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Che cosa c’è dietro le proposte per dare più potere al popolo – La Stampa

Prossima rivoluzione: la democrazia diretta. Il ministro Fraccaro ne ha anticipato gli obiettivi. Sbagliato sottovalutarne gli effetti

di Ugo Magri

Prossima rivoluzione: la democrazia diretta. Il ministro Fraccaro ne ha anticipato gli obiettivi. Sbagliato sottovalutarne gli effetti

Nel disinteresse dei media, che inseguono chi la spara più grossa, il ministro delle Riforme Riccardo Fraccaro ha presentato tre proposte per fare dell’Italia un laboratorio mondiale di democrazia diretta. La prima idea consiste nel dimezzare il numero dei parlamentari; la seconda nell’introdurre i referendum propositivi; la terza nel cancellare il quorum di quelli abrogativi. «Tutto qui?», si sono stupiti nella casta intellettuale. E in effetti, a prima vista sembrerebbe una riforma poco ambiziosa. Non si parla di abolire il Senato, come voleva Renzi, né di eleggere direttamente il Capo dello Stato («pallino» delle destre). Qui lo schema è completamente diverso. L’obiettivo consiste nel dare più potere al popolo. Con conseguenze piuttosto importanti. Vediamo quali.

 

Poca fiducia nel Parlamento

Quasi mille tra deputati e senatori sembrano un’enormità. In origine si pensava che dovessero portare nel Parlamento le comunità di cui erano espressione, dunque i padri costituenti vollero una rappresentanza folta e capillare. Dopodiché, invece di dare voce al territorio, anche per effetto delle riforme elettorali i nostri onorevoli sono stati nominati dall’alto e irregimentati. Dimezzarne il numero può sembrare buonsenso e già nel 1997 la Commissione per le riforme guidata da Massimo D’Alema lo proponeva. Ci sarebbe anche un certo risparmio. L’importante, però, è che sia chiaro a cosa andremmo incontro: cioè a un Parlamento ancor meno rappresentativo di quello attuale. Invece di radicarlo meglio tra la gente lo si poterebbe come si fa con i rami secchi. La riforma Fraccaro sottintende proprio questo, cioè una scarsa fiducia nella «mediazione» del Parlamento e la ricerca di canali diversi dalla «delega». Qui si entra nel cuore pulsante della riforma.

 

Legislatore fai-da-te

Se diventerà legge (bisogna prima modificare la Costituzione), il popolo potrà elaborare proposte di legge che, qualora il Parlamento le bocciasse o semplicemente le tenesse per 18 mesi in un cassetto, verrebbero sottoposte a referendum. Nel quale referendum verrebbe eliminato il quorum; per cui, anche se la maggioranza dei cittadini se ne restasse a casa infischiandosene, il voto sarebbe ugualmente valido. Idem per i referendum abrogativi. Questo in pratica cosa comporta? Una quantità di effetti anche indesiderati su cui è doveroso riflettere, ringraziando comunque Fraccaro per avercene dato la possibilità.

 

Il ritorno delle élites

Vorrebbe dire ad esempio che una minoranza agguerrita o qualunque potentato economico in grado di mettere insieme 500mila firme (quante ne sarebbero richieste per presentare una legge di iniziativa popolare) avrebbe la possibilità di imporre all’Italia la propria agenda politica. E magari di decidere facendo leva sul disinteresse di massa. Avremmo così, paradossalmente, una politica ancora più sovrastata dalle élite di quanto già non lo sia oggi. Secondo esempio: vista la possibilità prevista da Fraccaro di presentare proposte economiche, dovremmo prepararci a dire la nostra su questioni molto complicate; oppure (lo fa notare un costituzionalista autorevole come Vincenzo Lippolis) avremmo dei referendum in cui si cerca di colpire certe categorie sociali a vantaggio di altre più numerose. Tutte eventualità su cui è giusto calcolare in anticipo le conseguenze, perché decidere insieme è bello, anzi meraviglioso, ma poi non ci si deve lamentare.

Sorgente: Che cosa c’è dietro le proposte per dare più potere al popolo – La Stampa

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