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Ritratto di Judith Sargentini, la pasionaria che ha spiazzato Orban – il sole 24 ore

di Alberto Magnani

Un sospiro, lo scroscio di applausi e la commozione, evidente, quando si è alzata a ringraziare. Judith Sargentini, eurodeputata olandese di Sinistra Verde, è diventata nell’arco di un voto la «parlamentare che ha messo alle strette Orbán», il primo ministro ungherese accusato di violazione dei valori fondanti della Ue. Il via libera dell’Eurocamera alla sua risoluzione, approvata con 448 sì, ha permesso di attivare per la prima volta l’articolo 7 del trattato unico sulla Ue: la procedura che consente di indagare e infliggere sanzioni ai paesi che non rispettano i principi costitutivi dell’Unione. In questo caso l’Ungheria del dictateur, il dittatore, come l’aveva ribattezzato scherzosamente (?) il presidente della Commissione europea Juncker in un vertice del 2015. «È stato un momento storico e un messaggio politico pesante – dice Elly Schlein, deputata socialdemocratica – Era la prima volta che si avviava una pratica simile in Europa, a difesa della costruzione europea».

Sargentini ha dettagliato nel suo report tutte le infrazioni commesse da Budapest, dal trattamento dei migranti alla corruzione nell’uso dei fondi comunitari, raccogliendo sentenze, procedure e scandali piovuti sull’uomo che aveva sfidato il giorno prima l’Eurocamera lamentando «l’insulto» subito dall’Ungheria. «Nel mio report non ci sono errori fattuali – ha replicato indirettamente Sargentini, nella conferenza stampa dopo il voto – Solo questioni sollevate dalla Commissione. Non troverete mai scritto che io penso una certa cosa, ma che la Commissione ha scritto questa cosa».

Dalle Ong all’Europarlamento
Nata ad Amsterdam nel 1974, legata all’Italia dalle origini toscane della famiglie paterna, Sargentini cresce immersa in un ambiente che la educa alla sensibilità politica. E alla politica arriva in fretta. Attorno ai 16 anni si iscrive alla sezione giovanile del Partito socialista pacificista olandese, poi confluito insieme ad altre tre sigle in quella che sarebbe rimasta la sua forza di provenienza anche a Bruxelles: la Sinistra Verde, GroenLinks, una sigla di ispirazione socialista e ambientalista che a Bruxelles siede fra le file del gruppo dei Verdi – Alleanza libera europea. Nel 1999 si laurea in storia all’Università di Amsterdam, con una branca di specializzazione («Sistemi totalitari e democratizzazione dell’Europa») che si allinea bene alle battaglie sposate nei quasi 20 anni successivi. Sia sul lavoro che nella carriera politica, due binari sempre scorsi in parallelo nel suo curriculum.

In ambito professionale fa esperienza come addetta alla comunicazione per l’Europa Centrum, un servizio per fornire informazioni sulla Ue ai giovani connazionali, prima di occuparsi di «diamanti insaguinati» e conflitti economici in Africa per la fondazione Fatal Transaction (2000-2003), fare lobbying in favore di diritti, libere elezioni e commercio equo in Sud Africa per il Dutch Institute for South Africa (2003-2007) e prestare consulenze nei due anni successivi per Eurostep, un network di forze progressiste a Bruxelles. Nella capitale belga tornerà, o meglio, resterà per altri 10 anni nel suo doppio mandato come europarlamentare (2009-2014 e dal 2014 al 2019), dopo averne spesi prima altrettanti ad Asterdam dividendosi fra il consiglio municipale e l’impegno di un anno nella European students union, un «ombrello di sindacati studenteschi» da tutto il Vecchio Continente. Il suo principale interesse dell’epoca non sembra essersi smarrito, da allora: «Aiutare gli studenti dell’Europa dell’est nella loro lotta per la democrazia», scrive nella sua pagina di presentazione all’Eurocamera.

Quel voto che spezza il Ppe
Anche se il verdetto su Orbán può fare storia, e giurisprudenza, è difficile ridurre l’attività da europarlamentare di Sargentini alla risoluzione sul caso ungherese. Nell’ultima legislatura la deputata olandese ha prodotto, fra le altre cose, 122 interventi in plenaria, tre report come relatrice e 15 come relatrice ombra, oltre a un totale di 146 interrogazioni parlamentari. I temi coperti vanno dal traffico di umani in Nigeria al quadro legale per l’utilizzo di droni armati, passando per i i diritti dei cittadini Lgbt (è membro dell’intergruppo europarlamentare che ne promuove i diritti), la difesa delle Ong dalla «criminalizzazione» e un altro suo impegno di vecchia data, il contrasto al cambiamento climatico. Anche la stessa risoluzione su Orbán potrebbe sortire conseguenze che vanno oltre l’avvio di una procedura sull’Ungheria. Ad esempio la spaccatura del Partito popolare europeo fra una maggioranza ostile alle derive sovraniste ed euroscettice del gruppo e una minoranza che si mantiene vicina al blocco di Visegrad. Il primo blocco è rappresentato da Sebastian Kurz o lo stesso leader del Ppe a Bruxelles, Manfred Weber, scesi in campo pubblicamente a favore delle misure anti-Orbán. Il secondo si circoscrive ad alcune eccezioni, inclusa la “nostra” Forza Italia, sbilanciate a favore del primo ministro ungherese e favorevoli a una sinergia con i «sovranisti» in vista di maggio. È vero che il partito aveva lasciato libertà di voto, ma ora la divisione è più nei fatti che sulla linea ufficiale.

Sargentini: l’Europa si sta svegliando
Raggiunta dal Sole 24 Ore, Sargentini spiega quello che è successo mercoledì dal suo punto di vista: «Il messaggio che abbiamo dato è che lo stato di diritto è più importante del potere politico – spiega – Dopo anni a guardare altrove, abbiamo stabilito che i valori europei non possono essere calpestati». Sargentini non si aspetta che «Orbán cambi», ma ha messo alla prova – con successo – la compattezza dell’Europarlamento rispetto ai suoi valori fondanti. L’endorsement di Weber, che pure era stato contestato per la sua vena dialogante con Orbán, è la prova che lo stesso Ppe non è disposto a cedere a pulsioni euroscettiche. Il testacoda di Forza Italia, invece, la lascia un po’ perplessa. Anche perché l’alleanza con il leader ungherese, dice, potrebbe trasformarsi in un boomerang. «È vero che l’Europa deve essere molto più solidale sulla questione migranti – spiega – Ma allearsi con Orbán è davvero l’ultima cosa che andrebbe fatta, perché non ha nessuna intenzione di aiutare l’Italia». Tornando al suo report, l’attivazione dell’articolo 7 passa per il voto degli Stati membri in Consiglio europeo. Per far scattare delle sanzioni serve l’unanimità, ma la Polonia ha già annunciato che remerà contro. «L’Europe deve trovare un modo per andare avanti comunque – spiega Sargentini – Sono ottimista». Ottimista? «Meglio esserlo. Abbiamo alternative?».

Sorgente: ilsole24ore.it

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