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Sempre meno terra sotto i nostri piedi. Cala del 7% il suolo – il sole 24 ore

di Davide Mancino

Nel 2017, mostrano le rilevazioni dell’ultimo rapporto ISPRA , la fetta di suolo italiano consumato è arrivata al 7,65% del territorio nazionale complessivo, in crescita di 0,02 punti percentuali rispetto al 2016.

Un aumento da immaginare come un quadrato con un lato lungo 52 chilometri– circa un terzo della superficie del comune di Bologna.

Troviamo grandi aree dove il consumo di suolo è maggiore nelle pianure del nord, nella zona compresa fra Firenze e Pisa, e insieme nel Lazio, Campania, Salento. A queste vanno aggiunte “le principali aree metropolitane e le fasce costiere” – in particolare quelle adriatiche, liguri, campagne e siciliane.

Per consumo di suolo s’intende la “perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale”, dovuta soprattutto alla “costruzione di nuovi edifici, fabbricati e insediamenti, all’espansione delle città”: in sostanza nel passaggio da una “copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato)”.

Le regione più colpita, in effetti, è la Lombardia, seguita da Veneto e Campania, mentre nella Valle d’Aosta troviamo numeri molto più piccoli. Guardare alle regioni però ci consente di avere soltanto un panorama di grana grossa. Per affinare il quadro conviene prendere i dati relativi a ciascun comune, resi disponibili da ISPRA , e mapparli – così da poter cercare il luogo in cui viviamo e dare un’occhiata alla situazione.

Troviamo così che “a livello comunale i maggiori valori di superficie consumata si riscontrano a Roma (31.697 ettari)” e “in molto capoluoghi di provincia come Milano, Torino, Napoli, Venezia e così via. Naturalmente i grandi centri hanno già in partenza un’area maggiore, per cui non è poi così strano che siano in testa per quantità totale di suolo consumato.

Conviene allora guardare a una misura diversa, e cioè a quanto suolo risulta consumato in percentuale del totale disponibile. In questo modo troviamo che “diversi comuni superano il 50%, e talvolta il 60%, di territorio consumato. Sono spesso comuni piccoli o medio piccoli”. L’esempio più estremo è Casavatore, in provincia di Napoli, dove appare consumato il 90% del suolo. Con qualche eccezione come Torino, ricordano gli autori del rapporto, “i primi 55 comuni con la maggior percentuale di suolo consumato si trovano in Lombardia e Campania”.

Un altro modo di guardare al consumo di suolo è metterlo in relazione alla densità abitativa delle città. Troviamo infatti che i comuni in cui vive un più elevato numero di persone per chilometro sono anche quelli dove sale il consumo di suolo.

Lo stesso rapporto ricorda che “tra i principali driver dei processi di urbanizzazione e delle trasformazioni insediative, oltre alle dinamiche economiche e finanziarie, certamente ci sono le dinamiche demografiche”, cioè la crescita oppure il calo della popolazione. Va ricordato, d’altra parte, che “in passato la dinamica demografica era positivamente (e stabilmente) correlata con l’urbanizzazione”, ma “negli ultimi decenni, al contrario, il legame fra demografia e processi di urbanizzazione non è più univoco e le città sono cresciute anche in presenza di stabilizzazione, in alcuni casi di decrescita, della popolazione residente”.

Il legame fra questi due fenomeni è forte, ma certamente non l’unico in grado di spiegare perché il suolo viene usato, come, e quando. A esso troviamo infatti anche diverse eccezioni, in positivo o in negativo. Dunque da un lato aree in cui il territorio coperto in maniera artificiale risulta minore di quanto ci aspetteremmo, se esso dipendesse soltanto dalla densità abitativa, dall’altro aree con un consumo di suolo elevato anche tenendo in conto quanti sono i residenti.

quest’ultimo gruppo appartengono senz’altro grandi centri come Roma, Milano, Napoli o Palermo, a mostrare che il consumo di suolo è un fenomeno complicato e alla fine influenzato da tanti fattori economici, ambientali, politici e sociali diversi.

Conta molto anche la dimensione dei comuni stessi, e con essa il numero di persone coinvolte. Se costruiamo una scala, in cui ogni grado indica il consumo crescente di suolo, troviamo intanto un – piccolo – numero di località dove il territorio resta ancora praticamente intatto. Si tratta di 241 comuni in cui vivono poco meno di 140mila persone, e in cui il consumo di suolo registrato è praticamente nullo.

Fra essi Noasca, in provincia di Torino, “130 abitanti in parte all’interno del parco nazionale del Gran Paradiso”, che “risulta il comune più naturale d’Italia con appena lo 0,29% del territorio artificiale”.

Salendo nella percentuale di consumo di suolo troviamo un altro ampio gruppo di circa 4.500 comuni sotto la media nazionale, dove vivono grosso modo 13 milioni e mezzo di italiani. Il blocco delle grandi città, per parte sua, include 90 grandi centri dove il consumo di suolo parte dal 24%, ma poiché si tratta appunto dei comuni principali il numero di residenti è invece altissimo – tanto che parliamo di poco più di 5 milioni di italiani.

Per dare il giusto contesto al problema, i ricercatori dell’ISPRA suggeriscono un altro confronto: quello con il resto d’Europa. In questo senso va ricordato subito che “il consumo di suolo non è monitorato in maniera omogenea tra tutti i Paesi europei”, e certamente non aggiornato ogni anno come avviene nel nostro paese proprio tramite le analisi dell’ISPRA.

Da altre fonti sappiamo comunque che l’Italia supera la media europea e “si colloca al sesto posto dopo la Germania (7,4%) e altri paesi con limitata estensione territoriale come Lussemburgo, Belgio o Paesi Bassi”.

La principale causa del degrado del suolo in Europa”, ricorda il rapporto, consiste nell’averlo reso impermeabile: cosa che comporta “un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce ai cambiamenti climatici, minaccia la biodiversità, provoca la perdita di terreni agricoli fertili e aree naturali”.

Sorgente: ilsole24ore.it

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