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La NATIONALSOZIALISTISCHER UNTERGRUND: variante tedesca della “Uno Bianca”? O magari della banda del Brabante-Vallone ?-Gianni Sartori

(Gianni Sartori)

Accusata di complicità in ben 10 omicidi (9 migranti – greci e turchi – e una poliziotta, con l’aggravante di aver agito per razzismo), due attentati e una quindicina di rapine, Beate Zschaepe è stata recentemente condannata all’ergastolo dall’Alto tribunale regionale di Monaco. E’ previsto che i suoi avvocati impugneranno la sentenza chiedendone la revisione davanti alla Corte federale.

Il gruppo terroristico neonazista Nationalsozialistischer Untergrund (NSU) di cui Zschaepe faceva parte era sorto nel 1997 e aveva potuto agire impunemente fino al 2011 con 10 vittime fra il 2000 e il 2007. Degli altri quattro imputati (Ralf Wohlleben, Carsten Schultze, André Eminger e Holger Gerlach) il primo è stato condannato a 10 anni per concorso in omicidio. Pene più lievi per gli altri tre, comunque riconosciuti colpevoli in quanto complici delle cellula criminale.

Non più condannabili invece (in quanto defunti) gli altri due fondatori della NSU, Uwe Mundlos e Uwe Bohnhardt, ritrovati cadaveri in un camper nel 2011.

Ufficialmente – stando a quanto ricostruirono gli investigatori – si sarebbero suicidati per non essere catturati dopo il fallimento dell’ennesima rapina.

Contemporaneamente Beate Zschaeper, loro convivente, appiccava il fuoco all’appartamento dove vivevano in clandestinità per eliminare le possibili tracce.

Da subito sulle indagini era sceso il dubbio di depistaggi o quantomeno di lentezze, errori e sottovalutazioni.

Per esempio molti omicidi vennero inizialmente considerati come un “regolamento di conti” all’interno delle comunità immigrate. Solo dopo la conclusione della vicenda vennero istituite Commissioni d’inchiesta al Bundestag e ai parlamenti di Sassonia, Turingia e Baviera affinché le indagini venissero condotte a livello federale e per l’istituzione di una banca dati sui gruppi neonazisti.

Alcuni ricercatori hanno ritenuto di scorgere nella vicenda della NSU inquietanti analogie e parallelismi sia con quella belga della famigerata banda del Brabante-Vallone (medesimo addestramento?) sia con le italiche Uno bianca e Falange armata e volendo anche con i NAR di Fioravanti-Mambro e con le SAM di Esposti-Nardi-Angeli…

Una conferma a posteriori delle inchieste di Antonella Beccaria che aveva scritto: «Ho visto in diversi episodi la stessa violenza, la stessa pratica delle rapine, un agguato ai carabinieri (vedi la Uno bianca al quartiere Pilastro di Bologna-NDR) che finisce in una mattanza, una scia di morti leggermente inferiore. Ma la stessa sensazione, nei due casi, di qualcosa di oscuro, di intangibile, di misterioso».

Tutti questi gruppi sono variamente classificabili come razzisti e di estrema destra. Presumibilmente prima utilizzati strumentalmente per alimentare confusione e paura nella popolazione (nel quadro di una strategia della tensione o di una “guerra civile a bassa intensità”) e poi scaricati quando risultano superflui e incontrollabili.

Un po’ di storia, anzi di cronaca criminale.

Nella prima metà degli anni ottanta una misteriosa banda – specializzata nell’assalto a supermercati – imperversò nella regione del Brabante, in Belgio.

Ufficialmente tutto ebbe inizio il 30 settembre 1982 quando venne assaltata un’armeria di Wavre con esito mortale: un poliziotto ormai a terra, ferito, venne assassinato con un colpo alla nuca. In realtà sembra vi fosse già stato un precedente quando il 14 agosto la banda aveva rapinato un negozio di alimentari a Maubeuge.

A essere colpita fu soprattutto la catena di supermercati Delhaize con cinque aggressioni (sulle sedici in totale) e un tragico bilancio di diciassette morti e quindici feriti.

