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Gli Accordi di Oslo-Washington 13 settembre 1993-13 settembre 2018: la morte di una speranza

Tredici settembre 1993 – Gli occhi del mondo sono puntati sul prato della Casa Bianca. Emozione, speranza, la convinzione che si stava determinando un evento che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia in Medio Oriente. Quel giorno, è una testimonianza personale, ero a Gerico per seguire in una piazza stracolma e festante la cerimonia della firma degli Accordi di Oslo-Washington. Ricordo la sorpresa scioltasi poi un lungo applauso nel momento della stretta di mano tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat con un “benedicente” Bill Clinton a presenziare. La stessa atmosfera di speranza si respirava in quelle ore a Tel Aviv e in tutto Israele.

Il corso degli eventi è andato in una direzione opposta a quella della speranza racchiusa nella stretta di mano tra due nemici che si erano combattuti per una vita, ma che avevano compreso che la battaglia più difficile da vincere era quella della pace. Pace come riconoscimento dell’altro da sé, delle sue ragioni. Pace come consapevolezza che il diritto alla sicurezza per Israele e quello a uno Stato indipendente per i palestinesi erano le due facce di una stessa medaglia: quella di un futuro condiviso da due popoli in due Stati. I punti cardine, il ritiro delle forze israeliane da aree della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, il diritto palestinese all’autogoverno tramite l’Anp, che nacque proprio allora. Volutamente in quel momento furono lasciati fuori i temi spinosi di Gerusalemme, dei rifugiati palestinesi, degli insediamenti israeliani nell’area, della sicurezza e dei confini: nodi che tuttavia avrebbero dovuto essere affrontati – questo l’impegno – in un momento successivo. A incorniciare l’intesa, il rispettivo riconoscimento tra Israele e Olp: il primo accoglieva quest’ultima come legittimo rappresentante del popolo palestinese, mentre l’Olp, che si impegnava al rifiuto della violenza e della distruzione di Israele, accettava il diritto all’esistenza dello Stato ebraico.

L’intesa – in attesa che trattative successive portassero a uno status finale – stabiliva fra l’altro la suddivisione di Cisgiordania e Striscia di Gaza in tre Zone: A, sotto pieno controllo dell’Autorità palestinese; B, sotto controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza; C (a forte presenza di insediamenti di coloni), sotto pieno controllo militare israeliano. Seguivano poi una serie di “allegati”.

Molte delle speranze sollevate, soprattutto sul fronte del consolidamento degli accordi e dei progressi successivi, sarebbero rimaste tuttavia sulla carta. Nell’uno e nell’altro schieramento furono molti gli oppositori. Yitzhak Rabin – che, insieme ad Arafat e Peres, nel 1994 fu insignito per quell’intesa del Nobel per la pace – pagò il prezzo più alto di lì a non molto: additato come un traditore nelle piazze della destra israeliana, fu assassinato nel novembre del 1995 dall’estremista ebreo Ygal Amir. Da parte palestinese, Fatah – il partito di Arafat e Abu Mazen – accettò gli accordi, ma non fu lo stesso per Hamas, destinata a prendere anni dopo con la forza il controllo della Striscia di Gaza, né “per la Jihad islamica, cardini del ‘Fronte del rifiuto'” contro Israele. E neppure terminò l’ondata di attentati palestinesi che anzi conobbero un salto di qualità con il terrorismo suicida. Ne sarebbero seguite la seconda intifada, la contestata costruzione della barriera di divisione fra Israele e Cisgiordania voluta dal governo Sharon all’interno dei Territori, l’assedio di Gaza che dura ormai da oltre dieci anni, e una lunga sequela di tentativi abortiti di far riprendere i negoziati.

Una rottura accresciuta dalla decisione assunta dal presidente Trump di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, come parte di un “piano di pace” rigettato dal presidente palestinese Abu Mazen: “L’accordo di Oslo è finito. Israele gli ha messo fine”. Così Abu Mazen al Consiglio centrale palestinese, il 15 gennaio 2018. In futuro, ha aggiunto Abu Mazen, ogni ulteriore negoziato si dovrà svolgere sotto un’egida internazionale. “Voglio essere chiaro, non accetteremo più alcuna mediazione americana”. Poi Abu Mazen ha attaccato le proposte di pace avanzate dal presidente Trump, definendole come lo “schiaffo del secolo”. “Abbiamo detto no a Trump, non accetteremo il suo progetto, l’accordo del secolo è lo schiaffo del secolo e non lo accetteremo”. Per concludere: “La nostra posizione è uno Stato palestinese nei confine del 1967 con Gerusalemme Est come capitale e l’implementazione delle decisioni della comunità internazionale, compresa la soluzione della questione dei rifugiati – ha spiegato –. Siamo a favore di una lotta nazionale, che è più efficace perché non esiste nessuno su cui possiamo contare”. Alla breve stagione della speranza, seguì dunque quella molto più lunga, e tormentata del terrore, delle rappresaglie, della costruzione di muri e della distruzione di “ponti” di dialogo.

