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Ucraina, chi si ricorda più della guerra? Reportage dal fronte dimenticato d’Europa – il sole 24 ore

 

(Afp)
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AVDIIVKA, Ucraina — Guarda fisso davanti a sé cercando di spiegare che cosa significhi per lui trovarsi in guerra sulla linea del fronte del conflitto per procura che la Russia combatte contro l’Occidente. «Non fai che pensare alla morte tutti i giorni» dice Anton Akastyolov, soldato semplice ucraino di ventitrè anni, dislocato in un quartiere residenziale ora fatiscente alla periferia della città orientale di Avdiivka. Qui si combatte la guerra dimenticata d’Europa, un conflitto che negli ultimi quattro anni ha provocato oltre diecimila morti, quasi un terzo dei quali civili, diventando la guerra più sanguinosa combattuta in Europa dopo quella dei Balcani negli anni Novanta e una delle più lunghe da un secolo circa a questa parte.

Le potenze occidentali accusano il presidente russo Vladimir Putin di aver dato inizio al conflitto annettendo in modo illegittimo la Crimea nel 2014 – prima appropriazione di un territorio in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale –, fornendo così ai separatisti appoggiati dai russi il detonatore che li ha portati a prendere il possesso e il controllo delle città di Donetsk e di Lugansk nell’Ucraina orientale.

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Anche se Putin afferma che la Crimea ha sempre fatto parte della Russia, il suo operato in Ucraina rientra nell’elenco sempre più lungo delle accuse che gli sono mosse, tra le quali l’interferenza nelle elezioni degli Stati Uniti, l’intervento militare a sostegno del regime di Bashar al-Assad in Siria, e gli attentati con gas nervino contro un ex agente russo che faceva il doppio gioco a Salisbury in Gran Bretagna.

Le croci con i ritratti di soldati ucraini morti davanti all’ambasciata russa a Kiev. (Afp)

«Nella speranza di ricostituire quella che ai loro occhi era la grande Russia, si stanno spingendo sempre oltre e sempre più nel cuore dell’Europa» dice il generale di divisione Serhiy Nayev, comandante delle forze unite dell’Ucraina. «La Russia non ha interesse ad abbassare la temperatura, né con il mondo occidentale né con l’Ucraina».

E così, pur avendo raggiunto una situazione di stallo, la guerra cova ancora sotto la cenere. Le parti belligeranti, vincolate dalle clausole degli accordi di Minsk del 2015 per il cessate il fuoco, non sono autorizzate a compiere bombardamenti o a utilizzare carri armati e artiglieria pesante. Queste restrizioni hanno creato le premesse per una guerra di logoramento sul terreno, che segna una sorta di regressione a un’altra epoca, quando i soldati combattevano nelle trincee con armi leggere, granate e franchi tiratori. Di conseguenza, il bilancio dei morti continua a salire. L’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che monitora il conflitto con attenzione, ha comunicato in agosto che dall’inizio di quest’anno sono state uccise complessivamente 160 persone sui due fronti del conflitto.

All’orizzonte, peraltro, non si profila nessun indizio di una soluzione. La guerra è stata inserita soltanto a margine nell’agenda del summit di luglio a Helsinki tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Putin. E, nonostante i tentativi degli Usa e dei loro alleati di modernizzare e armare il contingente militare dell’Ucraina, forte di duecentomila uomini, la popolazione di Adviivka si sente abbandonata dall’Occidente.

«Non gliene frega niente» dice Lyubov Kolesova, che ha perso il figlio ventottenne nei primi giorni del conflitto e abita in questa città. «Se non si vive qui, non si può capire». L’autostrada ucraina 20 attraversa campi di girasole che si susseguono a perdita d’occhio, tanto da dare l’impressione di trovarsi nel sud della Francia, più che ai confini dell’Europa con la Russia.

Prima della guerra, questa autostrada – costruita perlopiù per il campionato europeo di calcio del 2012 – era uno dei simboli del progresso economico ucraino. Oggi l’autostrada 20 segna in parte la linea del fronte. Quando la si percorre e ci si avvicina ad Avdiivka, situata a circa venti chilometri di distanza dalla roccaforte dei separatisti a Donetsk, diventa troppo pericoloso proseguire. Per entrare in città è necessario percorrere soltanto strade secondarie tutte dissestate.