L’ultimo attacco risale al 9 novembre 1985 nella città di Aalst. Denominatore comune di ogni azione: lo scarso bottino (l’equivalente di 5mila euro), la ferocia e la coordinazione di stampo militare: risoluti, ben addestrati. Furono immediatamente classificati come “professionisti” anche per la rapidità con cui si davano alla fuga.

Alla diffusione del panico – comprensibile – corrispose l’adozione di misure di militarizzazione del territorio alquanto drastiche (almeno per l’epoca, poi divenute normale amministrazione dopo l’11 settembre e gli attentati jiadisti in Europa). Il ministro Jean Gol inviò pattuglie di polizia, militari, paracadutisti e jeep fornite di artiglieria leggera nei parcheggi dei supermercati.

Da sottolineare una analogia – quasi una fotocopia . con il modus operandi (da forze speciali) della Uno bianca: «la presenza di un uomo molto alto,ribattezzato dalla stampa belga “il gigante” (vedi il fratello camionista dei due Savi, “il Grosso”, quello equipaggiato con l’arma lunga- NDR) che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile SPAS 12 prodotto in Italia dalla Franchi Spa». Ricordo che in un primo tempo alcuni inquirenti pensarono addirittura che “il Grosso” non fosse altro che “il Gigante” espatriato dal Belgio in Italia.

Il 17 settembre 1983 a Nijvel, dopo aver assassinato una coppia indifesa (sempre in un negozio alimentare, quasi un marchio) attesero la polizia per tendere un agguato: inevitabile cogliere un’analogia con la strage di carabinieri al quartiere Pilastro di Bologna operata dalla Uno bianca.

Solo in seguito si sarebbe scoperto che la misteriosa “banda del Brabante” era ammanicata con la rete locale di Stay-Behind (insomma Gladio).

Nella prefazione di Giuseppe De Lutiis a «Gli eserciti segreti della Nato» (di Daniele Ganser) si può leggere: «tra il 1982 e il 1985 operò una misteriosa organizzazione, la cosiddetta “banda del Brabante”, alla quale furono attribuite ben sedici azioni terroristiche che provocarono ventotto morti e venticinque feriti; questo gruppo ebbe un comportamento molto simile a quello della “banda della Uno Bianca”».

Per aggiungere che «alla luce dei comportamenti dei due gruppi sembra lecito delineare un possibile parallelismo tra le due organizzazioni. Molto probabilmente non si riuscirà mai a stabilire se questo parallelismo è solo frutto di suggestione o vi siano altri motivi”.

Tuttavia De Lutiis considerava significative sia l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta, sia una dichiarazione resa pubblicamente (e pubblicata dall’Observer del 7 giugno 1992) dal presidente della medesima che aveva definito le stragi operate nel Brabante «opera di governi stranieri e di servizi segreti che lavorano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica».

Analogamente, affrontando la questione “Gladio” – alla televisione in diretta – il ministro della Difesa belga Guy Coeme si chiedeva: «Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l’ondata di crimini e terrorismo che questo Paese ha subìto durante gli anni passati».

Purtroppo le indagini richieste dal Parlamento belga per trovare conferma all’ipotesi di un collegamento fra la banda del Brabante e Gladio – o con organismi similari – si insabbiarono a causa della mancanza di collaborazione da parte del Service de documentation, de renseignement e d’action (SDRA VIII, facente capo al ministero della Difesa e composta da paracadutisti e addetti alle operazioni marittime specializzati in combattimento, sabotaggio) e della Section training, communication, mobilisation (STC/Mob, facente capo al ministero della Giustizia, composta anche da civili arruolati per la loro fede anticomunista).

Entrambe, curiosa coincidenza, erano inserite a pieno titolo nella rete Stay-Behind belga e in buoni rapporti di attiva collaborazione con la CIA statunitense e con il britannico MI-6.

