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Il suicidio politico di Abu Mazen rischia di travolgere un popolo intero, spazzandone via aspirazioni e diritti

Le parole del leader palestinese sugli ebrei “odiati per le loro funzioni sociali” gelano Ramallah e le colombe israeliane

Novanta minuti per consumare, nel peggiore dei modi, una sconfitta, personale e collettiva. Quella di un presidente senza un futuro e di una causa, pur giusta, che è precipitata agli ultimi gradini dell’agenda internazionale. Dell’oceanico intervento di Mahmoud Abbas, presidente “ibernato” dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), la parte dedicata alla “questione ebraica” occupa lo spazio temporale di una manciata di minuti, sufficienti, però, per mettere una pietra tombale sugli altri temi affrontati da Abbas. Una improvvida scivolata, si è detto e scritto, che ha dato nuovi argomenti ai falchi che governano Israele per sostenere non solo che il capo dei palestinesi ha confermato di non essere un interlocutore di pace minimamente affidabile, ma ha svelato il suo vero volto, quello di un politico “negazionista e antisemita” della peggior risma.

Ma quello di Mahmoud Abbas, nome di battaglia Abu Mazen, è più di un autogol. È un suicidio politico. Detto questo, c’è una domanda che attende ancora una risposta sensata: cosa ha spinto un leader “moderato”, incapace di infiammare gli animi, disposto per natura al compromesso, a sparare considerazioni che neanche un jihadista negazionista avrebbe saputo dire peggio?

HhuffPost ha avuto modo di parlare con alcuni dei partecipanti al meeting di Ramallah, personalità di primo piano della dirigenza palestinese. Sgomento e sorpresa: sono i sentimenti che fanno da comun denominatore alle riflessioni del giorno dopo a Ramallah. Primo retroscena: nessuno degli esponenti della dirigenza palestinese, neanche i più stretti collaboratori di Abbas, era al corrente di quei passaggi.

Secondo retroscena: il presidente dell’Anp non si era consultato con alcuno dei leader arabi per definire una linea condivisa per rilanciare la “questione palestinese” all’interno di uno scenario regionale sempre più destabilizzato. Certo, “Mahmud il moderato” ha mantenuto la barra diritta sul punto cardine della sua strategia negoziale: quello di un accordo fondato sulla soluzione “a due Stati”. Ma questo, da solo, non può bastare per riaprire uno spiraglio a un negoziato finito da tempo su un binario morto. Ecco allora l’essenza del dramma consumatosi a Ramallah: la disperazione politica di un leader che più che guardare a un futuro che non lo vedrà protagonista, sembra tracciare il bilancio di una storia che non ha dato i frutti desiderati.

Abu Mazen si è espresso “in una maniera che può essere definita solo come antisemita e negazionista della Shoah”. Lo ha detto il ministero degli Affari esteri israeliano sul discorso del presidente palestinese tenuto all’assemblea del Consiglio dell’Olp. Affermazioni che il ministero ha detto di respingere “con disgusto” e che “accusano gli ebrei del desiderio di distruggere se stessi”. Dichiarazioni – ha continuato – che “usano stereotipi e accuse proprie del lessico del classico antisemitismo”. E qui il cerchio si chiude.

Le prime a essere spiazzate e tramortite sono le “colombe” israeliane, espressione di una parte, minoritaria certo ma non marginale, della società israeliana, che non ha mai smesso di battersi per il dialogo e che non ha mai fatto mancare una voce critica rispetto alla politica colonizzatrice della destra al governo.

Durante il discorso al Consiglio palestinese trasmesso in tv, Abu Mazen aveva ricordato come in Europa gli ebrei siano stati periodicamente massacrati nei secoli, fino alla Shoah. “Ma perché questo è accaduto?”, si è chiesto. “Loro dicono: ‘È perché siamo ebrei’. Bene – ha continuato Abu Mazen, citato dai media -, vi porterò tre ebrei, con tre libri, che dicono che l’odio verso gli ebrei non è causato dalla loro identità religiosa, ma dalle loro funzioni sociali. È un problema differente”.

