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Il business si prepara (con prudenza) a sbarcare a Pyongyang – Il Sole 24 ORE

 

NEW YORK – Una frase di Donald Trump, finito il vertice con Kim Jong Un, è forse passata inosservata ai più. Oppure è stata liquidata come una delle battute caratteristiche del suo stile assai personale anche in politica estera. I nordcoreani «hanno splendide spiagge. Si vedono anche quando sparano i loro cannoni nell’oceano. Guardate che vista, non sarebbe un fantastico condominio?». Eccolo, certo, il Trump “statista” e “businessman” palesarsi in un solo attimo. Quello che ha organizzato e trattato il delicatissimo summit con la Corea del Nord alla stregua di un deal immobiliare.

Ma la sua battuta questa volta potrebbe rivelare anche altro. Uno dei grandi test sarà in futuro, con la denuclearizzazione, proprio l’apertura al business. Se è prematuro prevedere ondate di aziende, americane ed europee oltre che asiatiche, che puntino i riflettori sulla Corea del Nord, segni di interesse tra i più avventurosi hanno cominciato a emergere in questi giorni e ore. Pronte a discutere piani di sbarco se davvero il cammino di disgelo avviato dal summit, inclusa una rimozione di sanzioni e embarghi economici, avrà seguito. Un giudizio che il presidente americana ha suggerito sarà possibile entro i prossimi sei mesi e per il quale non vogliono farsi prendere in contropiede.

Nella comunità internazionale degli affari, alcune società – da materie prime a infrastrutture, da tech a auto e energia – hanno cominciato a creare task force interne per discutere la messa a punto di strategie. Sono segnali rivelati da consulenti, legali ed esperti di Corea, una squadra ristretta ma che già esiste. Anzi, azioni di qualche aziende che potrebbe avvantaggiarsi di un futuro mercato nordcoreano, stando ad analisti, hanno iniziato a guadagnare terreno in Borsa, dando vita persino al soprannome azzardato di “Rocket man rally”. I titoli di società quali l’acciaieria sudcoreana Posco e le conterranee SK Innovation (raffinazione) e Korea Aerospace sono stati in rialzo per numerosi giorni. In Europa la Gpi Consultancy, che rivendica passate esperienze di contatti con Pyongyang, tiene sotto osservazione sviluppi nella tecnologia: la società sta preparando una missione esplorativa in Corea del Nord «nella tecnologia dell’informazione e della comunicazione» in settembre, per introdurre al Paese imprese del vecchio continente. L’idea è l’outsourcing in Corea del Nord di operazioni di base nello sviluppo di tech e software.

Dallo studio legale sudcoreano Bae, Kim & Lee sono arrivate conferme, al New York Times, che alcune “grandi società” sono oggi più che mai aperte a esplorare eventuali opportunità. «Abbiamo ricevuto telefonate interessate a effettuare preparativi per future attività in Corea del Nord», ha detto al quotidiano americano il partner Cook Yoo.

L’attrazione di un simile sbarco sarebbe chiara. Una popolazione giovane che, secondo quanto trapela, vanta anche spirito imprenditoriale nelle “zone grigie” dell’economia del Nord (dalla nascita di app store fisici per i programmi su smartphone all’affitto di stanze). Il Paese dispone inoltre di notevole risorse naturali, tra cui preziosi elementi terrestri rari e minerali di ferro. Maggiori legami con il Sud potrebbero portare significativi investimenti e progetti: Seul ha proposto a Pyongyang un piano di modernizzazione che prescrive la costruzione di ferrovie e centrali energetiche. Anche se i problemi appaiono oggi enormi: un’economia nazionale, quella del Nord, pari solo alla metà della sesta città della Corea del Sud. Carenze di servizi essenziali quali acqua e elettricità. Una forza lavoro con scarse qualificazioni e che non ha a disposizione il serbatoio di una diaspora, del rimpatrio cioè di talento emigrato (come testimonia la non profit Choson Exchange che organizza workshop per studenti nordcreani). Per non parlare delle incognite legali e politiche di operare nel Paese.

Un esempio ottimistico, citato da alcuni osservatori, di Paese chiuso poi apertosi rapidamente è quello negli anni scorsi del Myanmar. Ha attratto in relativamente poco tempo grandi imprese internazionali. E un ex consigliere del governo di Seul ha indicato che il Nord potrebbe avere fretta di seguire simili esempi, vuole Trump Tower e McDonald’s. La testa di ponte, come accennato, nel caso sarebbero probabilmente business sudcoreani: tre quarti delle aziende del Paese nei sondaggi locali si dicono adesso disposte a investire a Nord.

Ma ad oggi un invito a grande cautela giunge da alcuni gruppi cinesi o sudcoreani che hanno tentato di farsi avanti e che sono rimasti scottati, vedendo i loro asset confiscati. Xiyang Group, compagnia mineraria cinese, ha terminato il suo primo progetto nel 2012 e si è vista rapidamente espulsa e le attività nazionalizzate, con una perdita di 45 milioni di dollari. Il Kaesong Industrial Park, hub industriale costruito nel nord del confine dalla Hyundai una decina di anni or sono, è stato chiuso due volte e ha poi visto gli asset congelati del tutto due anni fa, con le 123 aziende nel parco che hanno perso 1,3 miliardi. Ma Hyunday mantiene piani per un possibile ampliamento del Kaesong Park: una nuova area tecnologia capace di ospitare duemila imprese e 600.000 dipendenti.

Sorgente: Il business si prepara (con prudenza) a sbarcare a Pyongyang – Il Sole 24 ORE

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