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Da qualche parte al di lá del mare, dove oggi salpano i disperati – lastampa.it

C’era una volta una canzone spensierata che, nella magica interpretazione di Frank Sinatra, ci conduceva felici Somewhere beyond the sea (Da qualche parte al di là del mare), dove avremmo incontrato il nostro amore sulla sabbia dorata. Oggi invece si ha come la sensazione che i viaggi seguano una direzione diametralmente opposta: non siamo noi a partire per trovare il nostro amore lontano e non abbiamo nulla di cui gioire. A salpare, infatti, in troppi casi sono navi cariche di rifugiati che vengono verso di noi.

 

Si tratta di un fenomeno di portata globale, che vede protagonisti i migranti che attraversano il Mediterraneo centrale dalla Libia per raggiungere Lampedusa oppure il Mediterraneo orientale dalla Turchia per sbarcare sull’isola greca di Lesbo; più a Est affrontano l’Oceano Indiano da Giava, in Indonesia, per far rotta verso Sud alla volta di Christmas Island, in Australia. Gli ostacoli da superare non sono sempre necessariamente vasti mari e oceani sconfinati, può trattarsi anche di angusti canali. Una volta attraversare il Mediterraneo significava partire alla scoperta della cultura latina, greca e islamica, esplorare patrimoni storici, tradizioni culinarie e stili di vita diversi dal nostro: chi si mette in viaggio oggi per venire da noi è in fuga dalla morte, da serie difficoltà e dal malgoverno del proprio Paese.

 

Sicuramente la commistione di queste problematiche e di fattori politici ha molto a che fare con il cambiamento in atto. Nessuno decide di punto in bianco di lasciare casa senza che ci sia un motivo gravissimo a spingerlo a partire. Molto spesso quel motivo è di ordine politico e sovente, purtroppo, deriva dall’inadeguatezza delle soluzioni politiche. È difficile trovare qualcosa di positivo da dire su Saddam Hussein o Muammar Gheddafi, ma è ancora più difficile sostenere che la situazione in Iraq e in Libia sia migliorata dopo l’eliminazione di questi due personaggi aberranti. Le condizioni disastrose in cui versano entrambi i Paesi sono di per sé una chiara spiegazione dei motivi che hanno indotto alla fuga molti cittadini.

 

Dobbiamo accettare che è stato l’intervento dell’Occidente a causare le catastrofi che hanno travolto questi paesi. Ma cosa possiamo dire riguardo al Myanmar e alla pulizia etnica in corso nella regione del Rakhine, dalla quale sono scappati i profughi che ho incontrato in Bangladesh? La nostra ammirazione per Aung San Suu Kyi e la sua battaglia per la democrazia ci ha reso riluttanti a criticare il suo governo quando ha individuato nella pulizia etnica l’unica soluzione alla «questione dei rohingya»? Solo il mese prima mi trovavo in Eritrea, ex colonia italiana la cui capitale, Asmara, conserva monumentali edifici di epoca fascista. Negli ultimi anni l’afflusso di eritrei ha contribuito in misura significativa alla crisi dei migranti in Europa, ma c’è da interrogarsi a proposito. Il Paese non è infatti afflitto da guerre o carestie. Eppure gli eritrei partono: sono in fuga dal regime dispotico e dalla corruzione.

 

Limitarsi a erigere muri e barriere non è una soluzione a lungo termine. Non può esistere una vera risposta finché l’unica scelta è tra la fame e la morte della tua famiglia e dei tuoi figli, i fili spinati e le miserevoli condizioni di vita in un campo profughi. La gente non lascia la propria casa e i propri affetti a meno che non sia obbligata a farlo, quindi come possiamo evitare che i migranti siano costretti a partire? Prima di tutto dobbiamo smetterla di farci coinvolgere in stupide guerre in cui non abbiamo alcun ruolo reale, dobbiamo finirla di credere ai politici quando sbraitano contro «armi di distruzione di massa» o altre minacce immaginarie. In secondo luogo dobbiamo chiederci chi siano i nostri amici e chi i nostri nemici.

 

Dobbiamo quindi impegnarci a ogni costo per fornire sostegno a quegli Stati martoriati; non sarebbe più intelligente investire denaro per supportare le attività economiche e le opportunità di lavoro in quei Paesi, invece di spenderlo per allontanare i profughi dai nostri confini? Viaggiare un po’ di più «da qualche parte al di là del mare» è un passo in questa direzione: il turismo è una soluzione per portare lavoro e denaro nelle tasche della gente, soprattutto negli strati sociali più umili. Se molti più viaggiatori andassero in Eritrea per ammirare l’architettura italiana futurista, modernista e razionalista degli Anni 30, magari non ci sarebbero così tanti eritrei disperati che cercano un futuro fuori dalla loro nazione africana. E forse il primo passo sarà persuadere il loro (non sempre encomiabile) governo a essere più permissivo riguardo ai visti per i visitatori.

* Fondatore di Lonely Planet

Sorgente: lastampa.it

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