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“LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA: 40 ANNI FA LA MORTE DI UN EROE, PEPPINO IMPASTATO – ALGANEWS

DI LUCA SOLDI

Felicia era stata chiara con suo marito: «Stai attento, perché gente dentro non ne voglio. Se mi porti qualcuno dentro, che so un mafioso, un latitante, io me ne vado da mia madre. … Non faccio entrare nessuno».
Aveva preteso con tutta la sua forza di tenere fuori il “male” da quelle mura pur essendo cosciente che pure il suo uomo, il padre dei suoi figli, ne faceva parte.
Pareva fosse consapevole che un giorno lontano, il dolore di moglie e di madre le avrebbero fatto compiere un’altro passo, quello definitivo, contro il “sistema”.
Si perché lei, donna, madre, siciliana, piuttosto che rinchiudersi in casa, dietro le persiane accuratamente accostate a soffrire il dolore di aver perso tragicamente prima il marito e poi il figlio, volle con tutta se stessa aprire la sua tragedia, quella della sua casa, al mondo.
Felicia come gesto di estrema resistenza volle aprire le finestre e le porte di casa a quanti vollero ed ancora oggi vogliono, condividere dolore e memoria per trasmetterli negli angoli più nascosti del nostro Paese.
Volle spargere a tutte le genti che ebbe modo di conoscere e frequentare il ricordo ed il messaggio di suo figlio Peppino: «Perché mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: “Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa”. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise».
E Felicia nella sua semplicità di madre teneva in particolare al mondo ai giovani, a quei ragazzi che le chiedevano cosa potessero fare per contrastare le mafie, il male assoluto: «Tenete la testa alta e la schiena dritta» e, lei che aveva frequentato soltanto le elementari, aggiungeva: «Studiate, perché studiando si apre la testa e si capisce quello che è giusto e quello che non è giusto».
Un amore profondo quello per i giovani, per le libertà, per l’aria fresca che annienta l’odore di chiuso, di stantio che in quel tempo regnava nella realtà di Cinisi e nell’ambiente della mafiosità siciliana che era ormai dilagata in ogni ambiente.
Ma il carattere di Felicia non arrivava solo dalla reazione a quei dolori improvvisi ma da una forte impronta di donna che vuole “liberarsi”.
Già da ragazza Felicia, nata il 24 maggio del 1916, aveva preso una decisione ben diversa da quelle che tempi imponevano. Era stata fidanzata con un uomo scelto dal padre, mentre lei avrebbe voluto un giovane di un altro paese che le piaceva.
Naturalmente niente avrebbe fatto cambiare idea al padre.
Accadde però che prima del matrimonio, quando ormai già era tutto pronto, che Felicia prese coraggio e disse al padre che non voleva sposarsi e che non dovevano neppure permettersi di prenderla con la forza ed imporle una unione contro la sua volontà.
Un vero scandalo che affronto con determinazione fino alla vittoria.
Per quegli strani destini della vita Felicia, nel ’47, sposò per amore Luigi Impastato, un piccolo allevatore che durante il periodo fascista era stato inviato al confine per ben tre anni. L’accusa era quella di essere mafioso ed era una colpa vera ma non del tutto conosciuta da Felicia.
Altrettanto il tempo fece emergere di quell’uomo nel contesto di Cinisi. Vennero alla luce storie e racconti duri, di un mondo dove la parole rispetto ed onore, pur essendo ben condivise da tutti valevano solo in una cerchia ristretta.
Dove l’obbedienza era l’unica virtù. Dove la dedizione doveva essere indiscussa ed indiscutibile.
Così il tempo, velocemente, affievolì passione e l’attaccamento per quel marito benvoluto, rispettato, ma frutto anche lui di un mondo malato.
Ebbe a dirlo lei stessa più avanti negli anni: «Appena mi sono sposata ci fu l’inferno. Io allora non ne capivo niente di mafia, altrimenti non avrei fatto questo passo».
Luigi, sembrava di un altro mondo o forse era Felicia ad esserlo di uno più nuovo.
Dal matrimonio nacquero tre figli, nel ’48, Giuseppe, conosciuto come Peppino, poi l’anno dopo Giovanni che morirà a soli tre anni ed infine nel 1953, un nuovo bimbo che prenderà il nome anche lui di Giovanni.
Ma c’era soprattutto la mafia a segnare le radici ed il destino di quel marito e di conseguenza della loro famiglia.
Di un marito che non le diceva cosa faceva da dove arrivavano quei soldi che non le raccontava niente. E poi arrivavano le incursioni in casa dei carabinieri già nel periodo della banda del bandito Giuliano.
E poi le chiacchiere che dicevano di una relazione fra Luigi e una donna sposata.
Felicia non poteva più sopportare tanto così che lei decise di andare via di casa.
Un vero oltraggio alla mafiosità che costrinse ad intervenire il cognato del marito, Cesare Manzella, il capomafia, il boss che con la sua autorità, impose il ritorno all’ordine in quella famiglia.
Sarà quella una pace apparente che si perderà, questa volta per sempre, a causa di quel figlio, di Peppino, che volle mettere in discussione tutta Cinisi e ben oltre per quel profondo amore per il bene comune.
La fine dell’età dell’innocenza, della spensieratezza, per Peppino sarà l’omicidio di Manzella nel corso di una delle guerre di mafia per il predominio del territorio.
Un fatto che instillerà nel giovane Peppino il tarlo della curiosità, per la verità e l’amore per la giustizia che a mano a mano cresceranno dentro di lui.
E tutto diventerà un inferno domestico che si aggraverà quando Peppino cercherà proprio il confronto con il padre ed i suoi parenti. Luigi in piena guerra con il figlio lo caccerà da casa, per la sua ribellione, per la sua avversione al sistema mafioso e per la militanza in un partito di sinistra.
Sarà questo un periodo lungo, lunghissimo colmo di dolore e spinte ideali. Felicia nei quindici lunghi anni che andranno dall’inizio dell’impegno per Peppino fino alla morte di Luigi, avvenuta otto mesi prima dell’assassinio del figlio, vivrà in una continua lotta fra le mura domestiche.
Difenderà quel figlio in ogni modo, fino da quando Peppino intraprenderà le prime denunce per le ingiustizie, per le corruzioni, per gli attentati alla “bellezza” del territorio.
Sosterrà quel figlio che da grande giornalista si impegnerà nelle inchieste, nei circoli ed in quel grande esempio che fu l’esperienza di Radio Aut.
Lo aiuterà, nascondendolo al marito ed alle mafie, consapevole dell’impegno del figlio nel fronte della sinistra.
Felicia non mancherà, in quegli anni, di proteggere Peppino anche da se stesso, dalle sue passioni più irruente.
Lo farà quando scoprirà che Peppino si troverà a scrivere su un giornale ciclostilato «L’idea socialista», un articolo sulla mafia.
E’ in queste occasioni che vede prevale in Felicia il più grande senso di protezione materna. Cosciente che la mafia non avrebbe sopportato per sempre, Felicia farà di tutto perché questo articolo non venga pubblicato: «…fece un giornalino e ci mise che la mafia era merda. Quando l’ho saputo io, salgo sopra e vedo… E dissi: “E dài, Giuseppe figlio, io ti do qualunque cosa se ti mi consegni quel giornalino. Tu non lo devi pubblicare quel giornale”…Andavo da tutti… dicendo di non presentare quel giornalino».
Ma Felicia si comporterà da madre protettiva anche quando l’attività politica di Peppino entrerà ancor più nel vivo.
Non riuscirà ad andare a ascoltare i suoi comizi, non parteciperà alle manifestazioni contro gli abusi edilizi, non riuscirà a stare al fianco dei contadini che vogliono difendere le loro terre dal nuovo aeroporto di Punta Raisi, ma ben comprenderà di cosa denuncia e protesta il figlio.
Da madre arriverà a chiedere ai suoi stessi compagni di convincerlo a non parlare di mafia, ricevendo per tutta risposta da Peppino un secco: «Lasciali andare, questi disgraziati».
Saranno atti di amore verso di quel figlio ormai condannato.

