Arezzo, 14 giugno 2018 – Siamo in tempi in cui anche Facebook è finito sotto accusa per aver ceduto i dati di quasi 90 milioni di utenti. La gestione dei dati online è ormai uno dei tempi più delicati: siamo tutti connessi e tutti potenzialmente esposti all’utilizzo improprio dei nostri profili social e non solo. Si dice che i dati i dati siano l’oro del tempo presente ma nessuno sa precisamente in quale «forziere» vengono conservati? Non lo sappiamo. I malintenzionati in rete ci sono, e ormai abbiamo scoperto che la sicurezza assoluta non esiste.

Tutto ha un valore: generiche informazioni, profili di utenti, email e parole d’ordine accoppiate (perché poi la gente le ricicla per altre connessioni ad altri servizi), dati demografici (date di nascita, codici fiscali, numeri di previdenza), tutti i dati i che si possono rubare. Ma questa è solo la punta dell’iceberg: dai social media si possono estrarre interi filoni di dati personali e più l’attacco è mirato a una singola persona, più è facile raccogliere informazioni online.

Anche lo spionaggio industriale, fino a qualche anno fa portato avanti con metodologie tradizionali è sempre più legato alle nuove tecnologie. Lo ha sperimentato un’azienda leader nel settore della digitalizzazione dati che ha sede anche ad Arezzo e che improvvisamente ha visto sfumare tre appalti pubblici del valore di circa 50 milioni di euro. E ciò che più ha preoccupato i titolari dell’azienda hi-tech è il fatto che la concorrenza «vinceva» per un’incollatura.

Come se fosse a conoscenza dell’offerta economica e ne avesse formulata una di poco superiore per accaparrarsi l’appalto con il minimo sforzo. Per questo i titolari dell’azienda per vederci chiaro hanno contattato la Falco Investigazioni di Carlo Nencioli che si è messa subito all’opera per cercare di stanare le «talpe» di dati.

«Abbiamo ristretto il campo a coloro che erano incaricati di mettere a punto le offerte per accaparrarsi gli appalti – racconta Carlo Nencioli – ci siamo dunque mossi con un’operazione d’intelligence sull’open source, ossia sulle fonti pubbliche, liberamente accessibili, in contrapposizione a fonti segrete o coperte, il cosiddetto deep web. Con un lavoro andato avanti per circa quattro mesi con le più moderne tecnologie a disposizione abbiamo trovato tracce di contatti tra due dipendenti che credevano di non essere osservabili dall’esterno ma che in realtà passavano informazioni importanti sulle caratteristiche dell’offerta ad aziende concorrenti che a quel punto avevano gioco facile ad offrire quel qualcosa in più che permetteva di accaparrarsi la commessa pubblica».

L’azienda però ha deciso di non denunciare i due dipendenti o di licenziarli per non alzare un polverone. Ha preferito spostarli ad altro incarico, pur tenendoli sotto stretta osservazione