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Idlib, l’apocalisse umanitaria alle porte – huffingtonpost.it

Centocinquantamila uomini di Assad pronti ad entrare in azione con l’appoggio della marina militare russa. Nel mirino l’ultima roccaforte dei ribelli

by Umberto De Giovannangeli

Centocinquantamila uomini in armi pronti ad entrare in azione, supportati dalla potenza di fuoco della marina militare russa. Alcune decine di migliaia di ribelli pronti a resistere e a trasformarsi in “shahid” (martiri). Due milioni di civili che rischiano di rimanere intrappolati nella battaglia finale: quella di Idlib, l’ultimo Governatorato della Siria che manca alla riconquista da parte dell’esercito di Bashar al-Assad.

La cronaca di guerra s’intreccia con le manovre diplomatiche. All’indomani dei primi raid aerei governativi siriani e russi su Idlib e in attesa dell’avvio dell’annunciata offensiva militare, nella Siria nord-occidentale, forze governative hanno ripreso stamani a sparare colpi di artiglieria contro postazioni di miliziani anti-regime nell’ultima roccaforte anti-regime dell’area. Intanto fonti politiche a Damasco fanno sapere che i raid aerei di ieri erano solo in “preparazione” dell’offensiva militare su Idlib e che questa non è di fatto ancora cominciata. Secondo altre fonti concordanti a Hama, Latakia e Idlib, l’artiglieria governativa ha bombardato postazioni di miliziani nei pressi di Jisr ash Shughur, colpita ripetutamente ieri dai primi raid aerei russi e siriani dopo 3 settimane di relativa calma. Gli insorti hanno stamani proseguito nella loro azione di distruzione dei ponti sul fiume Oronte, che tra Hama e Idlib costituisce la linea del fronte tra lealisti e ribelli.

Ciò che si sta per scatenare a Idlib è una sorta di apocalisse militare e umanitaria. Un’apocalisse internazionalizzata. Il capo del Cremlino, Vladimir Putin, ha risposto al monito del presidente americano, Donald Trump, con i caccia. Dopo che l’altra notte Trump aveva messo in guardia da un attacco su Idlib aerei da guerra russi hanno iniziato a bombardare alcuni quartieri della città nel nord ovest della Siria che la Russia è decisa a strappare ai ribelli e riportare sotto il controllo dell’uomo che grazie al sostegno russo-iraniano governa ancora a Damasco: Bashar al-Assad. I raid aerei al momento hanno colpito le aree di Jisr al Shugur, Ghani, Innab, Sirmaniyah e Basanqul. I jet russi decollati dalla base aerea di Hmeimim hanno sferrato 20 attacchi, colpendo anche Zayzun, città a nord di Hama.

Negli ambienti diplomatici si parla della “più massiccia campagna aerea di quest’anno” sulla provincia ribelle di Idlib da parte della Russia. L’attacco ha coinvolto “almeno 10 cacciabombardieri Sukhoi”, che hanno compiuto oltre 50 raid nelle parti “meridionale e orientale” della provincia, dove vivono circa tre milioni di persone, un terzo sfollati da altre regioni della Siria. Sempre nell’area di Hama, le batterie contraeree dell’esercito siriano hanno sostenuto di aver “intercettato diversi missili lanciati da jet israeliani”. In precedenza erano state segnalate diverse esplosioni nell’area. Qualche ora prima i tank turchi avevano ingrossato il contingente al confine di Ankara, rafforzando i sistemi di sorveglianza radar e monitor: le 12 postazioni di monitoraggio turche istituite nei mesi scorsi, dopo gli incontri di Astana con Teheran e Mosca, con l’obiettivo di controllare i movimenti di profughi verso il confine turco.

Ankara teme ora un nuovo dramma umanitario. L’agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) ha avvertito che oltre due milioni di civili sono a rischio esodo verso il confine turco, attualmente chiuso. Proprio il destino dei profughi rischia di essere uno dei temi principali dell’offensiva su Idlib. I dati forniti da Reach Initiative – risalenti a maggio 2018 – parlano di circa 1.200.000 sfollati interni presenti nella provincia, provenienti da diverse altre province tornate sotto il controllo di Damasco: Daraa, la Ghouta orientale, i dintorni di Damasco (Zabadani, Zakariya, Daraya), Aleppo est e Deir Ezzor. In totale, secondo i dati delle Nazioni Unite, nella provincia di Idlib – 750.000 abitanti prima della guerra – oggi vivrebbero 2,5 milioni di persone, di cui un milione di bambini, e almeno circa 50.000 miliziani appartenenti a diverse formazioni ribelli. La più importante è Hayat Tahrir Al Sham (HTS), coalizione ombrello legata ad al Qaeda, nata dalla fusione di diverse sigle islamiste: si tratta di circa 10 mila uomini che controllano il 60% del territorio di Idlib, mentre la gran parte del restante 40% è in mano agli uomini del Fronte di liberazione nazionale, un gruppo vicino alla Turchia.

Il Fronte è formato da diversi gruppi islamisti, come Ahrar Al Sham e le brigate Nureddine al Zinki, e da combattenti dell’Esercito siriano libero, con l’obiettivo di controbilanciare l’influenza di HTS, considerata una organizzazione terroristica dalle Nazioni Unite, che controllerebbe zone chiave della provincia, compresa la capitale e il valico di confine turco di Bab al Hawa. Se il presidente Usa ha avvertito attraverso un tweet che l’offensiva siro-russo-iraniana su Idlib sarebbe “un grave errore umanitario” è perché l’offensiva promette di avvenire su larga scala. La crisi umanitaria dipende essenzialmente dall’intensità e dall’estensione dei bombardamenti. Secondo il giornale online pro-governativo siriano Al Masdar, che cita fonti militari locali, i bombardamenti sono opera di una decina di Sukhoi dell’aviazione russa. Dimitri Peskov, portavoce del presidente russo Vladimir Putin, tiene a far sapere: “Da Idlib partono i droni dei ribelli che minacciano le nostre basi temporanee”. E Damasco preme: il ministro degli Esteri siriano Walid Al Muallem nei giorni scorsi ha definito una “priorità” la riconquista di Idlib. Gli ha fatto eco il suo omologo russo, Sergej Lavrov, il quale ha ribadito che la Siria ha “diritto a liquidare la minaccia terroristica”.