Sì perché quei cento passi che dividevano la loro vita e la loro casa da quella del boss Badalamenti erano ormai segno di una distanza incolmabile.
Una lontananza che si accentua con quella modernità che Peppino mette in campo con successo in una strategia che sembra ferire l’ambiente mafioso più di tante inchieste del giornalismo d’assalto.
La sfrontatezza di Peppino ormai raggiunge il punto di spezzare i legami di sangue e di onore che il padre Luigi cercava di tenere in piedi con don “Tano” Badalamenti.
E ormai i tentativi di mettere a freno la rabbia dei mafiosi si sbriciolano di fronte alle ultime denunce che partono dai microfoni di Radio Aut.
L’incontenibile volontà di aprire gli occhi abbinata all’ironia, alla satira, al prendere in giro il sistema politico mafioso colpirà nel segno e farà più male di ogni denuncia in tribunale.

Non sappiamo fino a che punto il padre Luigi si spingerà nell’arginare la mafia che ormai vuole colpire l’irruenza e la sfacciataggine del figlio.
Sta di fatto che quest’uomo, ormai profondamente addolorato, morirà in un misterioso incidente stradale ascrivibile proprio alla mafia.
Saranno mesi devastanti per tutta la famiglia di Peppino, sarà il tempo che Felicia, consapevole che ormai tutto è irrimediabilmente perso tenterà di difendere suo figlio da una condanna ormai senza appello: proverà anche fermare il ciclostile sul quale Peppino ha scritto che “la mafia è merda”, proverà a convincerlo a lasciar perdere, per l’ultima volta, dicendogli : “figlio chissà come ti finisce”.
Lo farà mentre Peppino, per rafforzare il suo impegno, si candiderà in quelle elezioni ormai prossime, in un partito della sinistra.
Lo farà fino a quel 9 maggio 1978, nella stessa tragica coincidenza del ritrovamento del corpo di Aldo Moro a Roma.
Cercherà di difenderlo fino a quella mattina, quando l’incubo si realizzerà nel peggiore dei modi. Quando ormai la mafia ed il potere collegato faranno a brandelli Peppino fisicamente e moralmente.
Ma il tentativo, poi, di depistaggio, di fare del giovane di Cinisi, un maldestro terrorista saltato in aria per troppa approssimazione, emergerà ben presto.

