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Dopo 20 anni di lotta, chiuso un impianto industriale in India. 12 manifestanti morti – DINAMOpress

Lo scorso 20 maggio, dopo cento giorni di proteste contro una fonderia di rame della compagnia Sterlite Copper nel distretto indiano di Tuticorin, la polizia ha attaccato una manifestazione di 20mila, causando la morte di 12 persone. Dopo l’eccidio e i 20 anni di lotta, però, la fabbrica è stata chiusa

di Vìctor M. Olazábal

In un video si vedono i poliziotti rivolti verso i manifestanti che hanno di fronte. Uno degli agenti, appostato su una vettura della polizia con il fucile in mano, spara sulla folla. In sottofondo si sente una voce in lingua tamil: «Almeno uno deve morire».

Sono morti in dodici.

Martedì 22 maggio gli abitanti del distretto di Tuticorin, nello stato indiano del Tamil Nadu, hanno protestato in massa contro la fonderia di rame della compagnia Sterlite Copper. 20.000 persone che chiedevano la chiusura dell’impianto hanno riempito le strade, denunciando quanto stia inquinando la zona. In realtà manifestavano da 99 giorni. Al centesimo giorno, la polizia ha aperto il fuoco.

«Hanno sparato e hanno ucciso. È sicuramente un omicidio, visto che alcune delle persone colpite sembrano essere state scelte deliberatamente», afferma Nityanand Jayaraman, un attivista che segue da anni il caso di questo impianto industriale. «È risaputo che il Governo dello Stato e l’amministrazione del distretto sono leali verso la Sterlite. Ritengo che lo Stato volesse dare una lezione alla gente ed eliminare alcuni degli attivisti principali del processo in corso», ipotizza così il membro del Chennai Solidarity Group [gruppo nato dopo le proteste per la costruzione della centrale nucleare di Kudankulam, sempre nel Tamil Nadu – ndt].

Gli scontri sono cominciati quando il corteo ha raggiunto gli uffici amministrativi dell’impianto. Prima di premere il grilletto, gli uomini in divisa avevano utilizzato i lacrimogeni e i lathi, i tradizionali manganelli utilizzati per disperdere le folle. Il saldo della giornata è stato di dodici morti e un centinaio di feriti. Nelle proteste del giorno successivo è morto un altro manifestante. I video si sono diffusi rapidamente sulle reti sociali, così come la sensazione che gli spari non furono una risposta spontanea a una protesta fuori controllo. Secondo le dichiarazioni del politico Rahul Gandhi [Presidente del Partito del Congresso Indiano – ndt], l’India ha assistito «ad un esempio brutale di terrorismo di Stato».

«L’omicidio di manifestanti pacifici è stato pianificato a tavolino, è premeditato. Si tratta di un comportamento immorale e antisociale», afferma G. Sundarrajan, noto ambientalista leader del movimento ecologista Poovulagin Nanbargal [“Amici della Terra” – ndt].«Ci sorprende il fatto che si sia aperto il fuoco contro persone che protestavano pacificamente contro l’impianto Sterlite, contro l’inquinamento dell’ambiente e per difendere la propria sussistenza, senza che questo abbia generato alcun senso di vergogna o di colpa da parte di coloro che hanno impartito l’ordine».

Il governo Tamil, che ha annunciato la creazione di una commissione di inchiesta per indagare su queste morti, sostiene che è stata la folla ad aver dato inizio agli scontri appiccando il fuoco a delle autovetture e tirando pietre. «La polizia è stata costretta ad intervenire per contenere le violenze» – si afferma in un comunicato.

Però questa giustificazione non è servita a frenare la crescente indignazione che si è trasformata in questione nazionale e ha determinato la chiusura permanente dell’impianto a tutela dell’interesse pubblico. Pochi giorni prima, il tribunale aveva bloccato l’espansione del complesso industriale con il quale la Sterlite intendeva raddoppiare la produzione annuale di 400.000 tonnellate. Oggi gli abitanti di Tuticorin festeggiano una vittoria popolare che ha impiegato due decenni per realizzarsi.

Venti anni di lotta

È una questione che viene da lontano. Gli ultimi 100 giorni sono stati l’ennesima esplosione di rabbia da parte di una popolazione che da vent’anni lotta contro la compagnia Vedanta Resources, multinazionale con sede a Londra e proprietaria della filiale indiana Sterlite Copper.

Le grandi installazioni dell’impianto di rame, operativo dal 1997, comprendono una fonderia, una raffineria, un impianto per la produzione di acido fosforico e uno per quella di acido solforico. «Le fonderie di rame sono inquinanti per definizione. Contamino l’ambiente, le riserve di acqua del sottosuolo e il terreno. L’arsenico, lo zolfo e tanti altri componenti chimici usati nell’impianto sono altamente tossici e pericolosi per la salute della gente che vive nei dintorni», spiega ancora Sundarrajan. «Inoltre, l’impianto è molto vicino al golfo di Mannar, riserva marina messa anch’essa in pericolo a causa dei rifiuti sversati in mare».

