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Decreto sul Ponte Morandi a Genova, scontro tra Palazzo Chigi e Tesoro. «Nel testo spazi vuoti», «Falso» – corriere.it

«Tutti gli interventi sono finanziati». Ma martedì il Mef non ha mandato il testo al Quirinale. Toti: «Sarebbe più opportuno ritirare il provvedimento e ricominciare da capo»

di Monica Guerzoni

ROMA — Il giallo va avanti per ore. Dove è finito il decreto sulla ricostruzione del Ponte Morandi? Perché non è arrivato nei tempi al Quirinale, a dispetto delle promesse del premier Giuseppe Conte? Per il ministero del Tesoro il testo del provvedimento, atteso con ansia dai genovesi, è approdato al ministero del Tesoro del tutto privo di coperture — con i puntini di sospensione al posto delle cifre — e la Ragioneria generale dello Stato ha dovuto lavorare duro per colmare gli omissis. Ma alle sette della sera, mentre Pd e Forza Italia gridano «vergogna» e si scagliano contro i «dilettanti allo sbaraglio» gialloverdi, Palazzo Chigi contrattacca. Irato per il ritardo e determinato a respingere ogni responsabilità del governo, Giuseppe Conte va allo scontro con i tecnici del Mef, lasciando che il caso esploda.

Le notizie di «presunte carenze» di coperture finanziarie sul decreto emergenze «non corrispondono al vero», mette nero su bianco Palazzo Chigi. E rivela che i soldi per ricostruire il ponte e aiutare famiglie e imprese sarebbero all’improvviso saltati fuori. Come? Gli interventi in conto capitale sono «integralmente finanziati», quelli di parte corrente lo sono per il 2018 e, «in parte», per gli anni successivi. I soldi dunque sono stati trovati solo in parte: le spese restanti saranno coperte nella prossima legge di Bilancio, che però copre solo i provvedimenti che entreranno in vigore il 1° gennaio 2019. Le opposizioni attaccano. Per la dem Alessia Rotta la soluzione del governo «contravviene al buon senso».

Il decreto, molto atteso dai genovesi e promesso come urgente dal governo, è stato varato dal Consiglio dei ministri «salvo intese» il 13 settembre. Eppure per la presidenza del Consiglio non c’è alcun ritardo: il Mef ha concluso le «valutazioni di propria competenza» e dal ministero del Tesoro, si leggeva ieri nel comunicato, «hanno appena confermato di avere terminato le valutazioni di propria competenza e che il decreto legge sta per essere inviato al Quirinale». Macché, alle 20.30 Mattarella — che da giorni aspetta il provvedimento per la firma — non aveva ricevuto la busta. La giornata ha visto salire la tensione tra Palazzo Chigi e via XX Settembre sul decreto, che mette Autostrade fuori dalla ricostruzione. A metà pomeriggio il sito internet de La Stampa scrive che la Ragioneria ha bloccato il decreto perché privo di coperture e il Mef a stretto giro «categoricamente» smentisce: «La Ragioneria non ha bloccato il decreto, ma lo sta sbloccando. È arrivato senza alcuna indicazione degli oneri e relative coperture». Dal ministero filtra che il testo, per quanto alleggerito da aggiunte che ne avevano fatto un decreto omnibus, è giunto in versione «molto incompleta».

C’è chi la legge come il secondo round del duello tra il governo e il ragioniere generale Daniele Franco, finito nel mirino del M5S. L’audio «rubato» del portavoce di Conte, Rocco Casalino, aveva rivelato la tentazione di una «megavendetta» contro i tecnici del Mef, accusati di non voler tirare fuori i miliardi per realizzare le promesse elettorali di Di Maio e Salvini. Due giorni fa, Franco è salito a Palazzo Chigi con il ministro Tria, il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera e il consigliere di Stato Roberto Garofoli. Ricucitura fallita? Tra i parlamentari di maggioranza filtra il sospetto che la Ragioneria abbia frenato il decreto «per ritorsione».

A sera il Mef stempera la tensione. «L’interlocuzione tra amministrazioni ha portato risultati» e il governo sta recependo nell’articolato i suggerimenti della Ragioneria. I tecnici di Tria hanno lavorato tutta la notte e se il testo ha ottenuto la bollinatura della Ragioneria, oggi arriverà al Quirinale. Ma le tensioni con gli enti locali non sono sopite. Preoccupato e stupito per «l’ulteriore stop», il governatore Giovanni Toti si chiede «se non sia più opportuno ritirarlo per ricominciare su basi più solide». E il sindaco Marco Bucci avverte: «Se le nostre richieste non ci sono, torneremo a Roma». Sul commissario non c’è accordo. Di Maio e Conte hanno vagliato, tra gli altri, i profili di Alfonso Celotto e Rodolfo De Dominicis, ma cercano un nome che metta tutti d’accordo.

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Sorgente: corriere.it

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