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Cucchi, dalle carte sparite all’accusa di omicidio: così è crollato il muro di omertà Ilaria: «Tutti hanno mentito»

La svolta del carabiniere Francesco Tedesco: «Sono stato zitto perché temevo per la carriera»

di Giovanni Bianconi

«Mi sono determinato a raccontare la verità per tutta una serie di ragioni — ha spiegato il carabiniere Francesco Tedesco al pubblico ministero che ne ha raccolto la confessione —. All’inizio avevo molta paura per la mia carriera, temevo ritorsioni e sono rimasto zitto per anni, però successivamente sono stato sospeso e mi sono reso conto che il muro si sta sgretolando». Un muro di omertà che lo stesso Tedesco aveva contribuito ad alzare, dal giorno dopo la morte di Stefano Cucchi e fino alle indagini che hanno coinvolto — dopo un processo fallito agli agenti della polizia penitenziaria — i militari dell’Arma. Quando intuirono di essere sotto intercettazione, oltre che sotto inchiesta, fu proprio lui a proporre di utilizzare telefoni nuovi per parlare solo tra indagati, in modo da evitare le microspie. E temendo una perquisizione fece sparire, consegnandolo alla sorella, il computer dove aveva scritto la relazione di servizio che raccontava il pestaggio di Cucchi. Ma quando ha letto l’accusa con cui il pm Giovanni Musarò l’ha mandato davanti alla corte d’assise, ha capito che difficilmente l’avrebbe scampata. E ha cambiato atteggiamento.

«La lettura del capo d’imputazione per omicidio preterintenzionale mi ha colpito molto — continua Tedesco —, perché il fatto descritto corrisponde a ciò che ho visto io. Solo a quel punto ho compreso appieno la gravità dei fatti, e ho deciso di dire quello che ho visto, per una questione di coscienza. Prima credevo che la vicenda fosse anche gonfiata mediaticamente, poi ho riflettuto e non sono riuscito più a tenermi dentro questo peso». Parole che ora toccherà ai difensori degli altri imputati mettere in dubbio, se non arriveranno altre confessioni. Ma a prescindere da come finirà la partita giudiziaria davanti ai giudici, c’è già un riscontro a quanto riferito dal carabiniere riguardo all’annotazione compilata dopo la morte di Cucchi, sparita dal fascicolo dove doveva stare, e con l’indicazione nell’indice degli atti modificata rispetto a ciò che aveva scritto Tedesco. Un indizio significativo, che fa il paio con il registro dei foto-segnalamenti corretto con il bianchetto per cancellare il nome di Cucchi, visto che proprio durante quell’operazione il fermato fu percosso a schiaffi e calci.

Del resto, nell’inchiesta bis che la Procura guidata da Giuseppe Pignatone ha condotto con metodologie e sistemi solitamente usati nelle inchieste antimafia, c’era già la «confessione» di Tedesco. Fatta al collega che aveva portato Cucchi in tribunale la mattina successiva all’arresto, il quale gli aveva chiesto come mai fosse così malridotto. «Non è stato collaborativo al foto-segnalamento», tagliò corto. Ora ha aggiunto il resto. E ha svelato i particolare di come gli attuali imputati sono riusciti a sfuggire all’inchiesta per anni, lasciando che i pm della prima indagine si concentrassero sugli agenti penitenziari. Aggiustando le relazioni di servizio per gli accertamenti condotti all’interno dell’Arma, arrivati alla tranquillizzante conclusione che nelle caserme da cui era passato il tossicodipendente fermato per spaccio di droga non era successo niente di strano. «In quei giorni assistetti personalmente alla telefonata fatta dal maresciallo Mandolini al comando stazione di Tor Sapienza — racconta oggi Tedesco parlando del suo comandante dell’epoca —, quando chiese al suo interlocutore di modificare le annotazioni redatte dai militari in servizio quella notte… Le annotazioni in effetti furono modificate… Quella telefonata io l’ho vissuta come una violenza, era come se volesse farmi capire che lui poteva fare quello che voleva, e che il mio racconto non contava nulla. Del resto Mandolini si vantava di avere molte conoscenze sia all’interno dell’Arma sia nel Vaticano».

Il carabiniere che da imputato ha deciso di vestire i panni del testimone d’accusa aggiunge che lo stesso comandante Mandolini lo accompagnò dal magistrato della prima inchiesta, quando fu chiamato a deporre: «Non mi minacciò esplicitamente, ma aveva un modo di fare che non mi faceva stare sereno. Io avevo capito che non potevo dire la verità e gli chiesi cosa avrei dovuto dire al pm, e lui rispose: “Tu gli devi dire che stava bene (Cucchi, ndr), gli devi dire quello che è successo, che stava bene e che non è successo niente… capisci a me, poi ci penso io, non ti preoccupare”». Il maresciallo maggiore Emilio Bucceri, comandante della Stazione Appia, ha testimoniato che a novembre 2009 fu convocato insieme a tutti i responsabili di stazione e compagnia dall’allora comandante provinciale dell’Arma Tomasone, «che ci sensibilizzò sulla gestione del personale perché in quel periodo vi era stata non solo la vicenda Cucchi, ma anche quella relativa a Marrazzo nella quale erano stati arrestati alcuni carabinieri». Nel frattempo, mattone dopo mattone, qualcuno aveva già cominciato a erigere il muro di protezione che ha resistito nove anni

Sorgente: Cucchi, dalle carte sparite all’accusa di omicidio: così è crollato il muro di omertà Ilaria: «Tutti hanno mentito»

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