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Richiamo di Mattarella sul premier. «Il capo dello Stato non è un notaio»

Il presidente ricorda Einaudi guardando a M5S e Lega: rinviò due leggi senza copertura. Il capo dello Stato rivendica di essere, come Einaudi, «tutore dell’osservanza della legge fondamentale»

di Marzio Breda

Altro che «presidente notaio». Fu un interventista, a volte molto duro con la classe politica. Basta ripensare ad alcune sue scelte sulla formazione dei governi e sulle nomine di premier e ministri, ma anche ai suoi altolà ad alcune leggi quand’era in gioco la copertura di bilancio. A settant’anni dall’elezione, Sergio Mattarella ricostruisce il profilo di Luigi Einaudi, vero termine di confronto per chiunque si sia finora avvicendato al Quirinale. Ricorda che «fu lui, con De Gasperi, a definire la grammatica della nostra neonata democrazia» e ad avviare un’interpretazione evolutiva della figura del capo dello Stato, trasferendo in una dimensione concreta le funzioni altissime e vaghissime fissate dalla Costituzione. Un ritratto che attualizza da Dogliani, in Piemonte, per completare l’avvertimento lanciato ai partiti giovedì scorso da Firenze.

«Penetrante moral suasion»

I destinatari, adesso come l’altro giorno, quando evocò i vincoli italiani con l’Europa, sono soprattutto 5 Stelle e Lega, impegnati nel tentativo di costruire un governo dopo due mesi di stallo. È a loro che, prima di vederli salire al Colle, forse domani, il presidente rammenta le regole del gioco e i suoi stessi poteri confermati dall’«incancellabile magistero» di Einaudi. Parte dallo spartiacque del 1948, quando «la democrazia in bilico» del dopoguerra «uscì vincente dalla prova elettorale», segnando positivamente i decenni successivi. Infatti, spiega, «la divaricazione tra le forze politiche legittimate a guidare il Paese e le forze alle quali era assegnato il ruolo di opposizione non si tradusse mai in una democrazia dissociativa, che avrebbe reso la Repubblica fragile e debole». Un passaggio chiuso bene, insomma. E di qui Mattarella si concentra sulle prerogative presidenziali così come le esercitò Einaudi, codificandole nei fatti. Attivò, per esempio, una «penetrante moral suasion nei rapporti con il governo, a partire dall’esercizio del potere previsto all’articolo 87 della Costituzione, che regola la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa governativa». Consigli, previsioni, esortazioni che «gli valsero la definizione di pedante», ovviamente respinta dall’interessato, come potrebbe capitare di dover fare anche a lui, considerando le sospettose personalità con cui avrà presto a che fare.

«Leale sintonia»

Einaudi, comunque, andò ben oltre una paterna veste pedagogica — puntualizza a futura memoria — rinviando al Parlamento due leggi già approvate «perché comportavano aumenti di spesa senza copertura finanziaria, in violazione dell’articolo 81 della Costituzione». Di più. «Sempre cercando una leale sintonia con governo e Parlamento», nel ’53 volle scegliere un premier «senza avvalersi delle indicazioni del principale gruppo parlamentare, la Dc». Era Giuseppe Pella, ex ministro democristiano del Tesoro inviso dagli «amici» di partito, il cui insediamento deciso d’imperio dal Quirinale, evitando addirittura le consultazioni, ebbe il vantaggio di «portare a un chiarimento politico». E chissà se il richiamo a una simile esperienza va oltre il ritratto storico e farà magari fischiare le orecchie — in quanto premessa da non trascurare — a Di Maio e Salvini, che si tormentano su chi andrà a Palazzo Chigi.

La lezione del passato

«Un caso illuminante», l’opzione Pella, «del potere di nomina attribuito al suo ufficio», riassume Mattarella. Di pari, se non maggiore «importanza la scelta dei ministri», segnala ancora, e in questo caso il riferimento all’oggi suona esplicito. Infatti, aggiunge, «Einaudi volle farne oggetto di una nota, nel 1954… È, scrisse, dovere del presidente evitare si pongano precedenti grazie ai quali accada che egli non trasmetta al suo successore, immuni da ogni incrinatura, le facoltà che la Carta gli attribuisce». Facoltà — ecco l’avviso a quanti siano tentati di portargli una lista «prendere o lasciare» — che lui ha ereditato intatte. E che userà, se lo giudicherà necessario. La lezione del passato non è finita. Recuperando Einaudi, quando sosteneva che «solo una società libera e robusti contropoteri avrebbero impedito abusi», il capo dello Stato rivendica di essere, come lui, «tutore dell’osservanza della legge fondamentale». E, con una citazione riferita al potere più incisivo del sovrano (ma riferita al presidente della Repubblica), puntualizza che quel potere «può e deve rimanere dormiente per decenni e risvegliarsi nei rarissimi momenti nei quali la voce unanime, anche se tacita, del popolo gli chiede di farsi innanzi e risolvere una situazione che gli eletti del popolo da sé non sono capaci di affrontare». È la fotografia della crisi che attraversiamo. Come pure riflette il nostro tempo l’ultima sua sentenza: «Troppo spesso i politici sono persuasi non solo di dover ricercare la verità, ed è persuasione giusta e feconda, ma di conoscere già “quella” verità, “una” verità, e di non poterne tollerare la negazione. E questo è un pericolo mortale…».

Sorgente: Corriere della Sera

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