Pages Navigation Menu

il contenitore dell'informazione e della controinformazione

Portate a Mattarella un nome credibile | Rep

di Eugenio Scalfari

Circola una voce non confermata secondo cui, tra i possibili premier proposti, ce ne sarebbe uno di notevole interesse. La voce in questione si chiama Roberto Maroni

Prima di affrontare il tema del nuovo governo che forse prenderà corpo se il presidente Mattarella sarà persuaso da quanto gli verrà proposto da Salvini e Di Maio, desidero fare qualche osservazione preliminare. Primo: non esiste alcun limite al numero degli elettori che si astengono dal voto. Se votano tutti, benissimo, anche se alcuni voteranno scheda bianca; ma se poi andranno a votare soltanto il 10 per cento o addirittura il 5, le elezioni saranno sempre valide. Non mi sembra che questa mancanza di limite abbia senso. Se il nuovo governo non si insediasse e si dovesse votare a luglio o anche in agosto, avremo un’affluenza assai limitata ma comunque valida in mancanza d’una legge. Non bisogna allora individuare quel limite minimo e non accettare il risultato di queste elezioni?

La seconda osservazione riguarda il vincolo di mandato che prevede l’obbligo per i membri del Parlamento di votare secondo il volere del partito al quale appartengono. Questa regola c’è sempre stata, ma chi deve intervenire è il partito cui il deputato, o senatore che sia, appartiene e di cui non rispetta le direttive: è dal partito che può essere espulso, ma non dal Parlamento. L’interpretazione che ora prevale del vincolo di mandato è appunto questa. L’indicazione che invece proviene dai due partiti in cerca di alleanza è che l’espulsione non sia soltanto dal partito ma dal Parlamento, ed essi chiedono appunto una legge che preveda questa estensione punitiva del vincolo di mandato.

Questo non è accettabile. Personalmente ricordo che quando fui deputato socialista dal 1968 al ’72, tutte le volte che chiedevo la parola dichiaravo all’inizio del mio discorso che non avrei rispettato il vincolo di mandato, poiché se sul tema in discussione avevo idee discordi da quelle del partito ne potevo essere espulso, ma non dal Parlamento. Per mia fortuna il partito era guidato da personaggi come Pietro Nenni, Francesco De Martino, Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi e nessuno di loro ha mai proposto la mia espulsione se affrontavo il tema in discussione in modo diverso. La legge prevista ora dai due partiti è invece quella dell’espulsione totale di chi dissente. È evidente che non è una norma accettabile poiché ridurrebbe i parlamentari a degli automi che vengono usati come giocattoli.

Dopo queste due premesse passo alla sostanza del loro comportamento, sempre che il presidente della Repubblica accetti le loro proposte che riguardano soprattutto la politica economica che hanno in mente, la politica europea e l’indicazione di chi verrà proposto come capo del governo, che non sarà nessuno dei due leader ma un terzo indicato da Di Maio e comunque accettato (chi sia sia) da Salvini. L’indicazione dovrà, nella speranza di Di Maio, essere accettata da Mattarella. Andrà così?

Secondo quanto si sa, Di Maio indicherà un teorico di economia e di politica amministrativa che sarà di buona competenza sulle materie che lui conosce ma non sulla politica che non ha mai fatto. Del resto, la politica rimane nelle mani di Di Maio con l’accettazione che ne ha fatto Salvini. Entrambi saranno anch’essi ministri, a cominciare dagli Interni a Salvini e gli Esteri a Di Maio, o viceversa: comunque la politica del governo la faranno loro indipendentemente dai ministeri che si attribuiranno. Naturalmente Mattarella, se accetterà tutte queste proposte, non potrà mettere in discussione la presenza nel governo dei due capi alleati tra loro. Ma questo complica ancora di più la situazione grave del Paese, del quale il presidente della Repubblica ha la maggiore responsabilità.