La parola “compromesso” sembra essere stata bandita dal vocabolario politico mediorientale. L’affermazione della propria identità diviene assoluta e perché sia tale necessità la cancellazione di quella rivendicata dalla controparte. E così, a 25 anni da quegli Accordi, ciò che resta è una lista di promesse non mantenute che ha negato e sta negando a un’intera generazione di giovani palestinesi futuro e diritti. A rimarcarlo è un documentato report di Oxfam, tra le Ong internazionali una di quelle che più ha agito nei territori. I ragazzi di meno di 29 anni rappresentano più della metà della popolazione del Territorio occupato palestinese (OPT), e in quasi 1 caso su 2 due sono disoccupati. Nella stragrande maggioranza non hanno mai avuto la possibilità di votare, perdendo qualsiasi speranza di cambiamento. È la denuncia contenuta nel report Generazione Oslo, diffuso oggi da Oxfam a un quarto di secolo da un accordo carico di aspettative, che nei fatti ha causato la paralisi di un’economia da cui dipende il destino di un intero popolo. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale tra il 1994 e il 2014 la produzione pro-capite in OPT è “cresciuta” solo dello 0,1%, con un terzo del popolo palestinese oggi costretto a vivere in povertà, una condizione che a Gaza riguarda oltre 1 milione di persone, tra cui 400mila bambini.

“Più della metà della popolazione del Territorio occupato palestinese ha subito gli effetti delle condizioni stabilite dagli Accordi di Oslo – rimarca Riccardo Sansone, responsabile delle emergenze umanitarie di Oxfam Italia–. Costretti a crescere senza libertà e opportunità e senza un piano per correggere i torti di cui sono state le prime vittime. I giovani palestinesi oggi non hanno potere, diritti, né speranza per il futuro”.

Attualmente il 43,4% dei giovani palestinesi tra i 15 e i 29 anni non ha lavoro, è il tasso più alto di disoccupazione giovanile nella regione. Una situazione che a Gaza riguarda il 64,6% dei giovani. La conseguenza diretta è che 1,44 milioni di giovani palestinesi non cercano nemmeno più lavoro, né frequentano la scuola, con il 53% dei neo laureati disoccupato. Inevitabile dunque che circa un terzo dei giovani desideri lasciare la propria terra e il 73% non nutra alcuna speranza di miglioramento. Tantissime anche le donne disoccupate: il 47,4%, il più alto tasso di disoccupazione femminile al mondo.

“Mio padre mi ha raccontato che prima di Oslo, le persone avevano un lavoro dignitoso, c’era una fornitura di elettricità costante, non c’erano restrizioni di movimento, avevamo un aeroporto da dove si poteva volare ovunque. Poi le cose sono peggiorate dopo la mia nascita – dopo Oslo”, racconta Rajab, ventitreenne che ha sempre vissuto a Gaza. “Dopo Oslo ci siamo sentiti sotto assedio in ogni aspetto della nostra vita. Ogni cosa che facciamo è condizionata dal blocco che stiamo viviamo da oltre 10 anni“, dice Haytham giovane ingegnere di 27 anni che assieme a tre altri giovani colleghi a Gaza City, si è rimboccato le maniche per creare un prototipo in grado di creare energia elettrica dalle onde del mare, e poter così contribuire a far fronte alla drammatica crisi energetica che fa sì che nella Striscia si sopravviva in media con 4 ore di elettricità al giorno. Tutti i materiali per costruirlo però è stato costretto a reperirli dentro la Striscia, a causa del blocco imposto da Israele

Gli Accordi avevano promesso la fine dell’occupazione, la stabilità nella regione e una road map verso la pace, ma nulla di tutto questo si è tradotto in realtà – aggiunge Sansone – I palestinesi sono intrappolati in 760 chilometri di muri, una prigione che impedisce la libertà di movimento, nega diritti e separa le famiglie. Senza dire poi che gli insediamenti illegali in Cisgiordania sono aumentati a dismisura con intere comunità palestinesi che hanno perso l’accesso alla terra e alle risorse da cui dipendevano”.

Il processo che prende le mosse dagli Accordi di Oslo ha visto di fatto un ulteriore rafforzamento dell’occupazione israeliana nella Cisgiordania, con i giovani palestinesi che ne hanno subito le peggiori conseguenze: un impoverimento socioeconomico in tutto il Territorio occupato palestinese, nonostante i 30 miliardi di dollari di aiuti internazionali stanziati dalla Dichiarazione dei principi nel 1993 in poi. Eppure, secondo le stime del Fondo monetario internazionale, senza le restrizioni imposte dall’occupazione israeliana, il Pil pro capite aumenterebbe del 37%.

“Una pace giusta e solida, basata su pari dignità e diritti per tutti, è di vitale importanza sia per i palestinesi che per gli israeliani. – conclude Sansone -. È necessario apprendere le lezioni del passato e intraprendere un cammino totalmente nuovo. È l’unica speranza per i ragazzi della generazione Oslo.

Una speranza che reclamerebbe leadership lungimiranti, coraggiose, capaci anche di andare controcorrente. Riscoprendo la forza vitale della parola “compromesso”, un poderoso antidoto contro il virus del fanatismo.

“Nel mio mondo – scrive Amos Oz – la parola compromesso è sinonimo di vita. E dove c’è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità e nemmeno idealismo e nemmeno determinazione o devozione. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte”. In morte degli Accordi di Oslo-Washington. E di una speranza che non alberga in Terrasanta.

Sorgente: Gli Accordi di Oslo-Washington 13 settembre 1993-13 settembre 2018: la morte di una speranza

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