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Governo, Mattarella deciderà venerdì. E avverte i partiti sui rischi delle elezioni in autunno

Per il Quirinale nessuno spazio per governi di minoranza. Insomma, «siamo da capo a dodici», dicono sul Colle. Non si muove nulla e i tentativi che vengono annunciati, regolarmente abortiscono

di Marzio Breda

I partiti nel gorgo di un inarrestabile cupio dissolvi e che eccitano le piazze con lo slogan di un immediato ritorno alle urne, mentre l’Italia è ancora senza un governo. Così, ogni giorno più scoraggianti, appaiono al Quirinale le ultime dinamiche politiche a due mesi dal voto. Per rispetto delle regole, Sergio Mattarella attenderà la direzione del Pd, giovedì, con una certificazione ufficiale di una linea strategica. Del resto, non è che un’intervista, per quanto esplicita come quella di domenica sera in tv a Matteo Renzi, può per lui sostituirsi al pronunciamento di un organo di partito. Tantomeno possono, quelle parole dirompenti dell’ex premier, indicargli una rotta in grado di portarci fuori dalle nebbie delle quali la politica è prigioniera. Dal Quirinale, infatti, al momento non si vedono altro che pericolose caligini, all’orizzonte. E questo preoccupa il capo dello Stato, che si trova le mani sempre più legate.

Molti si chiedono che cosa dovrebbe fare il presidente in una fase convulsa come questa. Ascoltare le richieste arrivate dal centrodestra e, in particolare, da Berlusconi che, euforico per i risultati elettorali in Friuli Venezia Giulia, chiede un incarico subito per Matteo Salvini? E fare finta di nulla, quando gli ripetono che la cinquantina di voti mancanti a formare una maggioranza li troveranno in Parlamento?

No, quest’ipotesi di un incarico al buio Mattarella l’ha già esclusa in passato e non l’accoglierà adesso. Anche l’opzione di un esecutivo cosiddetto di minoranza non funziona, dal suo punto di vista, in quanto richiederebbe un patto politico non una scommessa o, come alcuni polemicamente suggeriscono, una compravendita di parlamentari. Se il centrodestra insegue una simile soluzione — si obietta — faccia uscire allo scoperto i potenziali convertiti alla causa, in modo che costituiscano dei gruppi alle Camere. Infatti, in caso d’incertezza sui numeri, compirebbe un azzardo lo stesso presidente. Perché Salvini (o Giorgetti, il cui nome ritorna) farebbe il governo, salirebbe sul Colle a giurare con i propri ministri per poi magari non ottenere la fiducia dell’Aula, restando in carica fino alle elezioni. Con vantaggio suo, svantaggio degli altri e un caos incontrollabile nel Paese.

Intanto, chi grida «al voto, al voto», dovrebbe sapere che la «finestra» di giugno è di fatto chiusa per effetto della legge sugli italiani all’estero in cui si indica un minimo di 60 giorni per avviare le procedure elettorali, prima della data fissata per l’apertura delle urne. Perciò rimarrebbe solo «l’orrore» del voto a settembre/ottobre, cui Mattarella faticherebbe a rassegnarsi per due motivi. Anzitutto perché il risultato elettorale sarebbe con ogni probabilità simile, consegnandoci a un’altra stagione d’instabilità. E perché, qualora i partiti riuscissero comunque a mettere insieme una maggioranza, non ci sarebbero i tempi tecnici per fare la legge di Stabilità, imponendoci il drammatico combinato disposto di esercizio provvisorio di bilancio e nessun governo. Risultato: un Paese esposto a nuove speculazioni finanziarie.

Altra variante rimbalzata in queste ore al Quirinale, lo scenario di un grosso pezzo di Pd che corre in soccorso al centrodestra, offrendogli i voti necessari per essere autosufficiente. È la «teoria Letta», che Forza Italia vorrebbe sigillare (contro il parere di Salvini) ma che non è mai stata formalizzata davanti al capo dello Stato. Il quale, per inciso, si è finora mosso con assoluta linearità, mettendo alla prova le richieste dei partiti anche se, per come si sono via via mossi, lo hanno profondamente deluso.

E, infine, scenario residuale, quali chance dare alla proposta di un governo per le regole avanzata da Renzi? Con chi sarebbe fatto? La mossa è parsa, più che una cosa seria, un tentativo di sviare l’accusa di dire solo e sempre dei no. Anche perché non tiene conto che, per fare ciò che l’ex leader del Pd ha buttato lì (una riforma della Costituzione che occhieggia al presidenzialismo francese), dopo ci sarebbe con ogni probabilità un referendum. Si potrebbe fare solo in teoria. Purché ci fosse un oggi impensabile clima di concordia e la consapevolezza che bisognerebbe lavorarci sopra per almeno due-tre anni.

Insomma, «siamo da capo a dodici», dicono sul Colle. Non si muove nulla e i tentativi che vengono annunciati, regolarmente abortiscono. Tutti. Esaurendo uno schema dopo l’altro. Il che obbliga Mattarella a un di più di riflessione, prima di assumere in prima persona una decisione. Lo farà venerdì.

Sorgente: Corriere della Sera

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