Dalla strategia di Macron ai dubbi del Vaticano, le reazioni del mondo al governo Conte | Rep

2 Giugno 2018 0 Di luna_rossa

La mano tesa del presidente francese, il ruolo della Russia, i pensieri Oltretevere, l’attesa di Washington, il caso migranti al Brennero e l’occasione per Pechino

DI ROBERTO BRUNELLI, ROSALBA CASTELLETTI, ALBERTO FLORES D’ARCAIS, ENRICO FRANCESCHINI, ANAIS GINORI, PAOLO RODARI E FILIPPO SANTELLI

Macron, mano tesa a Conte. Non ai 5S

dalla nostra corrispondente Anais Ginori
PARIGI. È stato il primo leader occidentale a chiamare Giuseppe Conte quando l’avvocato toscano era ancora soltanto premier incaricato. Una settimana fa, Emmanuel Macron aveva giocato d’anticipo, infrangendo il protocollo e sfiorando la clamorosa gaffe visto che due giorni dopo Conte è stato costretto a rimettere l’incarico. «Il Presidente ha deciso di fare quella telefonata nonostante fosse stato sconsigliato da molti. Ha agito d’impeto, nella preoccupazione di ribadire l’importanza della relazione con l’Italia» racconta una fonte diplomatica. Alla fine, ha avuto ragione Macron, spesso accompagnato dalla fortuna nei suoi scatti d’istinto. «Abbiamo avuto un colloquio cordiale, mettendoci subito a parlare di cose da fare insieme» aveva confidato Conte qualche giorno fa.

Il nuovo premier e Macron si incontreranno la prossima settimana al G7 in Canada. «Il Presidente tende la mano ed è pronto a lavorare insieme all’Italia in Europa» ribadivano ieri dall’Eliseo. Integrazione dell’eurozona, Difesa, immigrazione. Sono molti i dossier più caldi su cui Parigi vuole collaborare con il nuovo governo gialloverde. Fedele alla sua dottrina in politica estera, Macron “parla con tutti”, da Trump a Putin, senza pregiudizi. «Non dividiamo il mondo tra buoni e cattivi» ha spiegato un collaboratore del Presidente.

Il Presidente è fedele a una famosa frase di De Gaulle: «La Francia non ha amici, ha solo interessi». L’interesse per Macron è trovare rapidamente un’intesa con Conte per sbloccare l’impasse in Europa e ottenere, se possibile, qualche risultato al consiglio europeo di fine giugno. La strada è in salita, date le note resistenze della Germania. Ma l’improvviso cambio di governo in Spagna, con il nuovo premier socialista, e la coalizione di populisti in Italia, cambia lo scenario e potrebbe favorire la Francia nel ruolo da mediatore tra Nord e Sud dell’Europa.

Certo, per quanto sia un ammiratore di Machiavelli, il giovane leader non potrà ricorrere a qualsiasi mezzo per raggiungere i suoi fini. Bisognerà vedere fino a dove Lega e 5S porteranno il livello di scontro con l’Europa e quali delle tante riforme faranno davvero. «La nostra mano tesa implica di condividere alcuni valori» spiega Pierre-Alexandre Anglade. Deputato di En Marche, 31 anni, è il “Monsieur Europe” del movimento macroniano che in autunno aveva ipotizzato di dialogare con i 5S in vista delle europee del maggio prossimo. Non è più così. «Il patto di governo tra Cinque Stelle e Lega fa tutta la differenza» osserva Anglade, sottolineando come la Lega sia alleata storica di Marine Le Pen. «La collaborazione istituzionale tra Macron e Conte – commenta il deputato macroniano – è diversa da un’alleanza politica in vista di scadenze elettorali».

Il presidente russo Vladimir Putin

Russia Unita rilancia l’asse con la Lega

dalla nostra corrispondente Rosalba Castelletti
Le congratulazioni di Vladimir Putin al nuovo presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte sono arrivate pochi minuti dopo il giuramento. «Spero che il suo lavoro come capo del governo aiuti a portare avanti una cooperazione russo-italiana costruttiva in vari ambiti, così come gli sforzi comuni per risolvere efficacemente problemi chiave regionali e internazionali», ha auspicato il presidente russo nel suo messaggio.