Ma il leader palestinese non si è fermato qui. Ha anche definito lo Stato ebraico un “prodotto coloniale” britannico, negando l’esistenza di una relazione fra gli ebrei e la terra di Israele. E, secondo la Bbc, ha negato che gli ebrei di ceppo askenazita, quello diffuso in Europa orientale e Germania, siano semiti.

Non è la prima volta che Abu Mazen esprime opinioni sull’Olocausto che suscitano polemica. Una dissertazione studentesca che l’attuale leader scrisse all’inizio degli anni Ottanta sosteneva che c’era stata una “relazione segreta tra nazismo e sionismo” prima della guerra e sembrava mettere in discussione il bilancio delle vittime dell’Olocausto, ufficialmente riconosciuto pari a 6 milioni.

L’inviato degli Stati Uniti per il Medio Oriente Jason Greenblatt ha qualificato le affermazioni del presidente dell’Anp “terribilmente deplorevoli, terribilmente allarmanti, terribilmente scoraggianti” e si è appellato su Twitter per una “condanna incondizionata di queste affermazioni”. L’ambasciatore americano in Israele David Friedman, anch’egli ebreo, ha dichiarato che il presidente Abbas è “precipitato nel punto più basso mai toccato”. In una nota ufficiale, il presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, Yuli Edelstein ha affermato che Abbas “apparirà nei libri di storia come un negazionista, un provocatore razzista”. Abu Mazen dice che gli ebrei che prestano denaro hanno provocato l’Olocausto – ha twittato il viceministro per gli Affari diplomatici Michael Oren – ora c’è un partner per la pace”. La Anti Defamation League (Adl), che svolge una campagna contro l’antisemitismo nel mondo, per bocca del ceo Jonathan Greenblatt, ha liquidato le dichiarazioni del leader palestinese come “asserzioni antistoriche e pseudo-accademiche”.

Ma quello che dà maggiormente conto di questo suicidio politico in diretta tv, è il silenzio dell’Israele del dialogo. Un silenzio fatto di rabbia, di incredulità, di chi si sente tradito, peggio, colpito alle spalle da un leader palestinese che mai era stato accostato a posizioni antisemite. C’è chi nega commenti ufficiali, perché “un regalo così ai nemici della pace non era stato mai fatto”; altri sperano, senza però crederci più di tanto, che “i palestinesi non seguano Abu Mazen sulla via del suicidio politico e che accelerino il ricambio ai vertici”.

Dopo innumerevoli insistenze, c’è chi si pronuncia: “Se Abu Mazen voleva riportare sui media internazionali la questione palestinese, beh, ha scelto davvero il modo peggiore”, annota Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare nelle fila laburiste. “Un leader politico non può scendere a questi livelli, tracimando considerazioni pseudo-storiche alla David Irging – prosegue la figlia dell’eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan -. Cosa dovevano aggiungere quelle affermazioni sconsiderate alle ragioni che motivano la lotta dei palestinesi per un proprio Stato? Non hanno aggiunto nulla, ma hanno sottratto tanto. E questo è qualcosa di imperdonabile. È del tutto legittimo criticare l’occupazione dei Territori, l’assedio a Gaza, gli atti unilaterali che hanno reso impraticabile la soluzione a due Stati – prosegue Yael Dayan – ma tutto questo non c’entra nulla con il più becero antisemitismo, che mette sotto accusa Israele non per quel che fa ma per ciò che è”.

Se c’è una giornalista israeliana che conosce ogni piega della realtà palestinese nei Territori, questa è Amira Hass, firma storica del quotidiano progressista Haaretz. “Il discorso di Abbas – annota la giornalista e scrittrice – denota uno stile autoritario e l’incapacità del personaggio ad accettare critiche o suggerimenti. Resta il fatto che il presidente dell’Anp non ha fatto venir meno il proprio sostegno alla soluzione a due Stati. Ad abbandonare questa strada è stato Netanyahu con il sostegno di Donald Trump”.

