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La politica dei piedi nel piatto – La Stampa

ANALISI

È un calcolo abbastanza miope quello del ministro dell’Interno, Salvini, esultante per aver costretto la nave Aquarius – carica di 629 migranti, tra cui 123 minori, 11 bambini, 7 donne incinte e 15 ustionati gravi – ad allontanarsi dalle coste siciliane, dopo il rifiuto di Malta di farla attraccare, e a far rotta sulla Spagna. Dov’è attesa a Valencia, grazie alla disponibilità ad accoglierla del neonato governo spagnolo Sánchez, «per evitare una catastrofe umanitaria».

Nell’immediato, certo, il leader leghista e fresco responsabile del Viminale, avamposto strategico sulla trincea dell’immigrazione clandestina, potrà dirsi vincitore – e non solo delle amministrative di domenica grazie alla sua campagna permanente – perché ha vinto su tutto e tutti: il governo italiano, a cui ha imposto la sua linea dura senza neppure discuterla con colleghi e alleati; il premier Conte che si è dovuto adeguare; l’alleato Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Toninelli, responsabile dei porti chiusi e della Guardia costiera messa in riga da Salvini, che hanno condiviso a denti stretti; il M5S, anch’esso obbediente, pur tra vistose crepe, la più evidente delle quali rappresentata dal sindaco di Livorno Nogarin, disponibile a soccorrere i profughi ma subito zittito d’autorità, nella gran confusione che per due giorni e due notti ha accompagnato la prima vera emergenza dell’esecutivo giallo-verde.

 

Il pianto infinito della piccola Miral. E sull’Aquarius cresce la rabbia (Fabio Albanese, Francesca Paci)

 

Se serviva una prova che governare l’Italia non è affatto dispiegare l’attuazione di un programma predefinito, come appunto il «contratto» che unisce la Lega e il M5S, ma far fronte ai problemi che si presentano, uno dopo l’altro, è arrivata perfino in anticipo sulle previsioni. Il dirottamento dell’«Aquarius», tra l’altro, non potrà che essere una soluzione una tantum, rispetto alla ripresa degli sbarchi che si annuncia massiccia, complici la buona stagione, il bollettino meteorologico favorevole, la mancata cura – per non dire l’aperta polemica, vedi lo scontro con la Tunisia – delle intese delicatissime che il predecessore di Salvini, l’ex-ministro Minniti, aveva concluso, riducendo del 78 per cento gli sbarchi negli ultimi due anni, con la Libia quartier generale del traffico illegale di immigrati, e con i Paesi della costa nordafricana destinati a ricevere i clandestini da rimpatriare sulla base di accordi internazionali.

C’è da chiedersi subito quanto resisterebbe la barriera italiana dei porti chiusi e del rifiuto di soccorsi ai naufraghi davanti a una serie di arrivi come quella che è logico prevedere per tutta l’estate, e quanto sia lecito scommettere sulla solidarietà, chiaramente occasionale, di Paesi come la Spagna, che si trovano a centinaia di miglia dal tratto di mare in cui i migranti vengono abbandonati al loro destino.

 

 

Salvini ha dalla sua – oltre a un’indubbia e evidente capacità politica e talento da leader – l’abbandono in cui è stato lasciato il problema dell’immigrazione, in un periodo, che potremmo datare almeno a tre estati fa, in cui assumeva dimensioni sempre più gravi, con la Germania che prima apriva, e poi si pentiva di aver aperto, i suoi confini a un milione di profughi siriani, la Francia, teatro dei più gravi attentati terroristici islamici, che s’irrigidiva, chiudendo anche le sue frontiere con l’Italia, e così l’Austria, e così la Gran Bretagna, travolta dalla Brexit anche per l’irrazionale paura di un’invasione di clandestini, mentre nella nuova Europa polacca e ungherese sorgevano muri di filo spinato. Inoltre, non va dimenticato, la permanenza di un numero esagerato di immigrati sul nostro territorio, s’è talvolta trasformato in affare per spregiudicati imprenditori italiani dell’assistenza – che rappresentano, in molti casi, l’interfaccia degli scafisti che caricano i disgraziati africani sui gommoni e li lasciano alla deriva -, offrendo alloggi in condizioni sub-umane che lo Stato paga a prezzi da piccoli alberghi, o lavori irregolari il cui traffico degenera spesso in scontri armati con vittime che rimangono sul campo, com’è accaduto in Calabria fino a pochi giorni addietro.

 

Il ministro leghista alza la posta: “I Paesi Ue fermino le loro Ong” (Francesco Grignetti)

 

Un governo che avesse per davvero l’obiettivo di cercare una soluzione per un problema enorme e in qualche modo epocale come questo, rimediando anche agli incontestabili errori del passato, e facendo chiarezza sulle iniziative spesso incontrollate delle navi delle Ong nel Canale di Sicilia, cercherebbe per prima cosa un aiuto dall’Europa, di cui l’Italia è membro fondatore. Lo farebbe, non mettendo i piedi nel piatto, come ha fatto Salvini, ma cercando di ottenere impegni più stringenti di quelli disattesi anche di recente dai partner dell’Unione, che avevano garantito la loro disponibilità a condividere le conseguenze del flusso migratorio e poi non lo hanno fatto. Salvini al contrario sostiene che solo «alzando la voce» è possibile farsi ascoltare nel consesso europeo in cui a parole tutti, a cominciare dalla Merkel, promettono aiuti all’Italia, ma non mantengono mai le promesse. Si vedrà, di qui a poco. Ma che presentarsi al prossimo vertice Ue con gli applausi di Orban e della Le Pen sia un buon viatico per ottenere concreta solidarietà, sarà tutto da dimostrare.

 

Sorgente: La politica dei piedi nel piatto – La Stampa

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