Qualche settimana fa mi permisi di fare un nome che a me sembrava molto adatto a ricoprire la carica di presidente del Consiglio. Sapevo benissimo che lui non avrebbe accettato e soprattutto che non lo avrebbe fatto Mattarella. La persona da me indicata fu Gustavo Zagrebelsky: sapendo bene che il Quirinale non poteva accogliere l’indicazione di un privato che fa il giornalista e sapendo che comunque Zagrebelsky non avrebbe accettato, pur avendo tutte le capacità, secondo me, di guidar bene un governo. Ma ora mi è venuto in mente un altro nome e c’è voce che anche il Quirinale abbia pensato a quel nome insieme a parecchi altri.

Naturalmente è una voce della quale non esiste conferma. In Italia, a differenza di quanto avviene in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, il presidente ha poteri di governo molto ridotti anche perché è eletto dal Parlamento e non dal popolo sovrano. In questi limiti, però, le sue competenze sono molto importanti: lui non governa, ma i governi li fa lui e così pure è lui che, firmandole, rende valide le leggi di iniziativa governativa o parlamentare. Può rifiutarle e rimandarle alle Camere e, qualora le Camere insistano rimandandole indietro tali e quali, allora lui è costretto a firmarle, restando tuttavia competente la Corte costituzionale che, qualora ritenga – come il presidente ha già dimostrato – che quelle leggi sono al di fuori della Costituzione, dà un parere negativo, il quale non è discutibile. E le leggi vanno rifatte.

Ricordo queste questioni per individuare chiaramente quali sono i poteri della più alta carica dello Stato, anche se diverse da quelle degli altri Paesi dell’Occidente dove il governo è affidato ai presidenti eletti dal popolo. Ho già detto che circola una voce secondo la quale, tra i vari nomi che gli sono stati proposti da Di Maio e tra quelli che il nostro presidente ha in mente, ce ne sarebbe uno che ha notevole interesse. Non sono in grado di dire che quella voce in circolazione sia attendibile, ma se ne parla e quindi questa volta posso citarla perché il mio mestiere di giornalista mi consente di farlo.

La voce in questione ha il nome di Roberto Maroni. Il suo curriculum è il seguente: è stato segretario generale della Lega Nord dal luglio 2012 al dicembre 2013; governatore della Lombardia, sempre a nome della Lega Nord, dal 2013 al 2018; ministro degli Interni con Berlusconi dal 1994 al ’95; ministro del Lavoro dal 2001 al 2006; di nuovo agli Interni dal 2008 al 2011. In coincidenza con le elezioni dello scorso marzo si è definitivamente dimesso non solo dalle cariche che ancora aveva, ma dalla Lega già nelle mani di Salvini e con Bossi accantonato per sempre. Di persone come Maroni ce ne sono molte e anche migliori di lui. Il suo solo vantaggio è che ha vissuto per vent’anni almeno con la Lega e per la Lega, e questo metterebbe in qualche difficoltà Salvini, anche perché tra i due non c’è alcuna empatia. Comunque i problemi sono altri. Di Maio dovrebbe fare il nome di un capo del governo da lui indicato e sembra che questo nome sia quello di Giuseppe Conte, che è professore ordinario di Diritto privato all’Università di Firenze. Di politica sa poco o addirittura nulla, è quindi da vedere se Mattarella lo accetterà, sapendo tuttavia che la politica vera e propria resterà nelle mani di Di Maio e di Salvini non solo per i ministeri da loro ricoperti, ma anche per gli altri messi nelle mani di persone che seguono le indicazioni dei capi. Io conosco e apprezzo molto un altro Conte di nome Paolo, un suonatore di pianoforte e un compositore di musiche jazz che ha grande fama in Italia e anche in Europa. Faccio le mie scuse al professor Giuseppe, ma se si tratta di un emerito professore di università privo di senso politico, allora personalmente preferisco Paolo perché ormai mi piace il jazz più di questa politica da sottoscala.