Nonostante tutto, però, la giornata ad Avdiivka può rivelarsi tranquilla in modo quasi ingannevole. Gli adulti portano a passeggio i bambini per strada, e un gruppetto di pensionati ha allestito un mercato di fortuna in pieno centro, dove vendono latte e altri prodotti freschi. In ogni caso, la guerra non è mai lontana.

A intervalli, in lontananza, si sentono i colpi delle armi da fuoco e il boato attutito delle esplosioni. All’ingresso del condominio costruito dai sovietici in via Semanshko, Galya, 51 anni, chiede: «Per quanto tempo ancora dovremo tenere duro? Sono già cinque anni… bisognerà aspettarne altri 20 prima che tutto finisca?».

“La Russia non ha interesse ad abbassare la temperatura, né con il mondo occidentale né con l’Ucraina”

Serhiy Nayev, comandante delle forze unite dell’Ucraina

Buona parte degli scontri ad Avdiivka si combatte in un’area industriale alla periferia della città, dove i soldati di entrambe le parti sono ben trincerati. Pavel, un soldato ucraino di 45 anni con la barba lungo e i lineamenti induriti dalla guerra, dice che la natura del conflitto è cambiata.

«Invece dell’artiglieria pesante, in azione ci sono i cecchini, che possono essere ancora più pericolosi, perché si cede alla tentazione di rilassarsi un po’. E proprio in quell’istante una pallottola ti trapassa il cranio».

Il suo commilitone Artur, che stringe un Kalashnikov che pare un residuato degli anni Settanta, interviene dicendo che «più rapidamente ti muovi, più a lungo vivi. In qualche caso siamo lontani appena 70-80 metri da loro. Riesci quasi a guardarli negli occhi».

In alcune occasioni, aggiunge, i nemici sono così vicini che si riesce a distinguere chiaramente l’accento con cui parlano, quello russo, dell’Ossezia meridionale o della Cecenia.

Le sue parole confermano le dichiarazioni – smentite da Mosca – secondo cui l’esercito ucraino deve fronteggiare una forza ibrida, composta di soldati russi e militanti separatisti locali al comando del Cremlino. «Hanno creato delle truppe militari ma… non lasciatevi ingannare: i contingenti militari nella parte orientale sono al 100 per cento sotto il comando della Russia» dice Kurt Volker, inviato speciale degli Stati Uniti in Ucraina.

Eduard Basurin, vicecomandante delle forze separatiste di circa 20mila uomini con sede a Donetsk, smentisce tutto e dice: «Penso che se i russi fossero veramente qui la guerra si combatterebbe in maniera diversa. Chi dice queste cose sulla loro presenza non adduce prove attendibili al riguardo».

Farsi un quadro chiaro di come si viva sull’altro versante di questa guerra è assai difficile. Le autorità della Repubblica popolare di Donetsk (DPR) appoggiata dai russi – ma non riconosciuta a livello internazionale – hanno respinto la richiesta del Financial Times di accedere al loro territorio per riferirne in proposito, ma dalla DPR sono in tanti ad attraversare regolarmente la linea del fronte.

A un passaggio obbligato per i civili a Maiorska, nei pressi della città di Horlivika in mano ai separatisti, una dozzina di automobili è in fila per entrare nella DPR. Il Comitato internazionale della Croce Rossa dice che ogni mese circa un milione di persone passa dall’altra parte in checkpoint di questo tipo, ma non appena i combattimenti si inaspriscono questi passaggi vengono sprangati.

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In attesa in coda nella sua automobile, Svetlana, residente a Horlivka, spiega che spesso effettua la trasferta sul versante controllato dall’Ucraina in compagnia di suo padre Nikolay per ritirarne la pensione e per comprare generi alimentari freschi, alcuni dei quali costano meno.

«Anche tutti quelli che vivono dall’altra parte vogliono che questa guerra finisca» dice Svetlana, indicando il territorio sotto il controllo dei russi. Suo padre aggiunge: «Prima vivevamo in pace e in armonia. Andava tutto bene».

A riprova dei pericoli che nella regione si estendono anche lontano dalla linea del fronte, la settimana scorsa Alexander Zakharchenko, autoproclamatosi leader dei militanti separatisti con sede nella DPR, è rimasto ucciso da un attentato improvvisato in una caffetteria di Donetsk.

