra cui un disincentivo a crescere, a creare associazioni e agli investimenti, la moltiplicazione delle partite iva fittizie, e soprattutto una penalizzazione dei lavoratori dipendenti, che a parità di reddito avrebbero una tassazione più alta rispetto ad un lavoratore autonomo.

La “pace fiscale” di Salvini è un gigantesco condono

Su un altro cavallo di battaglia della Lega, il condono fiscale, per ora le bocce non sono ancora ferme, perché è una misura talmente scandalosa che il M5S esita a pronunciarsi chiaramente. Si sa solo che sarebbe esteso a tutte le forme di tassazione, compresi i contributi Inps, dovrebbe portare in cassa 11 miliardi distribuiti in 5 anni al ritmo di 2,2 l’anno, e che dovrebbe valere per i contenziosi dall’anno 2000 ad oggi. Si sa anche che il carroccio lo vorrebbe del tipo “a saldo e stralcio”, vale a dire non soltanto abbonare gli interessi e le penali, ma addirittura una cospicua parte del capitale, pagando solo dal 6 al 20% al massimo della somma dovuta, secondo la proposta del leghista Armando Siri.

E addirittura Salvini lo vorrebbe esteso alle cartelle esattoriali fino a 1 milione di euro, il 90% del totale, cioè un regalo sfacciato ai grandi evasori, altro che ai piccoli imprenditori schiacciati dalla crisi. “Accontentandosi” eventualmente di 500 mila euro nel caso il M5S insistesse invece nella sua versione di condono più “soft”, sotto la forma di una riproposizione della rottamazione delle cartelle (che sarebbe la terza, dopo quelle di Renzi e Gentiloni), che prevederebbe solo l’abbuono degli interessi e delle sanzioni.

Sta di fatto che oltre a premiare i furbi e beffare i contribuenti onesti, questo ennesimo condono rischia pure di creare buchi nei conti dello Stato, sia perché in sua attesa molti stanno ritardando i pagamenti delle ultime due rate della rottamazione bis (c’è chi paventa per questo l’arrivo di un buco di 3 miliardi), sia perché è stato calcolato che per il 2019 i 2,2 miliardi di entrate previste sarebbero annullate da 2,1 miliardi di mancato gettito delle imposte ordinarie, e solo dopo il 2020 la “pace fiscale” comincerebbe a dare un gettito di una qualche consistenza.

“L’alternativa era una superpatrimoniale”

Quello che balza soprattutto agli occhi, e che grida vendetta in questa che viene spacciata come “manovra del popolo”, è che essa non soltanto non toglie un euro ai ricchi e ai capitalisti per redistribuirlo verso il lavoro, le famiglie più povere e disagiate, il Sud, la sanità, l’assistenza, la scuola e così via, ma anzi da una parte abbassa loro le tasse e premia gli evasori fiscali, e dall’altra finanzia, peraltro a debito, solo alcuni interventi di carattere demagogico ed elettoralistico, aumentando il già smisurato debito pubblico ed esponendo il Paese a una crisi finanziaria devastante. “Va messo in conto che la ricetta precedente avrebbe portato il Paese allo sfascio. L’alternativa alla nostra sfida era una superpatrimoniale”, ha ammesso infatti il viceministro leghista all’economia Massimo Garavaglia.

Questa “manovra del popolo” sarà invece pagata proprio dal popolo, non soltanto per la mancanza di investimenti, di lavoro e di interventi per il Sud, in cambio di elemosine e mance elettoralistiche; e non soltanto per l’aumento degli interessi sul debito dovuti allo spread che sottraggono ulteriori risorse agli investimenti e allo Stato sociale: ma proprio in termini di tagli alla spesa pubblica e sociale per far quadrare i conti, tagli che per il momento vengono tenuti nascosti.

Sommando infatti tutte le voci di spesa (rdc, quota 100 ecc.), più 2,5 miliardi di “spese indifferibili”, e anche tralasciando gli 1,5 miliardi del rimborso ai truffati delle banche, si arriva a 24 miliardi, a cui vanno sommati i 12,5 miliardi della sterilizzazione dell’iva, per un totale di 36,5 miliardi, che è l’importo della manovra (circa 40 miliardi se si conteggiano anche i maggiori interessi sul debito dovuti allo spread). Dal lato delle entrate il Def prevede 22 miliardi di “flessibilità” reale ricavata con il deficit al 2,4%, 1,6 miliardi dal reddito di inclusione, altri 2,5 miliardi dalla soppressione di sovvenzioni alle imprese assorbite dalla flat tax, altri 3,6 miliardi dalla Spending review (“risparmi” sulla spesa pubblica) e 2,2 miliardi dal condono fiscale (che come abbiamo visto sono tutt’altro che scontati). Il totale fa 32 miliardi. Mancano ancora 4,5 miliardi per coprire le spese al netto dello spread.

La “clausola di salvaguardia” di Tria

Come verranno reperiti questi miliardi? Il Def non lo dice, ma non è difficile immaginarlo. Qualcosa arriverà dalla svendita di immobili pubblici (si parla di 600 milioni per il 2018 e altrettanti nel 2019 e 2020. Altre risorse però dovranno essere trovate abolendo una serie di agevolazioni e detrazioni fiscali, e altre ancora attraverso nuovi tagli “lineari” alla spesa di tutti i ministeri. In totale, tra Spending review, privatizzazioni, detrazioni fiscali abolite, aumento degli acconti tributari e nuovi tagli alla spesa siamo quindi sugli 8 miliardi, praticamente l’equivalente del reddito di cittadinanza o della “quota 100”, che le masse dovranno in qualche modo ripagare.

Non a caso il ministro Tria, per rassicurare i mercati e la Ue, ha annunciato l’inserimento nella manovra di una “clausola di salvaguardia” che prevede la “revisione della spesa” nel caso gli obiettivi fissati di aumento di Pil, che dovrebbero compensare l’aumento di deficit, non fossero raggiunti. O anche nel caso malaugurato che lo spread raggiungesse il livello di guardia, peraltro non lontano, di 400 punti: “Se la manovra non funziona, cambieremo la manovra”, ha detto candidamente il ministro.

Di sicuro si sa già che non c’è traccia del miliardo di rifinanziamento al Fondo sanitario nazionale per il 2019 atteso dalla ministra della Salute Grillo, né dei 500 mila euro per il rinnovo del contratto della sanità. La Cgil denuncia poi che mancano all’appello anche gli stanziamenti per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego e della scuola. Persino il sindacato Anief, vicino al M5S, denuncia che solo per garantire il potere d’acquisto degli 1,3 milioni di docenti servirebbero 4 miliardi. Ma nel Def non ce n’è traccia.

Si stanno svegliando infatti anche le segreterie sindacali di Cgil, Cisl e Uil, che in un documento congiunto sottolineano tra l’altro come nel Def “manchino sia gli investimenti infrastrutturali, materiali e immateriali, sia quelli sociali, oltre a interventi sulla ricerca, sulla formazione e sull’innovazione”, e come “del tutto assenti sono i riferimenti all’innovazione e alla Pubblica Amministrazione e nel rapporto con la contrattazione in essere e quella ancora da svolgere”. Inoltre “manca un riferimento sulla previdenza per i giovani e le donne e la separazione tra previdenza e assistenza”. Il documento definisce inoltre “fumosi i riferimenti al reddito di cittadinanza e al suo collegamento con il lavoro” e che “problemi esistono anche rispetto ai temi del mezzogiorno e del lavoro discontinuo e precario”.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 36/2018)

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