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Manine sul decreto fiscale, ora vogliamo la verità. E poi le dimissioni di Tria o Di Maio – Linkiesta.it

La ricreazione è finita: se davvero i tecnici del Mef hanno modificato il decreto, il ministro deve assumersene la responsabilità. Se invece è stato inscenato un complotto per coprire un pasticcio politico, è il vicepremier che deve fare gli scatoloni. Così succede in un Paese serio

Ricapitoliamo, che forse non abbiamo capito noi: il decreto fiscale – uno dei dodici decreti collegati che compongono la legge di bilancio – viene votato in consiglio dei ministri e poi inviato informalmente al presidente della repubblica. Nel mezzo, senza che ne siano informati né il premier, né i vicepremier, né il ministro dell’economia viene inserita una norma nel decreto, l’articolo 9, che prevede tetti più alti per il condono, da 100 a 500mila euro, possibilità di sanare anche l’Iva e un colpo di spugna su una serie di reati tributari e sulla disciplina del riciclaggio e dell’auto riciclaggio. Non stiamo parlando di virgole o di aggettivi: sono righe che cambiano i connotati alla pace fiscale, argomento spinosissimo tra Lega e Cinque Stelle, in un modo talmente clamoroso da poter provocare una crisi di governo.

Fin qui, il giallo. Poi arriva la commedia dell’assurdo. Di Maio, che non era in consiglio dei ministri quando è stato approvato il decreto, che parla di “manine politiche o tecniche” che hanno infilato l’articolo 9 nel decreto mandato al Quirinale e che minaccia una denuncia alla procura della repubblica. Il Quirinale che afferma in una nota di non aver ricevuto alcuna bozza del decreto dal governo. La Lega che replica stizzita a Di Maio, affermando di non aver inserito l’articolo 9 a tradimento. Conte che annuncia che le bozze sono carta straccia e rivedrà personalmente il decreto articolo per articolo. E gli ormai leggendari tecnici del Ministero dell’Economia che rimangono gli unici sotto il cono di luce, quasi fossero una specie di specie di spectre che decide in autonomia, in spregio a equilibri politici delicatissimi. O che, peggio, dissemina di trappole il percorso del governo, con ingerenze ben oltre il limite dell’eversione.

È possibile che un vicepremier decida di rendere pubblico uno scandalo di queste dimensioni, che mette il governo e la tenuta finanziaria del Paese, senza prima informarsi con il premier, con gli alleati, con il ministro dell’economia su cosa è successo effettivamente con quel benedetto articolo 9?

Comunque la si guardi, e per quanto possa apparire poco seria, la faccenda è gravissima. E una volta chiarita, se mai loro sarà, avrà conseguenze pesantissime. Ci limitiamo a quelle politiche: dovesse essere appurato che davvero i tecnici del Mef hanno inserito l’articolo 9 nel decreto fiscale senza consultare nessuno, Giovanni Tria dovrebbe dimettersi un minuto dopo, con tante scuse. Dovesse essere appurato che la Lega ha infilato quell’articolo a tradimento, dovrebbero dimettersi tutti i ministri Cinque Stelle, premier compreso, aprendo di fatto una crisi di governo. Dovesse essere appurato che Di Maio si è inventato il complotto per rimediare a pasticcio cui il Movimento Cinque Stelle è parte in causa, dovrebbe essere lui a riempire gli scatoloni e tornare a Pomigliano d’Arco. E anche in questo caso, sarebbe crisi di governo.

Fossimo un Paese normale finirebbe così. E sarebbe comunque un disastro. Perché sia che si dimetta Tria, sia che salti tutto il governo, i contraccolpi per il Paese, nel mirino della Commissione Europea, dei mercati e delle agenzie di rating, sarebbero devastanti. Ed è per questo che troviamo lo show-down di Di Maio, a Porta a Porta e sui social, completamente fuori dai binari. È possibile che un vicepremier decida di rendere pubblico uno scandalo di queste dimensioni, che mette il governo e la tenuta finanziaria del Paese, senza prima informarsi con il premier, con gli alleati, con il ministro dell’economia su cosa è successo effettivamente con quel benedetto articolo 9? È possibile che decida, senza consultare nessuno, di rivolgersi per questo alla magistratura ordinaria? È possibile che le esigenze di comunicazione di un leader politico, la sua propaganda alla vigilia del maxi raduno dei Cinque Stelle al Circo Massimo, venga prima dei vincoli di lealtà e della sopravvivenza del governo di cui fa parte, che lui stesso definisce un giorno sì e l’altro pure sotto attacco dei poteri forti?

Noi davvero, di fronte a tutto questo, alziamo le mani. Perché davvero di questi teatrini dell’assurdo, di questi psicodrammi pubblici, di questa continua demolizione delle istituzioni – Di Maio è quello che minaccia l’impeachment di Mattarella, in un momento di rabbia dopo il gran rifiuto a Paolo Savona, mentre lo spread vola alle stelle – l’Italia non ne ha bisogno. E il fatto che queste sceneggiate siano fatte a uso e consumo di una rabbia popolare che deve sempre stare oltre il livello di guardia, per poter ingrassare il consenso di Cinque Stelle e Lega, rende il tutto ancor più pericoloso. Perché prima o poi tutta questa rabbia si rivolterà contro gli apprendisti stregoni che l’hanno generata. E il bello è che Di Maio sembra proprio non rendersene conto.

Sorgente: Manine sul decreto fiscale, ora vogliamo la verità. E poi le dimissioni di Tria o Di Maio – Linkiesta.it

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