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Allarme in Europa: manca CO2 per birra e carni. Ma l’Italia può stare tranquilla

di Sissi Bellomo

Ormai siamo abituati a considerarlo un nemico, colpevole numero uno del cambiamento climatico. Ma quando scarseggia può mandare in tilt un intero Paese. È il biossido di carbonio, detto anche anidride carbonica o CO2, sostanza di cui un’improvvisa carenza in Gran Bretagna è diventata un problema nazionale. E non solo.
Diciamo subito che in Italia non è successo nulla di analogo e secondo gli esperti è improbabile che accada, né ora né in futuro.

Ma negli ultimi quindici giorni oltre Manica si è arrivati ad una vera e propria emergenza: fabbriche ferme, carni e prodotti da forno spariti dagli scaffali dei supermercati e, soprattutto, scarsità di birra. Le difficoltà di rifornimento dei pub – proprio mentre infuria il solleone e i tifosi brindano ai successi dell’Inghilterra ai Mondiali di calcio – hanno conquistato i dibattiti parlamentari e le prime pagine dei giornali.

Scherzi a parte, si tratta di un problema serio, che ha colpito anche altre aree del Nord Europa, dal Benelux alla Scandinavia (a Oslo, in Norvegia, ha portato addirittura a razionare l’acqua corrente). Dall’altra parte del mondo, il Messico sta sperimentando difficoltà simili.

I cosiddetti gas serra non c’entrano niente, o quasi, perché la molecola è la stessa. Ma se l’eccesso di emissioni di CO2 è tra i maggiori responsabili del riscaldamento del pianeta, l’anidride carbonica di per sé è tutt’altro che dannosa. Al contrario è indispensabile alla vita (basti ricordare che è alla base della fotosintesi clorofilliana) e anche in ambito industriale ha una lunga serie di applicazioni, nella filiera alimentare e non solo.

Gli utilizzi alimentari
Inodore, insapore e atossica, la CO2 – opportunamente trattata e purificata – è contenuta in tantissimi prodotti che finiscono sulle nostre tavole: non solo birre, ma tutte le bibite gassate e pure l’acqua frizzante (non l’effervescente naturale, ma quella per l’appunto «addizionata con anidride carbonica»). Non basta. Serve anche per le confezioni in atmosfera modificata, che allungano la “vita di scaffale” di alimenti come i salumi in busta, le insalate prelavate o le merendine. È impiegata per preparare i surgelati e per il ghiaccio secco. Infine è molto usata nei macelli, perché considerata il modo meno crudele per abbattere gli animali.
Carenze di CO2 non sono una novità assoluta, ma quella accusata dai britannici – che solo ora iniziano a intravvedere la luce in fondo al tunnel – è senza dubbio la più grave da decenni secondo Gasworld, la testata specializzata che per prima ha suonato l’allarme.

A scatenare la crisi è stata una combinazione di eventi: una sorta di tempesta perfetta, che per il Regno Unito è stata aggravata dalla scarsa autosufficienza nei rifornimenti. Ed è proprio su quest’ultimo fronte che l’Italia per una volta segna un punto a vantaggio. A dominare il mercato sono più o meno ovunque gli stessi fornitori: giganti come Air Liquide, Linde, Praxair, Messer, o della chimica come Basf. Ma la CO2 viene approvvigionata su base locale, spiega Federchimica-Assogastecnici, perché il trasporto su lunga distanza non è pratico né conveniente: «Si trasporta in bombole pesantissime o in cisterne refrigerate a -80° C e il carico rischia di evaporare prima dell’arrivo. L’import-export è residuale».

In Italia di CO2 ne produciamo a sufficienza da soddisfare abbondantemente il nostro fabbisogno, prosegue l’associazione che fa capo a Confindustria. «La si estrae da giacimenti sotterranei, che da noi sono numerosi, tant’è vero che abbiamo molte acque minerali naturalmente gassate. Inoltre nel nostro Paese c’è una produzione chimica importante». «Stiamo monitorando la situazione, ma non dovremmo avere problemi», conferma David Dabiankov Lorini, direttore generale di Assobibe .

Birrifici efficienti
I birrai italiani sono vere formichine in confronto alle cicale inglesi. «In tutti gli stabilimenti italiani deriviamo la CO2 dalla fermentazione naturale – afferma Michele Cason, presidente di Assobirra – . Abbiamo il pallino di non sprecare nulla e recuperiamo dagli altri processi anche la CO2 che usiamo per l’evacuazione delle bottiglie, procedimento che serve a togliere l’ossigeno, nemico della birra».

La Gran Bretagna, invece, è debole su tutti i fronti. Ma quest’anno è anche stata molto sfortunata, tanto che persino alcuni colossi del Food & Beverage e della Grande distribuzione organizzata sono stati presi in contropiede. Tra quanti hanno segnalato difficoltà ci sono Heineken, Coca Cola, Tesco, anche se Fitch non vede rischi seri per nessuno, a meno che «la carenza persista per più di qualche settimana e l’impatto si estenda coinvolgendo altri mercati europei».

IL CICLO DELLA CO2
(Fonte: BBC e Economist-Liberum Capital e)

Il problema della CO2 di origine chimica è nel valore. Troppo basso per giustificare la costruzione di stabilimenti dedicati (e anche per estrarla dall’atmosfera). Metà dell’anidride carbonica per usi alimentari in Europa proviene da impianti di fertilizzanti, che la ottengono come sottoprodotto dell’ammoniaca, talvolta arriva da fabbriche di bioetanolo. Nel Regno Unito ci sono solo cinque di questi impianti e ben tre sono andati fuori uso contemporaneamente, per guasti o manutenzioni stagionali. Neppure le importazioni sono state di grande aiuto agli inglesi, perché anche nei Paesi vicini ci sono state fermate di impianti, in alcuni casi eccezionalmente lunghe. Nella tempesta perfetta c’è infatti anche il crollo dei margini di lavorazione dei fertilizzanti: il prezzo del metano, che questo settore utilizza in grandi quantità, è salito alle stelle sulla scia del rally del petrolio e per gli acquisti record di Gnl da parte della Cina, mentre il prezzo di vendita dell’ammoniaca è diminuito.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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