I nomi degli esponenti di Gladio rimasero sconosciuti – nonostante le vivaci proteste della stampa e dei cittadini – anche se si arrivò alla sostituzione dei vertici sia di SDRA VIII che di STC/Mob (ma non alla messa in discussione delle due strutture).

Sembrava dovesse finire così, con un insabbiamento.

Invece nell’ottobre 1997 toccò a una nuova Commissione parlamentare riaprire il caso denunciando errori e omissioni (compresi veri e propri depistaggi e misteriose “sparizioni” di documenti) da parte degli inquirenti.

Riprendendo una pista già segnalata da John Palmer (giornalista inglese che si era occupato anche della strage di Bologna) si scoperchiava la vicenda della collaborazione (campi di addestramento paramilitare a cui prendevano parte – si presume come istruttori – uomini della Gendarmerie) fra l’esercito belga e la Westland New Post (WNP) organizzazione di estrema destra derivata dal preesistente Front de la Jeunesse. Martial Lekeu, in servizio nella Gendarmerie tra il 1972 e il 1984 (successivamente sarebbe fuggito negli USA dopo una serie di minacce di morte), in una serie di dichiarazioni alla stampa belga e alla BBC, parlò esplicitamente di «collegamenti fra le stragi del Brabante, i servizi militari e gli apparati di sicurezza».

Aveva raccontato di essere «andato personalmente, nel dicembre 1983, alla Brigade Spéciale de Recherchs -BSR – di Wavre che stava indagando sugli omicidi nel Brabante. Ero sorpreso che non fosse stato fatto alcun arresto e mi chiedevo cosa stesse succedendo, stavamo usando dei riguardi verso criminali di questo tipo – assassinii a caso o di persone che si trovavano in un supermercato. Così dissi a un signore che incontrai: “Si rende conto che in questa faccenda sono coinvolti membri della Gendarmerie dell’esercito?”».

La risposta – raccontava Martial Lekeu – fu: «Stai zitto! Tu sai, noi sappiamo. Bada agli affari tuoi. Fuori di qui».

E lui continuava: «Dicevano che la democrazia stava sparendo (ma forse si preoccupavano per il capitalismo…NDR), gente di sinistra stava prendendo il potere, i socialisti e tutto il resto e loro volevano contare di più».

Come già detto, non era questa la prima circostanza in cui si coglieva e denunciava una relazione tra le uccisioni nel Brabante e alcuni appartenenti (o ex) alle forze di sicurezza. Ancora prima che scoppiasse la questione “Gladio”, nel 1990 si era parlato esplicitamente di un «complotto per destabilizzare il sistema democratico» forse propedeutico a un colpo di stato (di destra naturalmente).

Sempre nel 1990 vennero trovati nella sede di Westland New Post documenti di provenienza Nato e della Gladio belga. L’organizzazione di estrema destra ebbe la sfrontatezza (sentendosi evidentemente coperta) di rivendicarne il possesso lasciando intendere di averli ricevuti direttamente dai servizi di sicurezza. Michel Libert, esponente di WNP – presumibilmente minore, ma sufficientemente addentro ai misteri dell’organizzazione – aveva rilasciato alla BBC queste inquietanti dichiarazioni:

«Si ricevevano ordini. Possiamo andare indietro diciamo fino al 1982. Dal 1982 al 1985 c’erano dei progetti. Mi era stato detto “Lei, signor Libert, non deve sapere perché noi facciamo queste cose. Assolutamente. Quello che le chiediamo è che il suo gruppo, con la copertura della Gendarmerie e della Sicurezza, porti a termini un lavoro. Obiettivo: i supermercati? Dove sono? Che tipo di serrature hanno? Quali protezioni che possano interferire con le nostre operazioni? Il direttore del negozio chiude tutto a chiave? O si servono di un’agenzia di sorveglianza esterna […]?”. Noi facevamo la nostra parte e inviavamo il nostro rapporto: orario di apertura e chiusura. Qualsiasi cosa si volesse sapere di un supermercato. A cosa servivano queste informazioni? Questa era solo una, tra centinaia di missioni. Qualcosa doveva essere fatto. Ma l’uso che ne sarebbe stato fatto, questa è la grande domanda».