La Russia ne ha subito addossato la responsabilità all’Ucraina, accusandola di aver orchestrato “l’attentato terroristico”, mentre le autorità nella capitale Kiev smentivano ogni forma di coinvolgimento, rifilando a loro volta la colpa alla guerra per il territorio e agli scontri all’interno di quella che chiamano la regione «occupata dai russi».

Alexander Hug, vicecapo della missione dell’Osce in Ucraina, ha visitato Donetsk all’inizio di agosto e dice che «se vai nei quartieri di Donetsk vicini alla linea del fronte o all’aeroporto ormai distrutto, ti rendi conto che la vita è davvero molto difficile. Gli standard di vita sono pessimi, le infrastrutture gravemente danneggiate, le forniture di gas, energia elettrica e acqua nel migliore dei casi sono intermittenti».

Dal canto suo, il comandante dei separatisti Basurin accusa apertamente per questi disservizi economici il blocco imposto dall’Ucraina e dice che stanno «cercando di ridare vita all’economia».

Nelle aree sotto il controllo dell’Ucraina, le autorità si stanno impegnando non soltanto per respingere gli assalti dei nemici aiutati dai russi, ma anche per riconquistare i cuori e le menti dei russofoni. Tenendo presente questo obiettivo, l’esercito e altre istituzioni hanno oscurato le trasmissioni della televisione russa e fanno visita alle scuole materne e di altri gradi per insegnare e promuovere «il patriottismo».

«Combattere contro la Russia è difficile, perché oggettivamente è un paese molto più grande del nostro e con una potenza militare superiore» dice il generale a due stelle Oleksandr Golodnyuk mentre visita una scuola dell’infanzia nella cittadina di Ivanivske. «Ma conquistare i cuori e le menti del nostro popolo è una battaglia alla nostra portata che dobbiamo assolutamente vincere».

Nelle fasi iniziali della guerra, le forze ucraine erano frenate dall’addestramento mediocre delle truppe e da un equipaggiamento scadente che risaliva ai sovietici. Erano ostacolate anche da un’altra regressione ai tempi della Guerra fredda: una struttura di comando verticale che faceva sì che i ranghi di mezzo delle forze armate si paralizzassero quando i loro oppositori usavano dispositivi elettronici per ingolfare le comunicazioni.

Da allora, gli Stati Uniti e altre potenze occidentali stanno facendo il possibile per modernizzare le truppe ucraine, sia con un finanziamento di oltre un miliardo di dollari, sia con la decisione presa dall’amministrazione Trump nel marzo scorso di fornire 210 missili anticarro Javelin terra-aria.

Queste armi sono considerate risolutive dagli analisti militari nel caso di un assalto a oltranza e a tutto campo da parte delle forze aiutate da Mosca. Il generale di divisione Nayev dice che l’appoggio dell’Occidente è fondamentale se si vuole che l’Ucraina resista alla minaccia russa alle porte dell’Europa, ma ha aggiunto anche che le sue truppe si sono già evolute.

Il generale – un uomo dal fisico imponente, che ha comandato le truppe nella sanguinosa battaglia per la conquista dell’aeroporto di Donetsk nel 2014, oggi è venuto in visita al campo di addestramento vicino alla città orientale di Pokrovsk per osservare come i suoi soldati collaudino la risposta ucraina prodotta in casa ai missili Javelin: gli Stugna.

Dice che le forze ucraine adesso «non soltanto sono capaci, ma sono pronte» a respingere i separatisti che godono dell’appoggio dei russi, che secondo lui avrebbero oltre 400 carri armati – più del Regno Unito. Prima di collaudare gli Stugna, i soldati si esercitano a lanciare alcuni razzi e missili risalenti anch’essi all’epoca sovietica, tra i quali i missili Shturm e Fagot, a riprova evidente di quanto fossero in difficoltà e svantaggiati nelle fasi iniziali del conflitto.

Alcuni razzi non riescono a partire. Uno cade accanto a un veicolo armato, mentre un altro sbaglia bersaglio, si schianta al suolo e lascia in fiamme una trincea di addestramento. Se questa doveva essere un’esibizione di palese inettitudine, di sicuro è assai pericolosa. Gli Stugna, invece, centrano in pieno il bersaglio quattro volte su cinque, facendo urlare di gioia il generale Nayev: «Sì! Vede? Li produciamo noi qui in Ucraina!»

