Dicono i giudici che Luigi Chiatti è ancora pericoloso. E lui prova a smentire. Parla di una luce «che può emergere dal male più profondo» e di un «qualcosa di positivo» che si può scovare «anche da un evento così tragico».

Non chiede perdono, il mostro di Foligno – «non sono più quello, sono una persona diversa» – ma 26 anni dopo i due feroci delitti di cui si è macchiato sente di dover chiedere scusa: «Provo una sensazione di immenso dolore personale che mi strugge grandemente nel ricordo dal profondo del mio cuore, tanto da aver suscitato in questi lunghi anni tanti e tanti interrogativi, tra i quali il principale è se fosse giusto o no concedermi la possibilità di rinascere a vita nuova e, quindi, rientrare tra la gente in società, considerato il dolore presente, senza fine, che a causa mia si è determinato ed è presente nelle famiglie e in tante altre persone legate alle vittime. Mi dispiace, vi chiedo umilmente scusa con il cuore in mano».

LA STORIA DEL MOSTRO AL «TORINO CRIME FESTIVAL» DEL 2017

Dalla Rems di Capoterra, la versione moderna e davvero terapeutica delle ex carceri pschiatriche, Luigi Chiatti affida il suo sfogo a una lettera inviata al direttore de L’Unione Sarda. Cinquanta righe che sembrano scritte da un’altra persona, rispetto a quella che le cronache e i processi ci hanno raccontato dal 1992 a oggi. Di certo molto cambiata, anche da quella che solo nel 2014 si rivolgeva a un amico e parlava di bambini con le dita mozzate, di sangue e di animali scuoiati e fatti a pezzi con le forbicine.

E mentre racconta di questo cambiamento, del percorso di pentimento, Luigi Chiatti cita anche le sue vittime: il piccolo Simone Allegretti, che nel 1992 aveva solo 4 anni, e Lorenzo Paolucci, ucciso nel 1993, quando ne aveva 13. «In questi anni di restrizione – scritte Chiatti – ho cercato di trasformare tutto il male fatto in gesti di aiuto nei confronti di chi, come me ristretto, si trovava in difficoltà nello svolgere al meglio tutte le mansioni di responsabilità che mi venivano assegnate, comportandomi bene con tutti, tanto da essere ben voluto da tutti quelli che mi hanno conosciuto personalmente e, ogni volta che lo facevo per me, era un dono fatto a Simone e Lorenzo, e ciò mi rendeva immensamente felice, perché era un modo per dare, come ho già detto in precedenza, un senso alla loro prematura morte. Ho cominciato ad apprezzare le gratifiche delle persone da me aiutate. Nella vita non c’è miglior cosa che agire per il bene, i ricordi delle persone aiutate rimangono per sempre ed illuminano la vita».

I giudici hanno deciso giusto qualche settimana fa che il mostro di Foligno dovrà restare nella Rems di Capoterra (cittadina a pochi chilometri da Cagliari) ancora per altri due anni, ma lui approfitta per ribadire le scuse. «Prima di porre termine a questo mio scritto vorrei rassicurare, per quanto mi è possibile, le famiglie delle povere vittime. Oggi c’è una persona diversa ristretta, una luce non riconosciuta che vuole essere accolta semplicemente perché è luce, non è più negativa ma positiva, e che vuole tanto dare agli altri, trasmettere se stessa e dare un senso a tutto ciò che è avvenuto e che non doveva avvenire. Se potessi tornare indietro non rifarei mai quello che ho fatto perché ciò che ho fatto è distruzione della vita e disprezzo del creato. Scusatemi».