Altro caso emblematico quello di Paul Latinus, un esponente di WNP (individuato come «il punto di contatto tra l’estrema destra, la destra classica, i servizi nazionali e quelli stranieri») che risultava – almeno dal 1967 – sul libro paga della Defence Intelligence Agency, la DIA che è l’equivalente militare della CIA. Negli Anni Settanta Paul Latinus entrò a far parte del club degli ufficiali di riserva del Brabante, organizzazione militare visceralmente anticomunista. Nel 1978 entrò nei ranghi del Front de la Jeunesse e si dedicò all’organizzazione del WPN. Nel 1981, coinvolto dalla stampa nella denuncia delle infiltrazioni di estrema destra negli organismi statali, trovò rifugio nel Cile fascista di Pinochet (e magari qui avrà incontrato qualche latitante italico di Avanguardia nazionale…). Il suo rientro in Belgio coincise con l’apparizione della banda del Brabante. Secondo il giornalista Jean-Claude Garot Paul Latinus sarebbe stato inserito nel Front de la Jeunesse con un compito preciso: «insegnare come condurre attacchi violenti, assalti ai caffè degli immigrati ed effettuare operazioni di sorveglianza».

Significativo poi che durante la presidenza di Regan, Latinus mantenesse buoni e costanti rapporti con gli Usa, coinvolto forse nelle operazioni della CIA contro i sandinisti in Nicaragua.

Anche per il presidente della commissione belga su Gladio, il senatore Roger Lallemand «le operazioni del Brabante erano operazioni di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica. Queste uccisioni senza senso potrebbero aver avuto una motivazione politica. Si ricordi quanto successe in Italia. Alla stazione di Bologna morirono ottanta innocenti. Pensiamo che dietro gli omicidi nel Brabante-Vallone vi fosse un’organizzazione politica».

In coincidenza temporale con la conclusione della vicenda della banda del Brabante, Paul Latinus era stato arrestato. Ed è probabile che ne avesse di cose da raccontare. Peccato! Il 24 aprile 1985 venne trovato impiccato con un cordone del telefono nella sua cella. Stranamente i suoi piedi toccavano terra.

E IN ITALIA?

Anche l’ Italia ovviamente – in quanto laboratorio permanente di sperimentazione sociopolitica – si vide per qualche anno in balia di azioni terroristiche alquanto misteriose, di matrice quantomeno “variegata”, camuffata. Opera sia della relativamente nota Falange Armata (sigla chiaramente farlocca, con un vago richiamo alla Falange spagnola, fascista) sia della banda denominata Uno Bianca.

Il 27 ottobre 1990 un anonimo interlocutore telefonava all’ANSA di Bologna rivendicando a nome della Falange Armata l’uccisione di un educatore di Opera, Umberto Mormile. Il delitto risaliva all’11 aprile dello stesso anno. Successivamente si ipotizzò che Mormile avesse rifiutato le proposte di qualche boss rinchiuso nel carcere venendo per questo eliminato.

Armida Miserere, sua compagna, in seguito direttore al carcere dell’Ucciardone e poi di Sulmona (dove morirà, ufficialmente suicida) dedicherà il resto della sua vita al vano tentativo di far chiarezza sulla tragica fine dell’educatore.

In merito a quali fossero «gli obiettivi da colpire – spiegava Maurizio Avola, collaboratore di giustizia – si trattava di azioni terroristiche anche estranee al modo tradizionale di agire e alle finalità di Cosa Nostra». E soprattutto, tali azioni “anomale” dovevano essere rivendicate come Falange Armata. Sempre stando ai pentiti, l’idea originaria (ancora nel ’90?) sarebbe stata dei calabresi – e quindi filologicamente non della “Mafia” doc – ma poi ceduta ai catanesi e infine (nel ’91?) adottata dai corleonesi (chi?).