Poco alla volta arrivano armi e attrezzature più nuove, ma sulla linea del fronte i soldati si lamentano spesso di dover combattere con Kalashnikov più vecchi di loro. Un soldato rivela di aver realizzato insieme ai suoi commilitoni una copia di un missile Javelin: è tutta di legno e serve a ingannare il nemico.

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Per i partner occidentali dell’Ucraina, la speranza è che tutta questa improvvisazione diventi presto una cosa del passato, e che le forze armate ucraine rispettino fino in fondo gli standard della Nato e lo facciano sotto tutti i punti di vista, dalla governance all’addestramento militare all’equipaggiamento.
Per aiutare Kiev a coronare questo obiettivo, un gruppo di oltre 200 istruttori militari americani si è trasferito a Yavoriv, un enorme complesso militare nei pressi del confine ucraino con la Polonia. Qui i militari americani di più alto grado, come il sergente maggiore Jamah Figaro, insegnano agli ufficiali ucraini come addestrare le loro truppe. «Sono molto motivati» dice Figaro. «Questo è il loro paese e vogliono riconquistare la loro terra».

Il sergente maggiore aggiunge inoltre che anche gli Stati Uniti hanno da imparare qualcosa dai loro pari grado ucraini: «L’esercito degli Stati Uniti è stato usato per operare in territori come l’Iraq e l’Afghanistan» dice, riferendosi alle guerre d’offensiva nelle quali gli Usa hanno dominato lo spazio aereo. «Si è trattato di situazioni non assimilabili a quella con la quale sono alle prese gli ucraini: questa guerra di trincea è perlopiù una specie di combattimento ravvicinato. Era dai tempi della Seconda guerra mondiale che non assistevamo a una cosa del genere».

A Kiev, a oltre 700 chilometri di distanza dalla zona orientale in guerra, Stanislav Fedorchuk alta una mano e la appoggia con tenerezza sulla fotografia del suo amico Yuriy Matushcak. Soprannominato “Vento”, Matushcak è morto nella battaglia di Ilovaisk, combattuta nell’agosto 2014 e conclusasi con una schiacciante sconfitta per le forze ucraine.

Il suo volto oggi compare tra centinaia di altri appesi sulla facciata esterna del monastero di San Michele nella capitale, memento ai passanti di una tranquilla sera domenicale che questo paese è in guerra.

«Abbiamo atteso un anno prima di sapere se fosse morto o meno. Il suo corpo non ci è stato restituito» dice Fedorchuk, aggiungendo che i resti dell’amico alla fine sono stati trovati e seppelliti insieme ad altri commilitoni morti. Fedorchuk ha abbandonato Donetsk nel 2014, ed è uno degli sfollati, stimati in un milione e mezzo, costretti ad andarsene a causa del conflitto in corso.

Mentre la guerra si protrae entrando nel suo quinto anno, la prospettiva di una soluzione militare o diplomatica resta tuttora remota. Gli Stati Uniti e altre potenze occidentali vogliono che le truppe russe escano dall’Ucraina, ma Putin non dà segno di voler cambiare approccio.

Il consigliere statunitense per la sicurezza nazionale John Bolton ha da poco dichiarato che, per quanto concerne l’Ucraina, Washington e Mosca «devono pattuire di non essere d’accordo».

Gli Stati Uniti hanno inasprito le sanzioni e il Regno Unito esercita pressioni per una azione diplomatica più incisiva. Eppure, il generale Nayev vorrebbe che l’Occidente si rendesse conto della vera minaccia rappresentata dalla Russia e arriva a equiparare la situazione addirittura all’appeasement degli anni Trenta.

«Sappiamo benissimo in che modo quella vergognosa acquiescenza abbia portato allo scoppio della Seconda guerra mondiale» dice. Ad Avdiivka, nel frattempo, il soldato semplice Akastyolov fatica a trovare le parole giuste più adatte a sintetizzare quale futuro si prospetti per lui e per il suo paese. Un addetto stampa dell’esercito lo incoraggia: «Di’ loro che vinceremo».
Il giovane soldato rotea gli occhi e dopo poco dice: «Non so se vinceremo».

Traduzione di Anna Bissanti
© 2018, The Financial Times

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