Smaltito il tema del futuro governo, che tuttavia dovrebbe concludersi lunedì mattina al Quirinale, resta il tema altrettanto importante, e forse più, del Partito democratico.
Il Pd ha discusso del suo futuro proprio ieri, nella sua assemblea che è fatta da quasi mille persone, cioè la classe dirigente, o se volete, la crema del partito. Dopo aver discusso di molti temi ha poi votato all’unanimità fissando per il mese prossimo un’altra assemblea che dovrebbe risolvere una serie di questioni che sono state affrontate e votate unanimemente, ma che meritano un ulteriore dibattito (che difficilmente si concluderà con l’unanimità dei voti), quando il nuovo governo sarà già insediato. Il compito del partito è evidente a tutti quelli che vi militano o comunque esaminano la sua funzione in un Paese che ormai sembra allo stremo, in un’organizzazione di centrosinistra che ancora due anni fa rappresentava il 40 per cento della pubblica opinione ed ora è scesa al 19 perdendo metà dei suoi elettori.

Il compito del Pd è appunto evidente e l’abbiamo già trattato la scorsa settimana su queste colonne: deve ricostruire se stesso con l’obiettivo di creare una sinistra moderna che riporti il Paese a efficiente economia, socialità ed europeismo. Una sinistra italiana ed europea: questo è l’obiettivo del Pd che dovrà essere raggiunto da una classe dirigente capace e con un vertice anch’esso pienamente intonato a questi problemi. Debbono anche esserci dei leader del partito: un presidente che non sia quel figurino che oggi si chiama Orfini.

Le personalità che dovranno ricoprire incarichi di alta responsabilità per l’unico partito di sinistra che vi sia ancora in Italia sono nomi ben noti: Paolo Gentiloni, gli attuali ministri Minniti, Calenda, Delrio, Franceschini, Orlando, poi Zanda, Renzi naturalmente, Cuperlo, ma pure Prodi e Veltroni. Queste persone e altre ancora sono lo stato maggiore del partito, il quale ha un compito italiano ma contemporaneamente anche europeo: quest’ultimo specie ora che il governo Di Maio-Salvini con l’Europa non ha nulla da dire e da fare ed anzi è anti-europeo con la sola eccezione di Berlusconi. Prima di tornare al tema d’un nuovo Pd, vogliamo qui dire che la destra si è rotta perché Berlusconi ormai non è più il centro amichevole d’una destra salviniana e grillina: Berlusconi è ridiventato Berlusconi; non ha molti voti ma è un populista in grado di governare. Il potere lo conosce benissimo e sa come si manovra; è europeista e il suo populismo è di pura facciata; con il populismo in realtà non ha nulla a che vedere anche se è bravo nel sapersene valere.

Tornando al Pd, lo stato maggiore dovrà operare in Italia e contemporaneamente in Europa. Alcuni degli attuali ministri che sono del Pd, e avranno quindi compiti non più ministeriali, potranno e dovranno essere dislocati con funzioni europee. Non è facile dislocare in Europa alcuni di quelli sopra nominati, ma è necessario non solo per noi ma per l’Europa stessa, dove il nostro interlocutore privilegiato non può che essere Macron. Quanto a Renzi, egli fa parte ovviamente dello stato maggiore, ma in questo caso dovrà finalmente abbandonare quel malanno che lo perseguita e che è quello di comandare da solo. Nella ricostruzione del partito e la costruzione d’una sinistra moderna ed europeista lui ha un compito certamente importante purché guarisca dal morbo della semi-dittatura, tipica del populismo ma del tutto esclusa da un partito che non ha e non deve avere caratteristiche populiste. Allo stato dei fatti il Pd è il solo partito che quelle caratteristiche non le ha mai avute e non deve averle. Se risponderà a queste necessità nazionali e internazionali, sarà la sola risorsa di cui il nostro Paese dispone. “Il poeta – o vulgo sciocco – Un pitocco/Non è già”. Così parlava Carducci. Spero che sia così, ma non è certo un compito facile.

Sorgente: Portate a Mattarella un nome credibile | Rep

Spread the love
  •  
  •   
  •   
  •   
  •  
  •  
468 ad

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

adversing