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Raccontare il femminismo: diritto all’istruzione, stereotipi e molestie – Al di là del Buco

Diritto all’istruzione, stereotipi e molestie

 

C’è stato un tempo in cui l’istruzione non era concessa alle donne. Si pensava che non avessero intelligenza o che i libri fossero lo stimolo a fare emergere nelle donne il diavolo in persona. Una donna istruita valeva come eccessivamente critica e non abbastanza sottomessa all’uomo. L’istruzione aveva il potere di far elevare le ambizioni delle donne e dato che esse venivano considerate alla stregua di animali senza anima non potevano pretendere che si riconoscesse il diritto ad apprendere o addirittura a scrivere di quel che pensavano.

I figli maschi venivano istruiti per governare e svolgere professioni non accessibili alle donne. Le figlie femmine imparavano a leggere e scrivere solo in rari casi, se figlie di aristocratici e per accumulare sapere spendibile nel ruolo di compagna adeguata a uomini di ceto superiore. L’accesso all’istruzione, che oggi pare così scontato, fu ottenuto tardi, grazie a donne che decisero, sulla propria pelle, di venire escluse da promesse matrimoniali o dalla vita in convento e di svolgere professioni dette “maschili”. Tutto ciò non senza passare per obbligo alla frequentazione di corsi di “economia domestica”, quando furono istituiti sistemi educativi diversi in base al genere (esistevano anche in base alla classe e alla razza). Le prime ribelli seguirono soprattutto campi che determinavano la colpevolezza delle donne in processi inquisitori. Il sapere ostetrico, la capacità di controllare i propri corpi, di prevenire gravidanze o di far abortire con minor rischio per le donne che non volevano figli, fu il principio che guidò molte donne nella professione medica.

Frequentare la scuola di medicina significava passare prima per la disponibilità di posti da infermiere e solo poi, secoli più tardi, molto più recentemente, per raggiungere posizioni di rilievo nell’ambito dei ruoli comunque relativi alla cura delle persone. Moltissime donne bianche di ceto inferiore erano analfabete e l’analfabetismo riguardava ancora di più le donne di altre “razze” considerate inferiori, perché donne e perché schiave. Ancora oggi in alcuni paesi alle donne è vietata l’istruzione e di questo immagino siate informate, pur senza dimenticare che guardare i sistemi di oppressione di altri paesi non significa che nei luoghi in cui viviamo il patriarcato non agisca in forme evidenti o più o meno subdole. Le donne nere furono ammesse a scuola grazie alla lotta di ragazzine coraggiose che sfidarono l’apartheid, i pregiudizi e la persecuzione violenta dei bianchi. Tra essi le ragazze bianche non furono da meno. Violente anche loro, non riconoscendo nelle donne nere, per esempio, delle persone che avevano il diritto ad elevare la propria cultura.

Nel 1957 in Arkansas, nel sud degli Stati Uniti, a sei ragazze e tre ragazzi neri fu permesso di iscriversi al liceo pubblico di Little Rock.

 

Seguendo la storia vedrete come ad ogni tempo in cui l’istruzione fu aperta a tutti i sessi, le razze e i ceti, corrisponde la presa di coscienza delle fasce sociali corrispondenti. La coscienza di stare dalla parte delle persone oppresse, corpi considerati come oggetti in maniera trasversale e tecnicamente ciascuno in modo diverso. Violente quando puntavano il dito contro le donne trans o le lesbiche che avevano fatto outing. Le ultime che poterono accedere alla scuola furono le donne disabili perché non esistevano spazi accessibili e perché solo di recente le scuole hanno avuto l’obbligo di adeguare le costruzioni ai bisogni delle persone disabili.

L’altra professione per la quale le donne venivano considerate più adatte era quella dell’insegnante di scuole inferiori. Nel contesto sociale, come in casa, venivano affidati alle donne i bambini e le bambine e per vedere donne scrittrici, scienziate, dottoresse in medicina, avvocate, giudici, dobbiamo arrivare ad un tempo e ad uno spazio molto più vicini a noi. Tutto ciò costò sangue e fatica e la lotta partiva dalla famiglia, con punizioni esemplari da parte di padri e mariti, con l’ausilio di istituti di “correzione” e manicomi, per arrivare alla società più recente grazie al fatto che maturò nelle donne la coscienza di genere.

Senza coscienza di genere, di classe, di “razza” non poteva esserci una rivendicazione e nessun gruppo che si riconoscesse nella stessa lotta. Perciò conoscere la propria storia fu essenziale ad arricchire la società con saperi e culture diverse che oggi, dopo tanto tempo, e a  volte con ampie sacche di opposizione, noi vediamo in maniera intersezionale. Nessuno è libero se tutti non siamo liberi. Le donne non sono libere se consideriamo solo la fascia bianca o ricca o etero o abile che prima di avere coscienza di genere ha la pretesa di ottenere diritti in base al ceto e alla razza – quella che definisce la bianchezza – di appartenenza.

Malala Yousafzai, Premio Nobel per la pace del 2014: i Talebani le spararono in testa nel 2012 per impedirle di andare a scuola.

