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L’addio del cofondatore di WhatsApp riguarda tutti. Più di quanto si creda 

Dei due cofondatori, non ne è rimasto uno. Dei valori e delle garanzie che rappresentavano, non è chiaro cosa rimarrà. Di certo resta il fatto che la decisione del Ceo di Whatsapp, Jan Koum, di andarsene è un duro colpo all’immagine della app e della sua casa madre (Facebook). Specie in tempi come questi, in cui il social network è sotto torchio per lo scandalo Cambridge Analytica e i suoi rappresentanti sono inseguiti dai Parlamenti di vari Paesi.

E specie dopo che anche l’altro cofondatore di Whatsapp, Brian Acton, aveva lasciato a novembre, e nelle ultime settimane aveva pure sostenuto pubblicamente la campagna sui social #DeleteFacebook, che invitava le persone ad andarsene dalla piattaforma.

La doccia fredda è arrivata con un post su Facebook, naturalmente. Dai toni molto posati, quasi scherzosi. “Me ne vado quando le persone usano Whatsapp in più modi di quelli che avrei immaginato. La squadra è più forte che mai e continuerà a fare cose meravigliose. Per me è il momento di andare avanti”, ha scritto Koum. “Mi prenderò del tempo per fare le cose che mi piacciono al di là delle tecnologia, come collezionare rare Porsche raffreddate ad aria, lavorare sulle mie auto e giocare a ultimate frisbee”.

Mark Zuckerberg, Ceo di Facebook (che acquistò Whatsapp nel 2014 per 19 miliardi di dollari) ha risposto con parole ugualmente posate e non casuali. “Mi mancherà lavorare insieme a te, e ti ringrazio per tutto quello che mi hai insegnato, incluso ciò che riguarda la cifratura, e la sua capacità di trasferire potere dai sistemi centralizzati alle persone. Quei valori saranno sempre al cuore di Whatsapp”.

Parole che riecheggiano un altro post di Zuckerberg di inizio anno (in cui il Ceo era tutto per concetti come “decentralizzazione” , “cifratura” e “criptovalute”) e che sembrano voler rassicurare sulla crittografia di Whatsapp, uno degli aspetti che – stando alle indiscrezioni raccolte da alcuni media, come il Washington Post – sarebbero al centro dello scontro tra Koum e il Cda di Facebook (di cui fa parte e che dovrebbe lasciare). Per ragioni di business, più che altro.

La scelta pro-cifratura

Whatsapp – fondata da Acton e Koum nel 2009 – ha deciso di estendere la crittografia end-to-end a tutta la sua piattaforma all’inizio del 2016. Significa che da allora tutti i messaggi (e non solo, anche i contenuti media, le telefonate ecc) scambiati dagli utenti sono cifrati in modo robusto e tale che solo il mittente e il destinatario hanno le chiavi per cifrarli e decifrarli; nemmeno Whatsapp può leggerli. Una decisione presa dai due cofondatori di Whatsapp – rimasti alla guida della app anche dopo l’acquisizione di Facebook – in un momento molto simbolico, nel pieno dello scontro tra Fbi e Apple proprio sulla crittografia.

Oltre che una decisione manageriale, era apparsa come una affermazione politica. Che però, ora, oltre a creare tensioni coi governi, sarebbe vista dal board di Facebook come un ostacolo allo sviluppo di alcune funzioni di Whatsapp per facilitarne l’adozione da parte delle aziende, riporta il Washington Post. E questo potrebbe aver convinto Koum ad andarsene. Secondo altri invece – come il New York Times, che ha raccolto i commenti confidenziali di alcuni dirigenti Facebook – Koum era soprattutto preoccupato della gestione dei dati da parte del social network. E il problema era antecedente alla questione Cambridge Analytica, tanto che il cofondatore di Whatsapp avrebbe discusso la sua uscita già dalla fine del 2017.

La pubblicità e lo scambio di dati

Un altro dei possibili punti di contesa è probabilmente legato alla pubblicità e alla condivisione di dati tra Whatsapp e Facebook. Al momento non sappiamo se la casa madre intenda introdurre inserzioni sulla app di messaggistica, una mossa che è stata sempre osteggiata da Koum e Acton. All’epoca della acquisizione i due cofondatori avevano ricevuto rassicurazioni sul fatto che non sarebbe stata aggiunta.

Ma un anno e mezzo dopo Facebook ha convinto Whatsapp a cambiare i suoi termini di servizio per ottenere i numeri di telefono dei suoi utenti e inviare loro pubblicità mirata sul social (non sulla base delle loro conversazioni Whatsapp, che restavano inaccessibili all’azienda; ma sulla base del loro numero di telefono, che permetteva di farli trovare ad aziende che avevano liste di clienti e di loro cellulari, e che volevano raggiungerli con delle promozioni su Facebook).

Nel maggio 2017 l’Unione europea ha multato Facebook con 110 milioni di euro per aver fornito informazioni fuorvianti al tempo dell’acquisizione di Whatsapp. Nel 2014 infatti il social aveva sostenuto che non avrebbe potuto collegare in modo automatico gli account degli utenti della app di messaggistica con i propri.

Nello stesso periodo anche l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, in Italia, sanzionava Whatsapp per 3 milioni di euro, per aver indotto gli utenti “ad accettare integralmente i nuovi Termini di Utilizzo, in particolare la condivisione dei propri dati con Facebook, facendo loro credere che sarebbe stato, altrimenti, impossibile proseguire nell’uso dell’applicazione”.

II futuro dopo Koum

Alla base dell’uscita dei due cofondatori sembra esserci soprattutto uno scontro culturale fra il modello Whatsapp, che punta sull’idea di privacy, e il modello Facebook, che punta sull’utilizzo dei dati degli utenti per guadagnare con la pubblicità. E malgrado Facebook avesse vinto alcuni passaggi cruciali – come l’abbandono della sottoscrizione da 0,99 centesimi per Whatsapp (che era stata introdotta per nuovi utenti) o il cambio di termini di servizio ecc – i due cofondatori resistevano a modifiche più radicali. Che d’ora in poi potrebbero non trovare più ostacoli.

Ma tutto ciò potrebbe anche essere un boomerang per Whatsapp. Non sembra il momento migliore per svendere la propria identità di servizio orientato alla privacy. Non a caso all’inizio del 2018 Acton ha deciso di mettere 50 milioni di dollari in Signal, la app cifrata, di nicchia ma apprezzatissima dalla comunità tecnologica, sul cui protocollo si basa la stessa cifratura di Whatsapp (di fatto i milioni li ha messi nella Signal Foundation, no-profit che dovrà ampliare la missione della app di “rendere più accessibili e ubique le comunicazioni private”).

Nel contempo l’altra appcifrata più nota, Telegram, si erge (almeno a livello di immagine e marketing, non sulla qualità della cifratura e della sua implementazione) a paladina della libertà di espressione e della privacy, facendosi mettere al bando in Russia. In questo scenario, c’è da scommettere che difficilmente Koum se ne starà a lungo a giocare con le Porsche.

Sorgente: L’addio del cofondatore di WhatsApp riguarda tutti. Più di quanto si creda 

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