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Draghi ha tolto gli alibi a Lega e M5S | Rep

Nell’era del web non ci si può stupire di nulla, quindi nemmeno delle reazioni isteriche suscitate dall’incontro al Quirinale tra Sergio Mattarella e Mario Draghi. Si dirà che si tratta di una piccola minoranza attiva sui social e quasi sempre protetta dall’anonimato. Tuttavia la violenza dei giudizi (“traditori del popolo”, “eversori”, “golpisti”, “intromissione indebita”) dà la misura del grado di imbarbarimento del dibattito pubblico. Si può non essere d’accordo con l’Europa dell’austerità e con le ingiustizie sociali dell’Unione così come è stata costruita negli anni. Ma è bizzarro scagliarsi contro il presidente della Bce che ha contribuito in misura determinante a tenere a galla l’Italia con i massicci acquisti del programma Qe e non solo. Ancora più paradossale è ignorare o fingere di ignorare che contatti e colloqui riservati ce ne sono di continuo quando si tratta dei conti pubblici di un paese in difficoltà. Di cos’altro dovrebbe occuparsi il presidente della Banca centrale dell’eurozona nell’epoca della moneta unica? E per quale motivo il presidente della Repubblica dovrebbe rinunciare a svolgere il ruolo di equilibrio previsto dalla Costituzione?

Naturalmente il problema non sono i “leoni della tastiera” malati di complottismo, quanto la loro espressione politico-istituzionale. Nemmeno in questa circostanza, infatti, Di Maio e Salvini, i due capi politici della maggioranza, hanno detto una parola chiara che suoni come una presa di distanza dal peggio della “blogosfera”. Il vicepremier Di Maio ha ripetuto l’amenità secondo cui «tra lo spread e i cittadini noi scegliamo i cittadini». E Salvini garantisce che, accada quel che accada, «noi andremo avanti». Quasi a incoraggiare in modo implicito l’idea che gli allarmi non hanno ragione d’essere, anzi che sono in ogni caso lo strumento di un attacco all’autonomia e sovranità dell’Italia.

È un eccesso di provincialismo di cui ci si potrebbe pentire. È curioso non cogliere la differenza tra il francese Moscovici che esprime un punto di vista («l’Italia è xenofoba») in sintonia con la linea politica e gli interessi di Parigi quando mancano pochi mesi alle elezioni e le preoccupazioni di Draghi per i danni forse irreversibili che si affacciano all’orizzonte se la manovra di bilancio dovesse fallire. Battersi sul piano politico per un’Europa diversa dall’attuale, qualunque cosa ciò significhi, è lecito e magari anche opportuno. Infischiarsi delle leggi dell’economia o interpretarle come una congiura di poteri ostili, è la strada sicura per farsi molto male. Quasi tutto si può ricondurre alla politica tranne le regole basilari su cui si fonda il governo di paesi interdipendenti. E tra queste regole c’è anche il sistema bancario. Ne deriva che si avvicina il momento in cui la maggioranza giallo-verde dovrà offrire una prova di qualche maturità, se ne è capace.

Dietro le quinte Salvini sembra consapevole di questo punto più del suo socio Di Maio, il campione del partito della spesa. Il capo della Lega, uomo di destra stile “legge e ordine”, ha una prospettiva distinta rispetto ai Cinque Stelle, tuttavia ha scelto di seguire la corrente e di ricavarne un utile immediato. Arriverà il momento in cui il destino delle due forze nazional-populiste dovrà scindersi: e se i capi del duopolio non avranno coraggio, saranno gli elettori a decidere. Anche perché la Troika, tante volte evocata in caso di collasso, richiede che esista comunque una maggioranza parlamentare per sostenere un piano draconiano. E oggi, a differenza della Grecia, nulla di simile si delinea all’orizzonte.

Sorgente: Draghi ha tolto gli alibi a Lega e M5S | Rep

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