Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

.

24 ottobre 1970 – Salvador Allende presidente 

da Vitactiva.it

Viva il Cile! Viva il popolo! Viva il lavoratori! Queste sono le mie ultime parole e sono certo che il mio sacrifico non sarà vano. Così Salvador Allende Gossens si congedava dai suoi concittadini l’11 settembre 1973, prima di togliersi la vita con un colpo di pistola, ormai messo con le spalle al muro dai golpisti di Augusto Pinochet, pronto a governare il Cile in maniera autoritaria per i successivi quindici anni.

Sembrerebbe una logica conseguenza che il mito di Allende, stabile tra le schiere dei beati socialisti e comunisti di tutto il mondo, fosse nato proprio quel giorno, l’undici settembre della nostra generazione, come lo ha definito Walter Veltroni nel fortunato docu-film Quando c’era Berlinguer.

E invece, il mito di Allende è qualcosa che viene da prima, e cioè dal giorno stesso della sua ascesa alla massima carica del paese sudamericano, esattamente trentasette anni fa, il 24 ottobre 1970. Il primo presidente socialista democraticamente eletto al mondo, il primo a non aver rinnegato la tradizione marxista –non era certo l’imborghesito Olof Palme, insomma- il primo a proporre la realizzazione di un socialismo dentro la democrazia, proprio nel paese sudamericano che, fino a pochi mesi prima, era la vetrina ideale di quello che mamma USA avrebbe voluto vedere in tutto il mondo: uno stato liberal-democratico, progressista, democristiano.

Il mito di Salvador Allende nasce proprio dalla sua vittoria, che ha fatto gridare di gioia schiere di comunisti sparsi per il globo, in parte delusi dall’atteggiamento dell’Unione Sovietica, ancora macchiata dalla recentissima e brutale repressione di Praga, datata 1968. Quale migliore momento per lavare l’onta di quell’insuccesso, e di mettere a nudo una volta per tutte le figuracce degli Stati Uniti in Vietnam –alla faccia della democrazia- di una vittoria elettorale perfettamente cristallina di un partito socialista marxista? Per di più, in pieno campo occidentale?

In realtà, se andiamo a scoperchiare il vaso di Pandora, possiamo vedere che la vittoria di Allende fu tutt’altro che quel grandioso tripudio del comunismo e del movimento dei lavoratori cileni che il mito vuole far credere. Allende vinse, certo, ma lo fece col 36,63% dei voti, non certo percentuali record per realizzare la rivoluzione. Strano ma vero, Allende ricevette due punti percentuali in più alle precedenti presidenziali del 1964, vinte dal democristiano Eduardo Frei.

Fu proprio la frattura interna alla DC che permise ad Allende sei anni dopo di conseguire il suo successo: la prima, risicata vittoria di quello che, nonostante l’indiscusso carisma, era fino ad allora un professionista del fallimento, con tre candidature consecutive e altrettante sconfitte piuttosto sonore.

Allende venne individuato come candidato della Unidad Popular, una coalizione eterogenea che comprendeva i comunisti fedelissimi a Mosca, i socialisti moderati, i socialisti rivoluzionari di Altamirano, ma anche partiti borghesi come quello radicale o i transfughi della DC, che in Frei avevano visto un tiepido interprete della volontà degli Stati Uniti. E dovette anche vincere un aspro dibattito interno alla coalizione per riuscire a spuntarla, complice anche il rifiuto del celeberrimo Pablo Neruda di concorrere sotto il vessillo comunista.

Fatto sta, che alla fine Allende riuscì a vincere. Le campanelle d’allarme risuonarono più o meno in ogni capitale occidentale, ma soprattutto a Washington e Roma. Nella prima, perché se il Cile crollava si frantumava in mille pezzettini quel complesso puzzle di anticomunismo che gli Stati Uniti stavano provando a comporre, non senza fatica, da più o meno 25 anni in tutta quanta l’America Latina. Nella seconda, perché se il comunismo arrivava legittimamente al potere in uno stato che dichiaratamente –e geograficamente- faceva parte dell’area liberal-democratica occidentale, chi avrebbe impedito al PCI nostrano di fare altrettanto? Con buona pace di tutti quei partiti, DC e formazioni laiche di centro, che della cosiddetta conventio ad excludendum, cioè del tacito accordo per cui i comunisti avrebbero potuto governare solo a livello locale e mai nazionale, avevano fatto i famosi due guanciali tra cui dormire serenamente.

Ma in realtà, Allende non stava troppo simpatico neanche a Mosca e L’Avana. All’Unione Sovietica, bene o male il mondo diviso in quella maniera andava benone, e andare ad impelagarsi in America Latina dopo tutti i guai che gli aveva provocato Castro a inizio decennio non era certo il primo punto dell’agenda di Breznev e compari. A Cuba, un presidente che predicava la rivoluzione in libertà non piaceva proprio, perché la rivoluzione comunista si doveva fare con l’avanguardia armata, la lotta e il Che Guevara di turno. Non certo con le elezioni borghesi.

Perciò, Allende si trovò tra l’incudine e il martello di chi non si fidava di lui a sinistra e di chi proprio non poteva vederlo a destra. Gli Stati Uniti di Nixon e Kissinger, nella loro stagione più realista, diedero avvio ad uno dei programmi di politica estera più coerenti della loro storia: rovesciare Allende in qualsiasi modo, lecito o illecito.

Al secondo grado dell’elezione del presidente cileno, che si svolge con il metodo dei grandi elettori all’americana, gli USA chiesero agli eletti democristiani di forzare la costituzione e schierarsi col candidato conservatore Alessandri, che poi si sarebbe ritirato, indicendo nuove elezioni, che sarebbero state vinte da Frei con l’aiuto americano.

Ma i due uomini di stato della Casa Bianca non avevano preso in esame il forte legame tra i cileni e la Costituzione, considerata molto più sacra, unica eccezione in tutta l’America Latina, dei singoli uomini che dichiarano di incarnarla. La proposta americana venne rifiutata, in uno dei momenti di più vivo antiamericanismo, spesso passato colpevolmente sotto traccia, dell’intera storia contemporanea occidentale.

Allende vinse le elezioni, e il 24 ottobre 1970 divenne presidente del Cile, mettendo nero su bianco con Frei che durante il suo mandato tutte le garanzie costituzionale sarebbero state rispettate.

Come poi si sia arrivati all’11 settembre, è un’altra storia: Allende gestì l’economia in maniera fallimentare, subordinandola sempre alla politica; applicò nazionalizzazioni in maniera poco razionale; usò in politica estera l’ambiguità di chi, isolato, deve offrire al mondo la carota dell’amicizia con Olof Palme e il bastone di quella –certo non sincera- con Fidel Castro.

Insomma, non fu certo il miglior presidente della storia del Cile. Ma governò, con rarissime eccezioni, rispettando sempre la Costituzione. All’origine del mito di Allende, forse, non dovrebbe esserci allora solo un uomo, ma una classe politica fatta di statisti che seppero guardare oltre la semplice poltrona, e compresero quale era il significato del testo costituzionale, principio primo e indiscusso della sovranità e dell’indipendenza di un paese e del suo popolo.

Non ci sarebbe un Allende, dunque, se non ci fosse stato un Eduardo Frei. Ora, sorge spontanea la domanda: la DC italiana degli Andreotti e dei Rumor avrebbe fatto altrettanto?

Sorgente: 24 ottobre 1970  – Salvador Allende presidente 

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad
< >

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

adwersing