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La settimana folle della dottrina Trump | Rep

Il presidente si disinteressa dell’Anp e scopre il “vediamo, vediamo”. Sul dossier nordcoreano che adesso riempie di dubbi la Casa Bianca

NEW YORK. Gaza insanguinata da una strage; Israele ai ferri corti con la Turchia. Kim Jong Un gioca a fare Doctor Jekyll e Mr Hyde, rispolvera la sua cattiveria di una volta e minaccia di far saltare il summit della pace. È il bilancio di una folle settimana della politica estera trumpiana. Chi semina vento raccoglie tempesta?

Il quadro non è del tutto completo senza qualche pennellata di dettaglio. In mezzo a tanto caos il dollaro si sta rafforzando sensibilmente: i mercati sono ormai “mitridatizzati” e considerano il disordine globale come la nuova normalità? Altra evoluzione degna di nota, Trump continua la sua lenta risalita nei sondaggi. Sia pure partendo da livelli bassissimi, comincia a riavvicinarsi alla media dei presidenti quando arrivano alla metà del primo mandato. La politica estera può incassare delle débacle, ma gli americani notoriamente se ne disinteressano. Poi il conto, quando arriva, magari lo paga un altro presidente.

La tragedia di Gaza lascia serenamente indifferente questa Casa Bianca, che sposa la narrazione di Benjamin Netanyahu: riconoscere Gerusalemme come capitale era un atto dovuto oltre che una promessa elettorale; i fatti di Gaza sono nati per la volontà di Hamas di creare lo scontro e poi il martirio di massa. Intanto alcuni paesi europei si apprestano a spostare le loro ambasciate da Tel Aviv: altro effetto collaterale che a Trump non dispiace è aver spappolato la coesione delle politica estera europea in Medio Oriente.

C’è molto più imbarazzo di fronte al voltafaccia di Kim Jong Un, che sconvolge i preparativi per il summit del 12 giugno a Singapore. Incredibilmente, Trump si è astenuto dal reagire via Twitter. Per tutta la giornata di ieri ha cercato d’ignorare le minacce nordcoreane, con un’autodisciplina che non gli assomiglia per niente. Incalzato dai giornalisti sull’eventualità che salti il vertice della pace, si è limitato a dire: «Vedremo, vedremo». La scoperta del “no comment” da parte di questo presidente ha del sensazionale.

È chiaro che Trump e i suoi collaboratori (Mike Pompeo, John Bolton) sono in un vortice di dubbi: prima di tutto sull’interpretazione dell’irrigidimento improvviso di Pyongyang, poi sul come reagire. È un vero dietrofront, o è solo una delle tante maschere che Kim ha deciso d’indossare in questa messinscena? Nella serata di martedì, prima Pyongyang ha denunciato le manovre militari congiunte Usa-Corea del Sud (alle quali aveva dato una sorta di avallo in precedenza), e per rappresegalia ha cancellato una riunione fra delegazioni governative delle due Coree. Poi ha escluso che sul tavolo del summit ci possa essere il «disarmo nucleare unilaterale» del suo paese. Il pre-vertice comincia alzando la posta: alla luce delle minacce di martedì sera, l’incontro stesso si trasforma in un “favore” fatto a Trump, che può essergli negato se quello pretende troppo o non concede abbastanza. Da notare infine il violento attacco ad personam contro il neo-consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton: viene definito “ripugnante” nell’ultimo comunicato nordcoreano. Kim vuole anche scegliere la composizione della delegazione americana?

Ora tutti ricordano gli innumerevoli precedenti in passato: Pyongyang ha una consolidata tradizione in fatto di strappi. D’altronde era irreale l’atmosfera di sereno ottimismo delle ultime settimane: davvero si poteva credere che la Corea del Nord avrebbe rinunciato al suo deterrente nucleare (trasformandosi in una Libia, cioè esponendosi a tentativi di rovesciamento del regime dall’esterno) in nome della Pace Mondiale?

Sorgente: La settimana folle della dottrina Trump | Rep

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