 

Vi dico queste cose perché si sappia che il patriarcato ha condannato per moltissimo tempo le donne all’analfabetismo affinché esse non maturassero senso critico e capacità di ribellione. L’ignoranza è parente stretta della schiavitù. Mantenere le donne prive di istruzione era un modo per continuare ad esercitare oppressione senza che esse avessero la forza di riconoscersi come parte di un gruppo e dunque di ribellarsi. Anche in tempi più recenti le donne sono state istruite perché le famiglie aspiravano a matrimoni con partiti facoltosi. L’istruzione come merce di scambio per svendere donne in grado di stare in società. Le donne oggi costituiscono l’eccellenza in molti campi anche se cultura vuole che si dedichino spesso ancora alle materie umanistiche che portano all’insegnamento e a professioni in cui la cura è al centro di tutto.

Oggi si dice che le donne siano in numero superiore per continuità e completamento degli studi. Pare che lo studio non sia più un diritto esclusivo degli uomini ma resta comunque un diritto di fatto utile alle classi più agiate perché l’istruzione costa. Di fatto quindi la società continua ad essere divisa per classe e razza dove la povertà diventa denominatore comune che unisce nelle lotte trasversalmente tutti.

Nelle scuole l’elaborazione di una coscienza di genere è stata comunque osteggiata e le donne ne sono risultate ammansite quando il fatto di essere donne diventava ragione per cui potevano subire stupri e molestie. Stupri veri e propri da parte di compagni di scuola e, in troppi casi, da parte degli insegnanti. Ancora oggi resiste lo stereotipo sessista per cui le ragazze otterrebbero voti più alti non grazie alla loro fatica e intelligenza ma grazie alla presunta disponibilità sessuale verso gli insegnanti. Tutto ciò detto da uomini rabbiosi (e non solo) che continuano a vedere le donne come nemiche che occuperebbero ruoli e mansioni rubandoli alla comunità maschia. Proseguire in una denuncia contro un insegnante pedofilo o un professore delle superiori o dell’università è ancora difficile per via dell’omertà di cui vi ho già parlato nel capitolo precedente e perché la società continua a credere che sia la vittima a provocare e che la denuncia corrisponda alla rovina di un povero padre di famiglia.

Molti i professori che hanno ricattato le studentesse ottenendo favori sessuali, dunque impunità nello stupro, in cambio di buoni voti. In tutto ciò il fatto di essere donne è stato ed è ancora un limite sconfitto grazie al coraggio di ragazze che hanno patito dopo aver denunciato per poi vedere spesso assolto il prof stupratore. Assolto dalla società, dalla mentalità maschilista, dall’appartenenza dell’accusato ad una classe più agiata, talvolta, o comunque ad un sistema baronale universitario che lo protegge per il buon nome dell’istituzione che avrebbe dovuto rappresentare o il buon nome della famiglia.

Quelle ragazze, infine diplomate e/o laureate, troveranno nel mondo del lavoro lo stesso clima di impunità. Il ricatto di un datore di lavoro che ottiene sesso in cambio di uno stipendio sudatissimo per le fatiche compiute esiste ed è spesso non denunciato. Quando la denuncia investe sistemi di potere, così come abbiamo visto con il #metoo, la questione diventa ancora più complicata. Perciò è importante sostenere chi denuncia ed evitare di porsi sul banco del giudice continuando a veicolare victim blaming per scoraggiare la presa di parola delle donne e favorire i vari sistemi di omertà.

Il detto maschilista “tu sei seduta sull’oro“, nel senso che grazie alla fica potresti teoricamente ottenere tutto, sottintende in modo malizioso che sia volontà della donna ottenere facilitazioni in cambio di favori sessuali. Ma la definizione non corrisponde alla realtà perché va misurata in un sistema di oppressioni e privilegi che determina esclusioni per chi non la dà e anche per chi la dà perché per lavorare non ha alternative. Nella divisione moralista delle donne perbene e quelle per male il crimine di molestia nel lavoro viene banalizzato stabilendo che la santa, quella che non avrebbe scelta in nessun caso, sia meglio della “puttana”, ovvero quella che una alternativa potrebbe averla. Tutto ciò sempre e solo secondo il giudizio di donne e uomini che hanno il tempo di puntare il dito accusatore contro le donne che denunciano.

Specifico che vendere servizi sessuali è un lavoro che ciascuna donna può compiere per scelta. Nulla c’entra con il ricatto che obbliga una donna a fare quello che non vuole. La libertà di scelta, nella vita, nella sessualità, nel lavoro, è il primo principio da difendere. La molestia a scuola e nel lavoro offende la nostra autodeterminazione e chi giudica le vittime come troie colpevoli protegge un sistema di oppressione secolare che continua a voler esercitare potere sulle donne.

Tutto quello che vi ho detto corrisponde a lotte femministe in cui il genere interseca molto altro affinché tutt* siano liber*. Perché i diritti non possono essere ottenuti da chi lotta solo per se e il proprio branco. L’inclusione porta a considerare la scala di oppressioni e di privilegi come fondamentale per individuare alleat* e gruppi nemici. Le donne non sono grandi e meravigliose in quanto donne ma perché combattenti consapevoli della coscienza di genere, classe, razza, senza escludere nessun@ e senza immaginare di poter aggiudicarsi diritti che in realtà diventano privilegi quando sono stati ottenuti sulla pelle altrui. Una donna bianca, etero, ricca che straparla di lotta contro il femminicidio e il giorno dopo esprime frasi omo/transfobiche, razziste, classiste, non possiamo considerarla come nostra “sorella”.

Il resto nel prossimo capitolo.

Sorgente: Raccontare il femminismo: diritto all’istruzione, stereotipi e molestie – Al di là del Buco

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