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L’esecutore che cammina sul filo – La Stampa

di Marcello Sorgi

Un esecutore, non un mediatore tra due diversi – molto diversi – partiti della maggioranza e tra due leader e vicepremier dotati di forti personalità. Questo è il ruolo che con chiarezza, senza girarci attorno, si assegna il presidente del consiglio Giuseppe Conte nell’intervista rilasciata a «La Stampa». E pensa di poter riuscire in quest’incarico proprio perché non si considera, né vuole diventare, un politico, anzi uno di quei «politici ballerini» canzonati da Milan Kundera.

 

I margini assai ristretti di autonomia che gli sono stati assegnati da Salvini e Di Maio (e sono stati sottolineati da tutti gli osservatori come un limite evidente del suo ruolo) non li sottovaluta: semplicemente, ne prende atto, sapendo che quel che gli resta non è poco, a cominciare dai rapporti faccia a faccia con i grandi del mondo, un’esperienza impensabile per un avvocato impegnato fino a due mesi fa in tribunale e nel suo studio, e oggi a tu per tu con Trump (con cui rivendica, forse con un pizzico di illusione, una reciproca, istintiva simpatia), Merkel, Macron, e presto anche con Putin. Pur auspicando lunga vita al governo e a se stesso come ogni premier, Conte, tra le righe, si rivela consapevole che il suo futuro dipenderà dai rapporti tra Lega e 5 Stelle, formalmente buoni in queste prime settimane, ma potenzialmente esposti al rischio collisione, com’è sempre accaduto in tutte le maggioranze della storia repubblicana.

Il punto è questo.

 

Conte: “Le imprese non devono scagliarsi contro il decreto dignità: avrà benefici anche sui consumi”

 

E il giurista Conte, che mostra una fiducia comprensibile ma un tantino eccessiva nelle capacità taumaturgiche del diritto, delle norme e dell’approccio professionale a problemi che la politica spesso riesce solo a complicare, non tarderà ad accorgersene. Perché hai voglia a dire che le imprese grandi e piccole hanno tutto da guadagnare da un mercato del lavoro «stabile», leggi: più ingessato, come quello introdotto dal «decreto Dignità», ma se gli imprenditori ti spiegano che con meno flessibilità ci saranno inevitabilmente meno posti di lavoro, precari quanto vuoi ma di meno, presto o tardi dovrai tenerne conto. Riaffermando, è pieno diritto del governo, una svolta più attenta alle ragioni dei sindacati, ma preparandosi a fronteggiarne le conseguenze.

 

Discorso simile, se non proprio uguale, riguarda la politica economica ed estera del governo. Se il ministro Tria ti spiega un giorno sì e l’altro pure che lo spazio per ottenere flessibilità dall’Europa è minimo e legato al mantenimento di un percorso di riforme che il «contratto di governo» vuole espressamente mettere in discussione, non serve sottolineare il peso che l’Italia vuole assumersi nelle istituzioni europee e nel confronto con i nostri partner storici. Il peso è quello che ti riconoscono, anche se certo non è un male esser passati dalla messa in discussione dell’euro della prima bozza del programma a quella dei confini e delle missioni internazionali.

 

In altri termini: finché si alza la voce sull’immigrazione, come più o meno sta accadendo in tutti i paesi europei che si preparano alle elezioni per il prossimo parlamento di Strasburgo, passi. Tanto si sa che per ottenere cambiamenti significativi su questo terreno occorre mettere d’accordo 28 governi, e con quello che è successo due settimane fa a Strasburgo, non è aria. Ma attenti a stressare relazioni che come tutti i rapporti vivono di quotidianità e affidabilità tradizionali, nel senso che l’Italia, più o meno, in Europa è sempre stata al suo posto. In politica le parole sono pietre. E non tutti i politici sono «ballerini».

Sorgente: L’esecutore che cammina sul filo – La Stampa

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