Tanto chi doveva capire e decodificare il senso di tali gesti criminali avrà senz’altro compreso. Ossia “se volete che smettiamo, dateci quanto richiesto” (si può presumere: condizioni carcerarie meno aspre e dure – vedi restrizioni, norme, regolamenti – per i boss reclusi).

Ad alimentare ulteriormente la confusione – monopolizzando comunque l’attenzione dei media – i soidisant falangisti rivendicarono di tutto e di più: dalle stragi del Pilastro (Bologna) e di Capaci, all’uccisione di Salvo Lima e di Giuliano Guazzelli. Al punto che si cominciò a sospettare dell’opera di mitomani e/o sciacalli.

Tra gli effetti collaterali – oltre all’ovvia richiesta di maggior sicurezza – quello di far passare in secondo piano quanto contemporaneamente avveniva nel Meridione dove la Mafia propriamente detta – di nome e di fatto – proseguiva nei suoi ordinari affari e intrallazzi.

Inquietante (e anche paradossale, ma forse non in Italia) quanto ebbe a dichiarare l’ex presidente del Cesis – ed ex ambasciatore – Francesco Paolo Fulci, alimentando il timore di cellule deviate (impazzite, fuori controllo…) del Sismi che agivano in sintonia con elementi del crimine organizzato. A suo avviso le telefonate di rivendicazione di stragi e omicidi all’Ansa provenivano dalle sedi del Sismi, il servizio di intelligence militare negli anni novanta (*).

E non si escludeva nemmeno l’ipotesi che talvolta qualcuno rivendicasse le azioni con tale sigla per attribuirle comunque – ufficialmente – alla Mafia (e magari proprio per conto della Mafia).

A questo punto una domanda.

Come mai la frase più nota (quasi uno slogan o un messaggio in codice) attribuita alla Falange e all’epoca citata negli articoli («il terrorismo non è morto, vi faremo sapere poi chi siamo», dopo la strage del Pilastro per mano della Uno bianca) era stata giudicata inattendibile dagli inquirenti? In base a quali elementi?

In seguito la sigla di questa “centrale del terrore” (e della disinformazione) scomparve dalla scena pubblica nel 1994.

Ma con una breve, tardiva eccezione. Venne infatti riesumata nel febbraio 2014 per una lettera inviata a Totò Riina (nel carcere di Opera) dove veniva invitato a “tener la bocca chiusa”.

UNO BIANCA: L’UNICA CERTEZZA E’ IL COLORE

Misteri aleggiano anche su un’altra banda criminale italica (talvolta accostata, sovrapposta o confusa con una frangia della Falange) cioè la Uno Bianca dei fratelli Savi. Secondo Giovanni Spinosa – già presidente del tribunale di Trapani ed ex PM alla Procura di Bologna – potrebbe essere stata «l’ultimo anello di un vasto disegno della criminalità organizzata«».

O almeno così sosteneva – in contrapposizione con le versioni ufficiali definite “semplicistiche” – nel suo libro «L’Italia della Uno Bianca», scritto a 17 anni dall’ultimo delitto della banda che agì tra il 1987 e il 1994 lasciando una lunga scia di sangue: 23 morti, centinaia di feriti. Per il magistrato sia la stampa che la Giustizia avrebbero preferito «credere alle confessioni dei tre fratelli piuttosto che all’evidenza dei fatti. I loro delitti fanno parte dello stragismo mafioso del decennio 1984-1993».

Analizzando gli attentati di quel periodo (dal rapido 904 alle bombe di Milano, Firenze e Roma) Spinosa aveva ritenuto di scorgervi gli estremi di una “strategia stragista” inserita nelle pagine nere delle trattative Stato-mafia, un ingranaggio ben più articolato e complesso di quello di una semplice banda di rapinatori paranoici e razzisti. Al punto che forse nemmeno i fratelli Savi erano completamente consapevoli di tutte le implicazioni del loro agire.

