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ISOLA PRIGIONE DELL’ASINARA: LA BATTAGLIA DEL 2 OTTOBRE NELLA SEZIONE LAGER DI FORNELLI – Pasquale Abatangelo

Accadde 39 anni fa, il 2 ottobre del 1979. Una ricorrenza da non dimenticare…ISOLA PRIGIONE DELL’ASINARA: LA BATTAGLIA…

Opublikowany przez Pasquale Abatangelo Poniedziałek, 1 października 2018

 

Accadde 39 anni fa, il 2 ottobre del 1979. Una ricorrenza da non dimenticare…

ISOLA PRIGIONE DELL’ASINARA: LA BATTAGLIA DEL 2 OTTOBRE NELLA SEZIONE LAGER DI FORNELLI
(da “Correvo pensando ad Anna” di Pasquale Abatangelo)

Il 24 settembre del 1979, a Roma, venne arrestato Prospero Gallinari. Dopo la furiosa sparatoria che lo ridusse in fin di vita per i colpi ricevuti in testa, furono ritrovate nelle sue tasche alcune piantine della sezione speciale di Fornelli, dalle quali si evinceva che nel carcere erano celati cospicui quantitativi di esplosivo al plastico. La tregua finì come per incanto. Gli agenti di custodia tornarono a comportarsi in modo aggressivo e violento. Iniziammo a essere subissati di perquisizioni, e i carabinieri entrarono più volte nel reparto alla ricerca dei nostri nascondigli. I depositi del Comitato di Lotta e della Brigata di Campo ressero bene, ma, in ogni circostanza, i militari devastavano le nostre suppellettili e i nostri effetti personali. Era evidente che si intendeva tornare al terrorismo psicologico precedente le lotte del 1978. E, infatti, il 29 settembre, in concomitanza con l’ultima e inutile perquisizione dei carabinieri ordinata dal giudice Sica di Roma, tutti gli spazi di socialità interna vennero chiusi senza alcuna spiegazione. Era una dichiarazione di guerra. Ma nessuno di noi poteva accettare di essere rigettato nel silenzio, nella separazione e nella paura senza reagire con tutta la forza possibile. Nonostante lo stretto isolamento in cui ci avevano costretti di nuovo, la discussione clandestina fu veloce e produsse un risultato unanime. La parola d’ordine della distruzione del carcere si diffuse tra le celle nel silenzio più assoluto, unendo tutti i prigionieri rinchiusi a Fornelli. Tirammo fuori l’esplosivo dai nostri nascondigli. Poi, eludendo la sorveglianza delle guardie, lo facemmo passare di cella in cella per concentrarlo tutto insieme. Nel cameroncino eletto a santabarbara dove eravamo rinchiusi io, Lauro Azzolini e Robertino Ognibene. Azzolini aveva pratica di esplosivi e iniziò immediatamente a fabbricare delle bombe a mano con le macchinette per il caffè. Io e Robertino, seguendo le sue istruzioni, lo aiutammo, fino a preparare cinque o sei ordigni, che nascondemmo provvisoriamente sotto una branda. A questo punto l’attacco poteva iniziare. Avremmo devastato le celle e sfondato i soffitti, che non erano stati ristrutturati dopo l’abbattimento dei muri divisori dell’anno precedente. Poi ci saremmo ricongiunti tutti nel sottotetto, che raggiungeva a malapena il metro di altezza, ma era costituito da un unico spazio. Ovviamente, come tutte le rivolte, anche questa sarebbe terminata con l’inevitabile resa, ma solo dopo aver dato fondo alla distruzione della sezione, che intendevamo rendere inagibile una volta per tutte. Per tutelarci dalle rappresaglie immancabili, il Comitato di Lotta aveva deciso di prendere in ostaggio alcune guardie, e anche in questo caso avremmo dovuto occuparcene noi tre, sfruttando una telefonata ai famigliari accordata già da tempo a Robertino.