Seppure in silenzio «per scongiurare eventuali accuse d’interferenze», la Russia ha osservato con attenzione le trattative per la formazione del nuovo governo italiano. Come ha confermato a Repubblica il consigliere del Cremlino sulla politica estera Serghej Markov, Mosca nutre indubbia «simpatia» per le due forze anti-establishment al governo e, in particolare, per la Lega che può vantare rapporti di lunga data con Russia Unita, il partito al potere.

I primi contatti di Matteo Salvini con la Russia risalgono infatti già al congresso di Torino dell’allora Lega Nord nel dicembre 2013. Tra il pubblico, accanto a vari esponenti dei partiti anti-establishment ed euroscettici in seno all’Ue, c’era anche Viktor Zubarev, esponente di Russia Unita. Seguono una lunga serie di contatti e visite reciproche che, il 6 marzo 2017, culminano con la sigla a Mosca di un accordo sulla collaborazione e cooperazione tra Lega e Russia Unita. Salvini e Serghej Zheleznjak, delegato alle Relazioni internazionali del partito russo, s’impegnano a scambiarsi «informazioni su temi di attualità», «relazioni bilaterali e internazionali, «esperienze del partito», «lavoro organizzato», «politiche per i giovani» e «sviluppo economico».

Per promuovere lo scambio, si legge nel documento, promuoveranno regolari scambi di delegazioni, riunioni di esperti, anche a livello regionale, nonché seminari e convegni. Nel pomeriggio Salvini incontra anche il ministro degli Esteri russo Serghej Lavrov. Un faccia a faccia inusuale, non annunciato alla stampa, durato 35 minuti. Si parla di Libia, intervento russo in Siria contro l’Isis e, infine, di sanzioni. «Abbiamo condiviso – spiega Salvini in un’intervista a Il Populista – la necessità di arrivare al più presto a una definitiva eliminazione». Una promessa che il leader leghista, ora che è al governo, ha tutta l’aria di voler mantenere. L’alleato Luigi Di Maio concorda. Non è un caso che qualche media russo abbia iniziato ad apostrofare i due come “gli amici di Putin”. Senza troppi entusiasmi, tuttavia. L’esperienza Trump insegna.

Papa Francesco

Premier sconosciuto e diktat malvisti: i dubbi Oltretevere

di Paolo Rodari
CITTA’ DEL VATICANO. Anche se ieri, mentre saliva al Quirinale, Matteo Salvini assicurava di aver iniziato a coltivare utili e numerosi rapporti con esponenti del mondo cattolico — «lavoreremo insieme, vi stupiremo», ha detto — la diffidenza di gran parte delle gerarchie è agli atti. Nei giorni scorsi, unanime levata di scudi della Chiesa contro Lega e 5S per il trattamento riservato a Mattarella: «Oltre l’assurdo assedio», titolava Avvenire mentre prima il segretario della Cei Nunzio Galantino (in foto), poi il cardinale presidente Gualtiero Bassetti, stigmatizzavano i “diktat” di Salvini e Di Maio chiedendo a gran voce che si mettesse in cima a tutto «la salvaguardia del bene comune».

La Santa Sede e i vescovi non hanno pregiudizi nei confronti di nessuno. È sui contenuti che oggi giudicano la classe politica, a cominciare dalle politiche su lavoro, integrazione e accoglienza. Conte è conosciuto solo superficialmente Oltretevere. Nonostante abbia dichiarato di essere membro del board of trustees del cardinal Tardini “Charitable Trust” con sede a Pittsburgh — board cattolico legato a Villa Nazareth — , nel collegio universitario romano non ha mai studiato. In queste ore le voci su una sua formazione avvenuta all’interno del collegio hanno sorpreso i membri di Villa Nazareth. Conte effettuò, senza averlo mai superato, solo il test d’ingresso.

Il presidente americano Donald Trump

Washington studia il mal di testa del “fedele alleato”

di Alberto Flores D’Arcais
NEW YORK. “È il sogno di Steve Bannon che diventa realtà”. Il titolo del commento di Newsweek al nuovo governo italiano è quello che meglio sintetizza per l’opinione pubblica americana quanto è accaduto in Italia. Quasi tutti i media Usa (in grande maggioranza schierati su posizioni progressiste) mettono l’accento sul pericolo e sul carattere “populista” — parola che ricorre in abbondanza in tutti gli articoli, che siano notizie o analisi — del governo “giallo-verde” e sui rischi di un confronto-scontro tra Roma e l’Europa.

