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Editori e giornalisti italiani, com’è facile essere “liberi” a spese dello Stato

Ieri è ancora salita di tono la polemica a difesa della libertà di stampa. Ma i Mauro, i Fontana e i Rieffeser sanno cosa succede negli Usa con Bezos e Bloomberg?

NICOLA BERTI

Ieri in Italia è ancora salita di tono la polemica di editori e giornalisti a difesa della libertà di stampa: oggetto di “attacchi da parte di esponenti del governo per danneggiare economicamente gli editori”, ha notato il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana. Sulla stessa linea si è espresso Andrea Rieffeser, presidente della Fieg ed editore di Quotidiano NazionaleResto del CarlinoLa Nazione e Il Giorno. Una serie di prese di posizioni per molti versi attese, dopo che il presidente della Repubblica Mattarella aveva accennato alla tutela della democrazia mediatica con un riferimento inequivocabile ad alcune recenti uscite dei ministri M5s in margine al caso Autostrade. Il vicepremier Di Maio, in particolare, non aveva smentito una maggior vigilanza su come le aziende a controllo pubblico spendono i loro budget pubblicitari e l’eventualità di interventi normativi a favore degli “editori puri”. Il sottosegretario alla Presidenza con delega all’editoria, il grillino Crimi, non sta facendo mistero di voler avviare un ripensamento sull’utilizzo dei fondi pubblici per l’editoria: con un maggior orientamento alle nuove iniziative digitali e meno ai media tradizionali andati in crisi sotto il controllo di dinastie finanziarie come Agnelli, De Benedetti, Berlusconi o gli associati di Confindustria. A Crimi, proprio ieri, ha replicato il predecessore Luca Lotti: il braccio destro di Matteo Renzi ha rotto un riserbo che durava praticamente dal 4 marzo per unirsi al coro allarmistico di editori e giornalisti, oggetto di importanti provvidenze da Palazzo Chigi durante gli ultimi quattro anni di governo Pd.

Sempre ieri dagli Usa è giunta la notizia che Time, forse il più prestigioso magazined’attualità d’Oltre Atlantico, è  stato ceduto a Marc Benioff e a sua moglie. Benioff è stato uno dei quattro fondatori di Salesforce.com, una multinazionale della Silicon Valley che si occupa di cloud computing applicato all’e-commerce. Dopo meno di vent’anni Salesforce vale al Nasdaq 120 miliardi di dollari: ne ha fatturati 10,5 nell’ultimo anno fiscale, con 29mila dipendenti. Dopo i primi due trimestri del 2018 i profitti netti sono a quota 643 milioni. Benioff — di fatto un concorrente di Jeff Bezos di Amazon — ha deciso di seguirne le orme nei nel settore media con un investimento personale di 190 milioni di dollari (Bezos, quattro anni fa, ha investito 250 milioni nella testata del Washington Post). Time era già stato rilevato meno di un anno fa assieme alle altre importanti testate di Time Inc (Sports IllustratedPeople e Fortune) da Meredith, società media dei fratelli Koch, tycoon noti per le loro posizioni vicine alla destra tradizionale del partito repubblicano. Che l’approccio dei Koch fosse in parte finanziario e che Time fosse in cima alla lista delle dismissioni era noto: così come: l’avvento del digitale scava da molti anni nei conti di tutte le gloriose testate del gruppo, già oggetto di tagli, ristrutturazioni, licenziamenti.

Ora ci riproverà comunque Benioff, che ha assicurato la totale separazione fra le attività Salesforce e la nuova iniziativa editoriale e il massimo rispetto per la direzione e i giornalisti. Lo stesso aveva preannunciato Bezos: che però è da tempo nel mirino del presidente Trump, che lo sospetta di manovrare il Post nei suoi continui attacchi alla Casa Bianca. Ma non più tardi di tre mesi fa ai giornalisti del Post — eredi della campagna Watergate — è giunta una solidarietà ironica proprio da The Donald in margine a una loro vertenza sindacale. Bezos, infatti, voleva riconoscere loro ritocchi salariali pari a solo metà dell’inflazione e nessun miglioramento ai piani pensionistici. Quel che è peggio, voleva rendere più sostanziale il diritto a licenziare i giornalisti come i facchini di Amazon. “Iniquo per un’azienda il cui valore non è solo commerciale”, ha ribattuto la redazione a Bezos: che dopo la défaillance di Marc Zuckerberg viene chiacchierato come possibile candidato democratico anti-Trump nel 2020.

A proposito: sembra che anche Michael Bloomberg stia meditando di correre per la Casa Bianca, ex sindaco repubblicano di New York, che a cavallo del 2016 ha ingrossato le fila frastagliate del “fronte democratico” statunitense. Un altro miliardario-editore hi tech: naturalmente con i soldi suoi o delle banche di Wall Street, non con sussidi statali “a difesa della democrazia”. Che in America non vengono dati né a editori né a giornalisti. Né dalle amministrazioni democratiche né da quelle repubblicane.

Sorgente: SPILLO/ Editori e giornalisti italiani, com’è facile essere “liberi” a spese dello Stato

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