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Gli schiavi fanno comodo: la legge ha le armi spuntate – Il Fatto Quotidiano

Il governo non ha mai approvato il piano di accoglienza dei braccianti stranieri, pur previsto dalle nuove norme, e le aziende del foggiano non hanno mai reclutato operai attraverso la “Rete del lavoro agricolo di qualità”. Buona parte della legge anti-caporalato, approvata nel 2016 dal governo Renzi, è in realtà rimasta sulla carta. A farlo notare è Giovanni Mininni che fa parte – per conto della Flai Cgil – della Cabina di regia nazionale. È l’organo di coordinamento delle reti che dovrebbero agire sul territorio per prevenire il caporalato. E quindi per evitare tragedie come quelle che negli ultimi cinque giorni hanno causato la morte di 16 persone in Puglia.La legge, infatti, è divisa in due parti. La prima punta alla repressione, con pene severe per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento. La seconda, invece, prevede interventi per migliorare la vita dei braccianti stranieri e sottrarli al rischio di finire sotto caporale: progetti per l’ospitalità, trasporti sicuri verso i campi, e reclutamento regolare delle aziende. È questa seconda parte, però, quella inattuata. Giuliano Poletti, allora ministro del Lavoro, avrebbe dovuto emanare un decreto, con i colleghi di Agricoltura e Interno, con il piano per l’accoglienza e la logistica nelle zone delle raccolte stagionali. Avrebbe permesso di sostituire i ghetti, come quello smantellato a Rignano, con strutture a norma. Quel provvedimento, però, non ha mai visto la luce nonostante la scadenza fissata a 60 giorni dall’approvazione della legge (quindi gennaio 2017). Il sindacalista Mininni lo segnala da tempo, ma purtroppo non è cambiato nulla.Nonostante l’inerzia del governo, proprio a Foggia negli ultimi mesi sembrava che qualcosa si stesse muovendo, anche grazie al prefetto Iolanda Rolli che ci ha creduto molto. Risultati tangibili, però, non sono arrivati. A marzo 2018, nella Provincia pugliese si è finalmente insediata Rete territoriale del lavoro agricolo di qualità, che stila l’elenco delle imprese che rispettano le regole e non hanno ricevuto condanne o sanzioni amministrative.Il ruolo di queste reti è stabilito proprio dalla legge contro il caporalato: “Promuovono modalità sperimentali di intermediazione fra domanda e offerta di lavoro nel settore agricolo e iniziative per la realizzazione di funzionali ed efficienti forme di organizzazione del trasporto dei lavoratori”. La legge, quantomeno nelle intenzioni, incaricava questi enti di intervenire su uno dei principali pericoli per la sicurezza dei migranti stagionali: il trasporto. “I pullman dei caporali – racconta Mininni – sono spesso mal ridotti e con le gomme lisce”. La Rete di Foggia, alla quale sono state ammesse 50 imprese (solo 3.600 in tutta Italia), ha provato ad attivarsi in questi mesi, ma senza successo. L’idea era comprare furgoni per garantire gli spostamenti. “Avremmo usato il Fondo asilo, migrazione e integrazione (Fami) del ministero dell’Interno – spiega Mininni – e la Regione Puglia avrebbe anticipato i soldi”.Lo scopo era creare un “corridoio umanitario”. Quanto all’accoglienza, inizialmente si era pensato di coinvolgere i Comuni, poi però i sindaci hanno fatto resistenza. Così, sono state individuate strutture regionali come Casa Sankara di San Severo. Un altro obiettivo era far nascere un sistema trasparente di incrocio di domanda e offerta. L’organo, del quale fanno parte anche Coldiretti, Confagricoltura e Cia, avrebbe quindi garantito sulla regolarità dei reclutamenti.L’ingranaggio si è inceppato proprio qui: “Nessuna azienda ha inviato richieste”, denuncia Mininni, che ieri ha riportato tutto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in visita a Foggia. Le assunzioni, quindi, non sono passate attraverso il sistema pubblico. Questo non significa che tutte le aziende assumano irregolarmente (i dati parlano di più di una su due che non applica i contratti). Sta di fatto, però, che almeno finora nessuna ha voluto fruire della Rete. Per Giuseppe De Filippo, presidente di Coldiretti Foggia, i motivi sono diversi: “Le novità – spiega al Fatto – incontrano sempre difficoltà in partenza. Poi c’è una diffidenza culturale da parte di alcune imprese verso le istituzioni. Infine, ci sono aziende serie, come la mia, che ogni anno assumono regolarmente persone fidate. Perché dovrebbero chiederne altre alla Rete se non ne hanno bisogno?”.Si dice spesso che la legge sul caporalato non sia applicata per gli scarsi controlli. È vero, ma non è tutto: la vera incompiuta è la strategia di prevenzione che avrebbe dovuto, prima che arrestare i criminali, imporre la presenza dello Stato in questi territori fuori controllo.

Sorgente: Gli schiavi fanno comodo: la legge ha le armi spuntate – Il Fatto Quotidiano

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