Per tutto questo tempo gli abitanti della zona sono stati perseguitati dal fantasma del disastro di Bophal: la fuga di gas all’interno della compagnia Union Carbide che nel 1984 causò 25.000 morti e 500.000 persone intossicate, molte delle quali pagano ancora oggi le conseguenze di uno dei peggiori disastri ambientali della storia. Di fatto, la popolazione del Tamil Nadu ha una lunga storia di lotte ambientali, essendosi trovata a dover affrontare centrali nucleari, cave di sabbia illegali o gli impianti di imbottigliamento della Coca-Cola e della Pepsi.

I danni ambientali causati dalla Sterlite sono stati confermati in un’infinità di occasioni. Nel 2005 l’Istituto Nazionale per la Ricerca e l’Ingegneria Ambientale indiano ha riscontrato alte concentrazioni di rame, piombo, cadmio, arsenico, cloruri e fluoruri in campioni di acqua prelevati dal sottosuolo nelle vicinanze degli impianti. Altri studi successivi hanno concluso che l’acqua dei pozzi nelle vicinanze non era utilizzabile né per l’agricoltura né per uso domestico perché «mette a repentaglio la salute umana e l’ambiente».

Le ricerche portate avanti da Nityanand Jayaraman si sono concentrate nel documentare gli effetti sugli esseri umani e sull’ambiente dell’impianto al centro di tante polemiche noto per aver a più riprese infranto le restrizioni sulle emissioni. Jayaraman non ha omesso di segnalare le agevolazioni che la compagnia ha ricevuto da parte delle autorità statali e nazionali per ottenere licenze illegali. Nel 2013 la Corte Suprema indiana concluse che l’impianto aveva contaminato l’ambiente con le emissioni di gas nocivi e di rifiuti tossici, però allo stesso momento permetteva che la produzione continuasse perché il paese aveva bisogno di grandi quantità di rame. La multa per inquinamento ambientale fu fissata a quasi 13 milioni di euro.

Sundarrajan sostiene che le imprese multinazionali investono in India perché sanno di avere le mani libere.«Vedanta ha preferito importare il rame e i macchinari dall’Australia e installare qui il proprio impianto perché laggiù esistono norme in materia di inquinamento e ci sono controlli. Qui tutto è permesso: puoi contaminare l’acqua e il terreno, uccidere persone e creare problemi di salute nelle comunità limitrofe. Però sopravvivrai perché sei la Vedanta».

Vedanta Resources è stata fondata da Anil Agarwal, un milionario indiano che dirige la sua compagnia mineraria e metallurgica dalla capitale britannica. Nell’ultimo anno fiscale, e nella sola India, la società ha beneficiato di 1,8 miliardi di sgravi fiscali. Non è la prima volta che l’impresa si trova di fronte a un’opposizione da parte delle popolazioni autoctone: è già successo negli stati indiani di Maharashtra, Goa e Orissa o in altri stati come lo Zambia, dove non è nemmeno riuscita a mantenere la promessa della creazione di posti di lavoro.

In una recente intervista, l’imprenditore ha dichiarato che le proteste erano opera di «associazioni antiprogressiste» che vogliono «destabilizzare l’industria indiana». «Fin dal primo giorno ho ribadito che questo succede solo in India, c’è chi si approfitta della nostra democrazia«, affermava il milionario, convinto che sia fondamentale «tenere gli affari lontano dalla politica». Eppure, sono note le cospicue donazioni che Vedanta eroga ai principali partiti indiani: più di un milione di euro tra il 2004 e il 2010 allo storico Partito del Congresso Nazionale Indiano e al BJP [“Bharatiya Janata Party”, Partito del Popolo Indiano – ndt] attualmente al governo e 2,8 milioni sempre al BJP nel 2014, anno in cui si sono svolte le elezioni. Questo tipo di relazioni ledono la speranza di molti cittadini di poter chiedere conto alla multinazionale a prescindere dalla già ottenuta chiusura dell’impianto. «Le grandi imprese godono di una grande libertà in materia di regolamentazione. I delinquenti illustri non vengono mai puniti nella stessa maniera dei delinquenti comuni», questa la conclusione a cui è giunto Jayaraman.

Traduzione a cura di Michele Fazioli per DINAMOpress

Sorgente: Dopo 20 anni di lotta, chiuso un impianto industriale in India. 12 manifestanti morti – DINAMOpress

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