Su un punto, analisti geopolitici, strateghi militari e diplomatici, concordano: se l’apocalisse militare si scatenerà, ciò avverrà dopo il vertice di venerdì prossimo in Iran tra il presidente russo Vladimir Putin e i suoi omologhi turco, Recep Tayyp Erdogan, e iraniano, Hassan Rouhani. “Spero che il summit di Teheran” di venerdì tra Turchia, Russia e Iran “porterà a fermare l’aggressione del regime” siriano a Idlib, dichiara Erdogan. Un messaggio indirizzato ai suoi due partner, Putin e Rouhani, che invece sostengono l’offensiva di Damasco contro l’ultima roccaforte ribelle nel nord-ovest della Siria. Secondo Erdogan, a Idlib c’è il rischio di un “grave massacro” e di una nuova ondata di profughi: “Lì ci sono circa 3,5 milioni di persone”, “se avviene un disastro, la loro destinazione numero uno è la Turchia”. Ma i fedelissimi di Assad sono di tutt’altro avviso. Secondo Ali Hadar, ministro siriano per la Riconciliazione, l’assedio di Idlib non potrà che essere risolto con la forza.

“Idlib – ha detto all’agenzia russa Sputnik – è diversa dalle altre regioni per il numero elevato di miliziani armati”. Per Damasco riprendere Idlib significa di fatto chiudere la guerra civile e riprendere il controllo dell’autostrada M5 che dalla Giordania arriva in Turchia, fondamentale per le rotte di rifornimento, e della M4, che collega Aleppo a Latakia, città costiera roccaforte degli al-Assad, oltre che sede della base aerea russa di Hmeimim. La provincia di Idlib è stata definita “il più esteso ammasso di campi profughi del mondo”, da Jan Egeland, a capo della task force umanitaria dell’Onu in Siria. Oltre alla popolazione civile, ad Idlib ci sarebbero circa 70.000 miliziani delle formazioni ribelli, appartenenti alle diverse milizie. La Turchia, che nel corso della guerra, entrata nel suo ottavo anno, si è schierata con una parte delle milizie anti-Assad, ha inviato nelle ultime ore rinforzi militari con carri armati al confine con la Siria e ha installato posti di osservazione lungo la linea del fronte di Idlib. L’obiettivo turco, spiegano fonti militari citate dal quotidiano Hurriyet, è anche quello di controllare nuovi movimenti di profughi in fuga verso i suoi confini.

L’inviato dell’Onu per la Siria, Staffan de Mistura, ha affermato ieri che la chiave per evitare un bagno di sangue a Idlib è nelle mani di Erdogan e di Putin: ”Una telefonata tra loro – ha detto – farebbe una grane differenza. Quindi chiediamo che venga dato più tempo ai negoziati soprattutto tra Russia e Turchia, gli attori principali”. De Mistura ha chiesto l’istituzione di “rotte di evacuazione protette per i civili”, per consentire agli abitanti di Idlib di lasciare la città volontariamente. Della triade presidenziale, che si è data appuntamento venerdì a Teheran, quello che rischia di più sembra essere Erdogan. “Se volesse evitare uno scontro con l’esercito siriano, Erdogan – rileva su Internazionale Gwynner Dyer, scrittore e reporter, profondo conoscitore della realtà mediorientale – dovrebbe allontanare le truppe turche da Idlib. Sarebbe imbarazzante, e il presidente turco odia essere messo in imbarazzo. Ha già dovuto subire una buona dose di umiliazioni a causa della crisi finanziaria che sta paralizzando l’economia nazionale. Il ritiro da Idlib sarebbe durissimo”.

Tra i tre “sodali” – Putin, Rouhani, Erdogan – non tutto fila liscio. La Russia intende ripulire del tutto il territorio, insieme all’Iran, Ankara invece ha fatto leva sulla costituzione Fronte di Liberazione Nazionale, una sorta di esercito irregolare, con il sostegno delle milizie jihadiste lì arroccate. per assumere il controllo de facto del nord della Siria. Trovare un compromesso soddisfacente per tutti e tre, oltre che per Assad, appare alquanto problematico. La domanda, riflettono fonti diplomatiche arabe e occidentali, non è più “se” ma “quando” si scatenerà l’apocalisse a Idlib. Chi non ha dubbi è Le Monde: “Mosca – scrive il quotidiano francese – sta solo prendendo tempo per preparare l’opinione pubblica alla spallata finale in Siria”, che per i Russi non sarà certo una passeggiata di salute. In coincidenza col vertice di Teheran, gli Usa organizzeranno venerdì prossimo una riunione del Consiglio di sicurezza Onu su Idlib. Ad annunciarlo è l’ambasciatrice Usa al Palazzo di Vetro, Haley, secondo cui “la maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite sono favorevoli a questa riunione”. Ma la combattiva Haley sa bene come siano finite le decine di riunioni del Consiglio di Sicurezza dedicate alla guerra siriana: nel nulla di fatto, con Mosca pronta a imbracciare l’arma del veto per bloccare ogni risoluzione di condanna del suo uomo a Damasco: Bashar al-Assad.

Sorgente: Idlib, l’apocalisse umanitaria alle porte

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