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Un bilancio (breve) della legge Basaglia, quarant’anni dopo

Il 13 maggio 1978 un provvedimento rivoluzionario dispose la chiusura degli ospedali psichiatrici. Un esempio che è ancora unico in Europa

A 40 anni dalla legge Basaglia, la rivoluzione che portò alla chiusura degli ospedali psichiatrici (tristemente noti come manicomi) e fece dell’Italia un esempio ancora unico in Europa, tra elogi e diffidenze, il bilancio è complessivamente positivo pur con qualche ombra: “Abbiamo introdotto un modello nuovo, che sostituisce al trattamento del malato psichiatrico in senso esclusivamente contenitivo – li ‘rinchiudiamo’ e risolviamo il problema – una concezione terapeutica, di inserimento, di socialità. Ed è un merito enorme”, è la convinzione di Bernardo Carpiniello, presidente della Società italiana di psichiatria e direttore della Clinica Psichiatrica della Azienda Ospedaliero Universitaria di Cagliari.

Proprio la Sip il 9 maggio alla Camera terrà una conferenza per fotografare, dati alla mano, lo stato dell’arte della cura del disagio mentale nel nostro Paese. “Forniremo dati, riflessioni e proposte”, spiega Carpiniello in una conversazione con l’Agi. Uno scenario si può già delineare: “La riforma di Basaglia ha cambiato radicalmente la psichiatria italiana, portandola nella modernità. Gli ospedali psichiatrici erano assolutamente antiterapeutici: enormi, con due o tremila persone, le terapie mirate erano impossibili. Lo psichiatra, fino a 40 anni fa, doveva semplicemente custodire il malato, ritenuto pericoloso socialmente: una concezione ottocentesca di mera passivizzazione della persona”. In situazioni spesso di degrado profondo, incompatibile con il XX secolo, descritte da tanti memoriali e ricordi.

Curare, non rinchiudere

Oggi è tutto cambiato: “Il ricovero esiste ancora, ma in unità operative più piccole all’interno degli ospedali, e non più con il concetto di custodia giudiziaria, ma seguendo le esigenze terapeutiche del paziente”. Ma soprattutto, esiste una rete di servizi sociali “diffusa su tutto il territorio, con un’organizzazione omogenea da Nord a Sud. Strutturata sui dipartimenti di salute mentale e i centri di salute mentale, vero cuore del sistema, con visite e terapie ambulatoriali o a domicilio. E poi, naturalmente – ricorda Carpiniello – ci sono le strutture semiresidenziali o residenziali, dove i pazienti, in numeri ridotti, possono interagire, vivere autonomamente, essere seguiti capillarmente dagli operatori”. Varie gradazioni terapeutiche, insomma, ma un minimo comune denominatore: i “matti” si curano, non si rinchiudono. “E l’Italia ha dimostrato che si può fare – spiega lo psichiatra – a dispetto di molti in Europa che pensavano fosse troppo rischioso chiudere i manicomi, non ci credevano. Tanto che le riforme che sono state fatte in questi decenni in diversi paesi vanno sì verso l’umanizzazione delle cure, ma non si ha il coraggio di chiudere queste strutture tout court. Noi l’abbiamo fatto, con coraggio, e con una delle leggi più democratiche al mondo”.

Per un trattamento sanitario obbligatorio, ad esempio, sono previsti numerosi passaggi, a tutela del paziente.E c’è un buon sistema di welfare, a cui si aggiunge la recente legge sul ‘Dopo di noi'”. Una rivoluzione che gli psichiatri hanno abbracciato: “Anche noi siamo usciti dalla logica manicomiale per passare a una logica di lavoro sul territorio, di equipe, multidisciplinare, che lavora insieme sulla persona”, conferma il presidente Sip.

Cosa manca ancora

Ovviamente non tutto va bene: alle molte luci si sommano anche diverse ombre: “Intanto c’è ancora da fare un lavoro culturale – spiega Carpiniello – perché troppi in Italia concepiscono ancora il malato mentale come uno pericoloso, da rinchiudere. C’è una scarsa attenzione a lavorare sullo stigma che ancora colpisce queste persone, e le campagne informative ed educative scarseggiano. Molte famiglie si sentono sole”. Anche perché, ed e’ il problema principale, “purtroppo registriamo un progressivo sottofinanziamento della salute mentale. Che porta al depauperamento dei servizi, con un ricasco pesante su strutture, operatori, mezzi, dotazioni. Il risultato è che noi psichiatri siamo con la lingua di fuori, col fiatone”. Anche perché nel frattempo una nuova riforma, “figlia minore” della Basaglia, ha eliminato un’altra stortura ma dato altro lavoro agli operatori: la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari. “Le Rems che li hanno sostituiti stanno prendendo piede nel territorio, ma le risorse sono poche, e questo ha portato ulteriori oneri che gravano sugli psichiatri”, denuncia Carpiniello.

I problemi non mancano, insomma, ma osservando con distacco questi 40 anni, oltre i quali si scaglia l’ombra inquietante degli enormi manicomi, “la mia croce senza giustizia” secondo la lapidaria descrizione della poetessa Alda Merini, che vi passò anni atroci, non si può negare cosa è significata la legge Basaglia: “È innegabile che sia stata una svolta da cui non si torna indietro, la fine di un impianto ottocentesco, degradato e degradante, e l’inizio di qualcosa di nuovo, che torna a guardare alla persona. C’è tanto da fare, ma quello che è stato fatto deve essere un orgoglio per il Paese, che in questo settore è sicuramente un faro di modernità e tolleranza”.

Sorgente: Un bilancio (breve) della legge Basaglia, quarant’anni dopo

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