La prima reazione della Casa Bianca (rilasciata a caldo dal Segretario di Stato Mike Pompeo ancora prima che i nuovi ministri giurassero al Quirinale) è improntata al tipico pragmatismo di Washington nei confronti dei paesi alleati: “L’amministrazione Trump è pronta a lavorare col nuovo governo italiano, da decenni l’Italia è un alleato affidabile della Nato, un attore globale sul fronte della sicurezza internazionale e un traino dell’economia europea”. Stessa posizione di quella espressa poco prima dal ministro del Tesoro Steven Mnuchin (“l’Italia non ci preoccupa ma è importante che resti nell’area euro”).

Numerosi i servizi televisivi in tutte le news, mentre i grandi quotidiani affidano la notizia ai loro corrispondenti italiani. Per il New York Times “i populisti antagonisti all’Europa prendono le redini del governo”, per il Wall Street Journal “il nuovo compito dei partiti anti-establishment è governare”. “L’Italia ha un nuovo governo populista e un mal di testa costituzionale”, titola il Washington Post che affida però il suo commento online a Filippo Tronconi, il professore di Bologna autore di un libro su Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle tradotto anche negli Usa.

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz

Pessimismo e frecciate. Da Germania e Austria più agenti al Brennero

di Roberto Brunelli
«Un chiaro nì all’euro», titola provocatoriamente lo Spiegel on line. Al nostro paese il settimanale dedica il servizio di copertina anche nell’edizione in edicola: «Ciao amore. L’Italia si autodistrugge. E trascina con sé l’Europa». L’immagine è quella di uno spaghetto che pende da una forchetta a mo’ di cappio. Per Handelsblatt, invece, «i problemi sono solo all’inizio», con «la voglia di fare nuovi debiti senza alcun freno» del Bel Paese. Analisi accompagnata dall’immagine dello Stivale per metà affondato nel Mediterraneo. «Populisti al potere» è la sintesi del sito della Sueddeutsche Zeitung anche se il quotidiano sottolinea come «la Ue ovviamente debba ripensare ai suoi errori… perché l’Italia non è stata sufficientemente sostenuta nella crisi dei migranti».

Proprio la questione migranti comincia a essere molto calda: le “vicine” Germania e Austria ieri hanno rafforzato i controlli sulle frontiere e sul Brennero, inviando più pattuglie di polizia per fermare l’immigrazione clandestina. La misura, diramata due giorni fa, è entrata in vigore nello stesso giorno del giuramento del governo Conte, i cui vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno annunciato misure dure sull’immigrazione. Al Brennero operano da tempo pattuglie composte da agenti italiani, austriaci e tedeschi, ora rafforzate. Dal canto suo, la cancelliera Merkel parla di “apertura” nei confronti del governo Conte. Ma i timori, a Berlino, superano le speranze.

La premier britannica Theresa May

E ora Londra confida in un alleato contro Bruxelles

dal nostro corrispondente Enrico Franceschini
LONDRA.
 Dopo Brexit, Italexit? Nonostante il neonato governo Conte abbia messo da parte, almeno pare, piani B per uscire dall’euro, tantomeno dall’Ue, la Gran Bretagna vede l’avvento al potere a Roma di un governo più euroscettico come una conferma che la sua decisione di lasciare la Ue sia stata la scelta giusta. «Non cercheremo una sponda italiana nel negoziato, la trattativa si fa con i 27 insieme», assicura una fonte diplomatica.

Ma Londra spera che Bruxelles, preoccupata dall’Italia, sia pronta a più compromessi sulla Brexit. Vari commentatori, tuttavia, pensano il contrario: una maggiore rigidità, per non aprire le porte a una fuga dall’Europa. Linea dura con la Gran Bretagna per dare un segnale al nuovo governo italiano di non scherzare col fuoco.

