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Il bitcoin è «moneta», i trasferimenti sono esenti da Iva

di Anna Abagnale e Benedetto Santacroce

Rilevanza della cessione di criptovalute ai fini Iva tra interpretazioni delle Entrate e giurisprudenza della Corte Ue. Ad aver riportato

l’argomento al centro dell’attenzione è stata la risposta dell’amministrazione finanziaria all’interpello 956-39/2018. Ma oltre ai chiarimenti riguardo la tassazione ai fini delle dirette delle operazioni di cambio relative ai bitcoin, non si fa alcun cenno al loro trattamento Iva.

Al riguardo, è bene ricordare che i bitcon sono considerati una valuta, seppure virtuale, e come tali sono disciplinati con le regole Iva sul tema. Il fatto che si tratti di rappresentazione digitale di valore, non emessa da una banca centrale o da un’autorità pubblica, non comporta di per sé delle peculiarità quanto alla rilevanza dell’operazione di cambio ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, interessata dall’esenzione di cui all’articolo 10, comma, 1, n. 3, Dpr 633/1972. Tuttavia, anche sotto questo profilo, il corretto inquadramento della fattispecie non è stato così agevole, considerato che a oggi ancora manca una disciplina fiscale puntuale del fenomeno, tanto è vero che sul piano europeo l’unico punto di riferimento è di natura giurisprudenziale, ovvero la sentenza C-264/14.

Per il Fisco il bitcoin vale come una valuta estera

Premesso che, ai fini Iva, il mero trasferimento di denaro o scambio di valute non connesso a una cessione di beni o prestazione di servizi non configura un’operazione rilevante, l’operazione di cambio bitcoin con valuta legale non è stata sempre e univocamente considerata come prestazione di servizio a titolo oneroso esente in quanto operazione in valuta (legale). Non sono, infatti, mancati ordinamenti che, pur inquadrando la fattispecie come prestazione di servizi, hanno risolto a favore dell’imponibilità Iva in quanto l’esenzione si applicherebbe solo quando entrambi i mezzi di pagamento coinvolti nel cambio abbiano corso legale.

Con la sentenza citata, la Corte di giustizia chiarisce, invece, che ai fini della qualificazione dell’operazione come prestazione di servizi a titolo oneroso è irrilevante che si tratti di una valuta legale.

Dunque, appurato che i bitcoin sono «moneta», nel senso di mezzo di pagamento accettato volontariamente dalle parti, il passaggio successivo consiste nel fatto che la cessione di unità della valuta virtuale versus la valuta tradizionale, che determina un margine di guadagno tra prezzo di vendita e di acquisto, non solo è una prestazione di servizio a titolo oneroso, ma anche, rientrando tra quelle «relative a divise, banconote e monete con valore liberatorio», di cui all’articolo 135, paragrafo 1, lettera e), direttiva 2006/112/Ce, è esente sul piano Iva.

La questione affrontata a livello unionale è stata poi ripresa in ambito domestico dalla risoluzione 72/E/2016, allineata sotto ogni aspetto alle conclusioni della Corte.

Inoltre, il recente documento di prassi, che stabilisce che la detenzione di valute virtuali va monitorata nel quadro RW, sul presupposto che le stesse siano assimilabili a valute estere, e che ribadisce l’imponibilità come redditi diversi di natura finanziaria dell’eventuale plusvalenza sulla valuta a determinate condizioni, ovviamente non ha nessuna ripercussione in termini di esenzione ai fini Iva. Ancora una volta, come è giusto che sia, l’imposta sul reddito e quella sul consumo non vanno nella stessa direzione.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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