Dall’analisi complessiva della vicenda, compresi i risvolti processuali, Giovanni Spinosa traeva l’amara conclusione che «in questo Paese spesso si preferisce chiudere gli occhi e fare finta di niente». Ossia, non ci si troverebbe di fronte a una semplice storia criminale, ma a una vicenda prettamente “politica”. E questo – sempre secondo il magistrato – allontanerebbe la possibilità di una derivazione o imitazione dalla banda del Brabante-Vallone (diversamente da quanto ipotizzato nella prima parte di questo articolo9 e anche un eventuale ruolo di Gladio (o di una sua emanazione).

Esistono tuttavia anche altre interpretazioni (oltre a quella di Spinosa) che tale ruolo – di Gladio intendo – non lo escludono, tutt’altro.
O meglio, più che della Gladio propriamente detta, si tratterebbe di O.S.S.I.(Operatori speciali servizi italiani) una sua fantomatica emanazione (o “struttura parallela”, illegale).
Vedi nel libro di Giulio Laurenti “La madre dell’Uovo” – a pag. 197 e a pag. 214 – dove si ipotizza che la Falange Armata sia nata addirittura in una caserma della Folgore, la Vannucci (nel 1990, per “combattere la corruzione e il malcostume politico”).
Di O.S.S.I. potrebbe aver fatto parte anche Li Causi, talvolta identificato come l’informatore di Ilaria Alpi e ucciso in Somalia (in circostanze mai chiarite, potrebbe trattarsi anche di una simulazione) qualche mese prima della giornalista che indagava sui traffici di armi e rifiuti tossici.
Un bel casino, direi…(e in ogni caso, discorso da riprendere).
La banda dei Savi comunque sarebbe stata eterodiretta e anche “protetta” dalla Mafia. Spinosa sottolineava le analogie con l’operato della Falange (attiva dal 1990 al 95). In un’intervista aveva spiegato di essersi occupato della Uno Bianca – trovandosi alla Procura di Bologna – fin dal 1988.

I processi ai fratelli Savi (in particolare per la vicenda della strage del Pilastro dove – stando anche alla sentenza – avrebbero agito in batteria con soggetti legati ad ambienti camorristici) rafforzarono in Spinosa la convinzione che le azioni di questi criminali «rientravano in un grande disegno della criminalità organizzata nel quale facevano parte personaggi contigui alla trattativa con i servizi segreti per la liberazione del camorrista Cirillo». In seguito, deluso da come la vicenda era stata riportata nell’ambito banale e scontato della criminalità comune, Spinosa non aveva più voluto, per anni, occuparsi della vicenda. Fino a quando – di fronte all’ennesima ricostruzione giornalistica (stavolta televisiva) “semplicistica” (e tutto sommato consolante per l’opinione pubblica, prima debitamente terrorizzata e poi rassicurata) della “banda a conduzione famigliare” che alternava rapine con attacchi a immigrati e campi nomadi – aveva preso la difficile decisione di cimentarsi con il libro citato.

Se nell’estate del 1993, spiegava Spinosa «le principali città italiane vengono colpite dalle bombe: Milano, Firenze, Roma. Come mai Bologna viene risparmiata? Perché Bologna aveva la Uno Bianca».

Un indizio ulteriore lo aveva poi avuto quando, dopo la cattura dei Savi, venne a sapere che «per gli attentati di quel luglio erano state usate della Fiat Uno. C’è addirittura un pentito che racconta che a costo di rubare una Fiat Uno è arrivato fin sotto una questura. Qualcosa vorrà dire».

Qualcosa, sicuramente. Ma cosa?

Gianni Sartori

(*) queste sarebbero state le testuali parole (risalenti al 4 aprile 1994 e rivolte ai pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia ) dell’ex ambasciatore Francesco Paolo Fulci: «Un funzionario del Sisde, si chiamava De Luca, che ora è morto e lavorava con me al Cesis, mi portò due cartine: in una c’erano i luoghi da dove partivano tutte le telefonate della Falange armata, nell’altra i luoghi dove sono situate le sedi periferiche del Sismi… e queste due cartine coincidevano perfettamente».

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