Il presidente cinese Xi Jinping

L’occasione di Pechino che chiede soltanto investimenti e aziende

dal nostro corrispondente Filippo Santelli
PECHINO. «Matteo ha detto che il primo viaggio ufficiale lo farà in Cina». Matteo sarebbe Salvini, nuovo ministro dell’Interno e co-azionista di maggioranza del governo. A parlare invece è Michele Geraci, uno che conosce bene lui, Grillo e la Cina. Da anni professore di Finanza in varie università del Dragone, mandarino fluente: in Italia parla della Cina con l’amico Salvini e sul blog di Beppe Grillo, in Cina parla di Italia alla tv di Stato. «Mi hanno chiamato tantissimi cinesi negli ultimi giorni, media, accademici, imprenditori, esponenti dei governi locali: c’è curiosità sul nuovo governo». E la sua tesi è lineare: per finanziare il programma giallo-verde ci vogliono soldi, mentre la Cina vuole investire. Lo ha già fatto con tanti altri governi europei in ristrettezze finanziarie: Grecia, Ungheria, Portogallo. Un win-win, come lo definisce Xi Jinping. E ai colleghi cinesi Geraci riferisce le intenzioni di Salvini: «L’Italia sarà più aperta ai loro capitali».

Certo il professore porta acqua al suo mulino, quello di chi potrebbe essere uno “sherpa” del governo a Pechino. Eppure che i vertici cinesi guardino alla nuova Italia come un’opportunità, al di là dell’ufficiale «noi lavoriamo con tutti», non lo sostiene solo lui. «Negli ultimi giorni ho ricevuto molte telefonate di politici e imprenditori, c’era grande preoccupazione che Roma potesse tornare al voto e uscire dall’euro», dice Luo Hongbo, direttrice del Centro studi Italia della Cass di Pechino, influente think tank vicino al governo. La Cina vuole stabilità, anche in Europa. Ora però l’ipotesi Italexit pare scongiurata, è il momento di studiare le opportunità: «Il governo italiano vuole espandere gli investimenti pubblici – dice la ricercatrice – ma potrà ottenere poco in Europa, quindi avrà bisogno di contributi di altri Paesi come il nostro».

E così, nonostante la perplessità per quei due personaggi con cui nessun politico di Pechino ha mai avuto a che fare, Di Maio e Salvini, ora si nota che nella squadra di governo ci sono molti “amici della Cina”. Concetto che da queste parti conta tanto. Al di là di Moavero agli Esteri, riconosciuto come uomo delle istituzioni, il ministro delle Finanze Giovanni Tria conserva rudimenti di cinese da una gioventù maoista, e soprattutto da preside della Facoltà di Economia di Tor Vergata ha chiuso accordi di partnership con diverse università mandarine. E pure il discusso Paolo Savona ha relazioni accademiche con la Cina.

L’idea quindi è che se questo governo non avrà pregiudizi, come non li ha verso la Russia di Putin, ci sia spazio per un rapporto pragmatico. Eventuali strette sui migranti non dovrebbero avere impatto sui cinesi. Anzi, i miliardi spesi dal Dragone in Africa ben si conciliano con “l’aiutiamoli a casa loro” di Salvini. Ma a interessare sono soprattutto gli investimenti in Italia, possibile punto d’approdo della nuova Via della Seta disegnata da Xi Jinping. Da mesi sull’asse Roma-Pechino si discute di infrastrutture, logistiche e portuali. Il vecchio governo, per iniziativa di Carlo Calenda, era stato insieme a Francia e Germania promotore di un documento che chiedeva più controlli in Europa sui capitali cinesi. Nel pre e post elezioni tutto è stato congelato dall’incertezza. Il nuovo esecutivo, per convinzione o opportunismo, potrebbe essere più aperto. Quanto ai dazi, non è certo dall’Italia esportatrice che Pechino può temere escalation commerciali.

Insomma l’Italia giallo-verde potrebbe guardare decisamente a Est, Russia e Cina. Resta da capire quanto questa strada sia percorribile per un Paese che è sempre stato atlantico. E in un’Europa che sulla penetrazione economica cinese sembra dividersi in due: un “centro” sempre più diffidente e una “periferia” che la accoglie a braccia aperte. Noi staremmo dalla parte di Orban, non una bellissima compagnia. Soprattutto, prima di impegnarsi con questo esecutivo, la Cina vorrà assicurarsi della sua stabilità. «Tutti gli imprenditori mi hanno chiesto se il governo se sarà stabile o no», dice Luo. «Probabilmente sarà instabile, ma resta comunque un’opportunità di investimento». Pechino non ha pregiudizi, ma aspetta di vedere i fatti.

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