Il passaggio, questo, messo in atto per infangare definitivamente, anche nella memoria, Peppino Impastato, verrà a galla proprio grazie ai suoi compagni, a quanti malgrado tutto gli sono stati vicino ma anche grazie alla volontà di una famiglia, di Felicia, del fratello Giovanni di ricercare la verità e portala alla luce del sole.

Felicia diventa così protagonista di questa battaglia per veder riconosciuto il valore dell’impegno del figlio. Sarà lei la prima donna in Italia a costituirsi parte civile, rompendo definitivamente gli ultimi fili che potevano accostarla ai parenti del marito.
Felicia, contro una tradizione che doveva vederla rinchiusa nel dolore, si schiererà con i compagni di Peppino. Con l’altro figlio Giovanni aprirà quelle persiane, quelle finestre di casa che avrebbero dovuto stare chiuse per il lutto e la vergogna.
Ma Felicia si spingerà oltre, farà di più, aprirà le porte di casa a tutti i giovani che vorranno sapere, conoscere, della storia di quel giovane siciliano innamorato della giustizia: «Mi piace parlarci, perché la cosa di mio figlio si allarga, capiscono che cosa significa la mafia. E ne vengono, e con tanto piacere per quelli che vengono! Loro si immaginano: ‘Questa è siciliana e tiene la bocca chiusa’. Invece no. Io devo difendere mio figlio, politicamente, lo devo difendere. Mio figlio non era un terrorista. Lottava per cose giuste e precise«.
Accoglierà tutti quei giovani con un sorriso triste ed una storia da raccontare con amore.
Di un figlio che aveva il coraggio e la determinazione nelle proprie azioni: «… glielo diceva in faccia a suo padre: ‘Mi fanno schifo, ribrezzo, non li sopporto… Fanno abusi, si approfittano di tutti, al Municipio comandano loro’… Si fece ammazzare per non sopportare tutto questo».
Ma Felicia, ancora una volta si spingerà oltre ed al processo accuserà, indicandolo con il dito puntato, Badalamenti di essere il mandante dell’omicidio di suo figlio.
Nel corso del processo nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, uno dei magistrati ricorderà: «Era un momento storico perché abbiamo assistito al riconoscimento da parte di una madre coraggio e alla capacità delle istituzioni di darle una risposta. Era commovente ed emozionante perché Felicia portava con sé il dolore più grande per una donna, quello di vedere ucciso un figlio. E poi c’era in collegamento dagli Stati Uniti, in video, Gaetano Badalamenti, che la osservava. Abbiamo scritto secondo me una pagina di storia, della storia della lotta alla mafia».
Intanto la politica, sempre grazie all’impegno di Felicia e Giovanni Impastato, pur con lentezza, riconoscerà il valore di Peppino tanto che nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia, verrà costituito un Comitato sul caso Impastato.
Il risultato dei lavori porterà, il 6 dicembre del 2000, ad approvare una relazione sulle responsabilità dei rappresentanti delle istituzioni coinvolti nel depistaggio delle indagini.
Sarà questo forse uno dei momenti di maggiore serenità per Felicia, proprio quando riuscirà a far comprendere a chiare lettere che carabinieri e magistrati avevano depistato le indagini. Un risultato che finalmente le permetterà di esprimere la sua soddisfazione: «Avete risuscitato mio figlio».
L’anno successivo la Corte d’Assise di Palermo condannerà i mafiosi Vito Palazzolo a 30 anni di reclusione e Gaetano Badalamenti all’ergastolo.
Felicia morirà, il 7 dicembre del 2004, in quella casa che aveva voluto con finestre e porte aperte e che continuerà ad essere un vero punto di riferimento per quanti credono nella democrazia e nel bene comune.
Quella casa diventerà negli anni, grazie a Giovanni Impastato, l’altro figlio, il fratello del l’eroe di Cinisi, un vero e proprio museo dell’antimafia. Diventerà Casa Memoria Felicia e Peppino Impastato.
Quella Casa che ancora oggi, possiamo visitare, ammirare e comprendere nelle storie che l’hanno attraversata e che a quaranta anni dalla tragica morte di Peppino, continua ad essere cuore vivo e pulsante di valori ed ideali che rivivono grazie all’impegno ed al coraggio di quanti hanno raccolto il messaggio di Felicia e Peppino Impastato.

Sorgente: “LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI MERDA: 40 ANNI FA LA MORTE DI UN EROE, PEPPINO IMPASTATO – ALGANEWS

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