Alle 19,00 del 2 ottobre, Ognibene venne prelevato per effettuare la chiamata. Dopo dieci minuti tornò scortato da cinque agenti per essere rinchiuso nella cella. Quello era il momento: appena le guardie avrebbero aperto il cancello per farlo rientrare, io e Lauro saremmo usciti improvvisamente, e, insieme a Robertino, avremmo catturato i secondini brandendo i coltelli e una pistola finta. Ma qualcosa non funzionò, perché Robertino entrò in azione allo scatto della prima mandata della serratura, quando ancora la chiave non aveva aperto il cancello della cella. Le guardie reagirono immediatamente, sopraffacendo il nostro compagno, che si dimenava a più non posso senza poter competere contro cinque uomini. Noi eravamo nell’impossibilità di fornirgli aiuto e, a quel punto, Lauro cercò di far saltare il cancello applicando una carica di esplosivo sulla serratura e accendendo la miccia. Ma le guardie, prima di uscire dalla sezione trascinandosi via Ognibene, chiusero violentemente la porta blindata, facendo cadere a terra il plastico proprio mentre la scintilla stava raggiungendo il detonatore. Lauro ebbe i riflessi pronti: raccolse l’esplosivo, lo lanciò nel bagno, e si rifugiò sotto una branda per ripararsi dallo scoppio. Feci lo stesso un attimo prima dell’esplosione, che fu incredibilmente potente e creò un fortissimo spostamento d’aria. Venimmo sollevati da terra, mentre le inferriate del bagno si sradicavano come tendine. La cella si riempì di fumo, e ci vollero alcuni secondi prima che riuscissimo a vederci, constatando che eravamo completamente anneriti ma vivi. Sembravamo due spazzacamini ubriachi. Le orecchie continuavano a ronzare e non ci fu nemmeno il tempo di pensare che, se le bombe nascoste sotto la branda fossero esplose per simpatia, di noi due sarebbe rimasto soltanto uno spezzatino. La rivolta era partita. Nelle altre celle i compagni stavano già sfondando i soffitti. Sentivamo gli schianti, le urla di incitazione, e, dopo poco, i rumori furono sopra la nostra testa. Qualcuno aveva già raggiunto il sottotetto ed era arrivato all’altezza della nostra cella. Ci mettemmo in piedi, mentre, dall’alto, i colpi percuotevano il soffitto. Piovvero calcinacci fino a quando, dal buco faticosamente prodotto, non si affacciò la grande barba rossa di Maurizio Ferrari. «Dove sono le guardie?», chiese subito. Ancora rimbambiti, gli rispondemmo che non c’erano, e non c’era nemmeno Robertino. “Mao” aprì la bocca, la richiuse, la riaprì di nuovo senza dire nulla. Gli spiegammo meglio l’accaduto e fu chiaro che si doveva andare avanti senza l’”assicurazione” degli ostaggi. Intanto il fumo si era diradato, e non restava che mettersi all’opera anche dentro la nostra cella. Barricammo il cancello, procedendo a distruggere le suppellettili e i sanitari. Quindi salimmo anche noi sul sottotetto portando le bombe. Il fracasso era dappertutto. Spaccare un carcere è un lavoro che si fa volentieri, e, nel giro di un’ora, gli operai, i banditi, gli studenti rinchiusi a Fornelli avevano di nuovo ridotto la sezione in un cumulo di macerie. Le guardie tentarono inutilmente una serie di assalti armati. Le barricate funzionarono e, verso le 21,00, l’opera di devastazione era completata. Iniziammo a trattare la resa. Ma le urla di Cardullo e dei secondini furono poco diplomatiche: «Non c’è resa. Vi ammazziamo tutti. Fornelli sarà la vostra tomba!». Non erano solo minacce. Si passò immediatamente ai fatti, con ripetute scariche di fucileria che durarono circa un’ora. Gli agenti di custodia e i carabinieri sparavano all’impazzata, quasi per dare sfogo alla loro rabbia. O erano fuori controllo, o avevano ricevuto l’ordine di fare una strage. Rimanemmo ben riparati dietro le spesse mura di cemento armato e dietro le porte blindate, che in questa occasione risultarono più utili a noi che a loro. Alle 22,15, con un ingente fuoco di copertura, un gruppo di guardie tentò una sortita penetrando nel corridoio della sezione e cercando di sfondare due celle. Lanciammo una bomba al plastico, che esplose con fragore costringendo gli assalitori a battere in ritirata. Le bombe erano la nostra briscola. Non avevano mai fatto comparsa in una rivolta carceraria, e questo rendeva