È vero. Come lo è la violazione dei più elementari diritti umani, il sopravvivere sempre più difficile a Gaza o l’assenza di futuro per le generazioni palestinesi nate e cresciute all’ombra del Muro dell’apartheid in Cisgiordania. Ma oggi chi in Israele si batte per veder riconosciute le ragioni del popolo palestinese è molto più debole che prima dell’esternazione del presidente dell’Anp. Quello che è precipitato, sin quasi a scomparire, è il sostegno dei leader arabi che contano alla dirigenza palestinese e al suo logorato presidente. Aspre critiche verso Abu Mazen sono state espresse dal principe ereditario saudita Mohammad bin Salman lo scorso marzo durante un incontro negli Stati Uniti con dirigenti di organizzazioni ebraiche. Lo ha appreso la emittente israeliana Canale 10, citando fonti diplomatiche. “Negli ultimi 40 anni – ha detto bin Salman, secondo l’emittente – la leadership palestinese si è fatta sfuggire tutte le occasioni e ha respinto tutte le proposte che le sono state avanzate. È giunto il momento – ha aggiunto – che accettino ora quanto viene loro proposto e acconsentano a intraprendere negoziati, oppure che tacciano e cessino di lamentarsi”. Sempre secondo Canale 10 bin Salman ha aggiunto che la questione palestinese non ha adesso un’alta priorità per il suo Paese. Tuttavia, in assenza di progressi nelle relazioni fra israeliani e palestinesi, non sarà possibile per Israele normalizzare le relazioni col mondo arabo.

Altrettanto emblematico è il silenzio di Hamas dopo la bufera seguita al discorso del presidente dell’Anp. Semmai, Hamas aveva usato parole durissime alla vigilia del meeting di Ramallah, al quale il movimento islamico che controlla la Striscia di Gaza non ha partecipato. Era stato il capo dell’ufficio politico di Hamas Ismail Hanyeh a rivolgere dure critiche nei confronti di Abu Mazen. Secondo Haniyeh, ”con la convocazione del Cnp Abu Mazen cerca di guadagnarsi una legittimità, peraltro falsa. Le facilitazioni concesse da Israele ai membri del Cnp per lo svolgimento del raduno lo dimostrano”. La convocazione del Cnp ”rientra in piani sospetti volti a minare gli interessi dei palestinesi”, ha sostenuto Haniyeh in una conferenza stampa riferendosi al cosiddetto ‘Piano del secolo’ a cui sta lavorando l’amministrazione Trump. Polemizzando direttamente con l’Olp Haniyeh ha lamentato che in passato essa ”ha descritto la resistenza armata (di Hamas, ndr) come una scelta azzardata e da avventurieri. Oggi con le stesse parole qualifica anche la resistenza pacifica e popolare” condotta nelle ultime settimane al confine con Israele. ”Con quale forma di resistenza costoro pensano che potremo recuperare i nostri diritti?” Secondo Hamas l’unità palestinese richiede piuttosto una strategia che ”mandi a picco il piano Trump, si liberi dalla cooperazione di sicurezza con l’occupazione israeliana, liberi le mani dei palestinesi in Cisgiordania e protegga Gerusalemme, inclusi i Luoghi sacri islamici e cristiani”. Da parte sua la Anp stessa deve cessare il blocco di Gaza: un riferimento a una serie di sanzioni decretate da Abu Mazen. ”La nostra decisione – aveva concluso Haniyeh – è di continuare la Grande marcia del ritorno e di estenderla alla Cisgiordania. La proteggeremo perché ha contribuito a rivitalizzare i diritti dei palestinesi”. E così anche Hamas scarica Abu Mazen. Il suicidio politico di Abu Mazen assomiglia a una tempesta perfetta, che rischia di travolgere un popolo intero spazzandone via aspirazioni e diritti.

Sorgente: Il suicidio politico di Abu Mazen rischia di travolgere un popolo intero, spazzandone via aspirazioni e diritti

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