particolarmente pericolosa l’espugnazione della sezione da parte degli agenti di custodia. Forti dell’effetto provocato, tentammo un riavvio della trattativa, ottenendo di parlare con il sostituto procuratore di Sassari, che era giunto precipitosamente sull’isola. Giovanni Mossa, così si chiamava il magistrato, fece la mossa di accettare il confronto, a condizione di incontrare un nostro delegato. Mandammo Giorgio Panizzari, che era abituato alle missioni impossibili. Il suo compito era spiegare che, per noi, la rivolta era conclusa, e che, per arrenderci e consegnare i nostri arsenali, pretendevamo assicurazioni circa la nostra incolumità e il nostro trasferimento in altre carceri. Ma Cardullo e il magistrato, venendo meno alla parola data, si presero Giorgio, intimandoci di nuovo la resa senza condizioni. Capimmo che l’ordine venuto da Roma era quello di reprimere la rivolta, punto e basta. Infatti, alle 2,00 di notte, coperti ancora una volta da forti scariche di fucile, le guardie e i carabinieri sferrarono un altro assalto. Rispondemmo con una bomba più potente della prima, che sortì di nuovo l’effetto di costringere alla ritirata i militari. Ma, alle 3,00, partì un terzo attacco. Questa volta vennero sparati anche potenti gas asfissianti e urticanti. Alcuni compagni svennero. La sensazione di nausea era fortissima e le ustioni provocate dalle sostanze contenute nei candelotti erano estremamente dolorose. C’era poco da fare. Minacciammo di ricorrere a ordigni più potenti, in grado di fare morti nelle loro fila. Gridammo che ci avrebbero accompagnati all’inferno e che, se volevano provare, non dovevano fare altro che venire avanti. Forse si impaurirono. Forse ne avevano abbastanza anche loro.
In ogni caso, non potevano dubitare della nostra determinazione a morire combattendo, e così, dopo una negoziazione lunga e faticosa, Cardullo si fece garante personale della nostra incolumità. Accettammo di uscire uno a uno. Alle 5,00 del mattino, Renato Curcio fu il primo. Con le mani alzate, lasciammo la sezione demolita, incamminandoci in un lungo corridoio, dietro il cui primo angolo ci aspettava la vendetta delle iene. Una lunga fila di sbirri era disposta su ambo i lati delle mura, creando una prospettiva di manganelli che attendeva affamata il nostro passaggio. Calci, pugni, sputi, bastonate vennero dispensati senza avarizia a ogni rivoltoso. Le guardie sfogavano la loro frustrazione insultandoci e minacciando ogni genere di rappresaglia. Percorso il tunnel delle mazzate, finimmo tutti ammassati in dei cameroncini della sezione adiacente, dove solitamente erano rinchiusi i lavoranti e i fascisti. Alcuni di noi avevano enormi vesciche sulle gambe e sulle braccia, provocate dai gas. Eravamo tutti piuttosto malconci, e non ci venne prestata alcuna assistenza medica. In realtà non ci aspettavamo nulla. Anche chi stava peggio, evitava di lamentarsi. Nel frattempo, come ennesima smentita delle garanzie fornite da Cardullo, iniziò un sabba ispirato alle peggiori tradizioni degli eserciti di ventura. Le celle vennero saccheggiate. I libri furono ammassati nel corridoio e dati alle fiamme. I muri si riempirono di svastiche, mentre le guardie urlavano slogan fascisti, battendo fortissimi colpi sulle porte blindate dei cameroni dove eravamo accatastati. Raggomitolato a terra, cercavo di dormire con la testa appoggiata alle ginocchia. Molti provavano a fare lo stesso, tentando di ignorare la brutale euforia dei secondini. Qualcuno rovistava fra le tasche alla ricerca dell’ultima sigaretta. Qualcuno grattava le prime croste delle ferite. Qualcuno sorrideva guardando fisso nel vuoto. La battaglia era finita. Fornelli cigolava smantellata. L’Asinara, però, restava una bestia dalla pelle dura.

Il lager di Fornelli

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