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Fascisti e razzisti trattano per formare il governo Lega-M5S-Il Bolscevico

Dopo il via libera di Berlusconi ai ducetti Di Maio e Salvini

Fascisti e razzisti trattano per formare il governo Lega-M5S

Opposizione ANTIFASCISTA dura

L’ultimatum di Mattarella che aveva messo il Movimento 5 Stelle e la Lega di fronte alla scelta di consentire la nascita di un “governo neutrale” con scadenza a dicembre, oppure andare subito a nuove elezioni a luglio o settembre, ha sbloccato la situazione in stallo da due mesi costringendo Berlusconi, terrorizzato dalla prospettiva di un’altra e più mortale trasfusione di voti di Forza Italia (FI) al Carroccio, a fare il richiesto “passo di lato” e dare via libera alla trattativa tra Di Maio e Salvini per formare un governo: un governo comunemente definito “giallo-verde”, ma che in realtà è un governo nero, un governo di destra con una marcata impronta fascista e razzista. Anche se, nel momento in cui scriviamo, a quasi una settimana dal suo inizio, la complicata trattativa tra i due ducetti per definire il programma di tale governo, e soprattutto chi dovrebbe esserne il premier, è sempre in corso e non è ancora detto che non possa naufragare riaprendo la porta alla prospettiva di nuove elezioni.

Messo con le spalle al muro dalla mossa del Quirinale e dalle minacce di Salvini, ma anche dalle pressioni dei suoi consiglieri, Berlusconi si era rassegnato a togliere il veto alla trattativa con il M5S, ma non senza prendere le sue precauzioni. Nel comunicato con cui, pur ribadendo di non poter dare il consenso “ad un governo che comprenda il M5S”, accettava di non porre “veti o pregiudiziali” alla trattativa tra quest’ultimo e la Lega, senza che questo comportasse la fine dell’alleanza di “centro-destra” e delle “tante collaborazioni nei governi regionali e locali”, avvertiva però che FI non avrebbe votato la fiducia a un tale governo, sostenendo solo “i provvedimenti che siano in linea con il programma del centrodestra e che riterremo utili per gli italiani”.

La tattica di Berlusconi e i moniti di Mattarella

In questo modo Berlusconi, oltre a scansare il pericolo delle elezioni immediate, si garantiva le mani libere per tenere sotto tiro il futuro governo Salvini-Di Maio, che al Senato avrebbe una maggioranza di appena 6 voti; rivendicando già da ora, in cambio dei suoi futuri voti, che il premier e i ministri siano di suo gradimento, così come le nuove nomine negli enti pubblici e nelle Authority, e soprattutto la presidenza di commissioni bicamerali di peso, come il Copasir (Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti), la Vigilanza sulla Rai e l’Antimafia. E allo stesso tempo, collocandosi all’opposizione sia pure “benevola”, per essere libero di trescare con l’altro partito di opposizione, il PD di Renzi.

Da parte sua Di Maio si rimangiava i giudizi sul pregiudicato di Arcore, dichiarando pubblicamente che “non c’è un veto su Berlusconi e su Forza Italia, solo volontà di dialogo con la Lega. E comunque lui è meno responsabile degli altri per questa situazione”. Con questa duplice abiura la trattativa tra le delegazioni di M5S e Lega poteva iniziare, sotto l’occhio vigile però di Mattarella, il quale in alcuni suoi interventi istituzionali a Firenze e in Piemonte, non perdeva l’occasione per lanciare moniti e mettere paletti ai due partiti. Ricordando loro che la sua non è solo una funzione “notarile”, ma che tra le sue prerogative costituzionali ci sono anche quelle di valutare l’idoneità della figura del premier incaricato, di nominare i ministri (in particolare quelli più importanti, come Economia, Interni, Esteri, Giustizia), e di rinviare alle Camere le leggi senza copertura finanziaria. E avvertendo che il prossimo governo non potrà prescindere dal rispetto dei trattati e dagli obblighi internazionali, in particolare nei confronti della Ue e della Nato.

La trattativa tra M5S e Lega è subito partita a razzo, accompagnata via via da grandi dichiarazioni ottimiste dei protagonisti, che promettevano di portare il programma e il nome del premier del governo a Mattarella entro la sera di domenica 13 maggio: “Sulla composizione dell’esecutivo e del premier sono stati fatti significativi passi avanti per dare presto una risposta e un governo politico al Paese”, recitava infatti un comunicato congiunto di Salvini e Di Maio emesso il giovedì. E il venerdì quest’ultimo aggiungeva entusiasta: “Stiamo facendo notevoli passi avanti con il programma di governo su reddito di cittadinanza, flat tax, legge Fornero, conflitto di interessi e la lotta al business dell’immigrazione”. Il sabato, dopo che il negoziato si era spostato a Milano, il leader pentastellato si faceva addirittura baldanzoso, dichiarando che la trattativa “sta andando molto bene”, e che “siamo entrati nella terza repubblica, quella che mette al centro temi e proposte per i cittadini”.

La Lega impone al M5S il suo programma

E in effetti, per quanto riguarda il programma, da quel che è emerso sulla stampa sembra che le due delegazioni si siano trovate d’accordo su diversi punti. Ma solo perché nella sostanza il M5S ha ceduto su parecchie posizioni alle richieste della Lega. Si è parlato infatti di una serie di misure che costerebbero circa 70 miliardi (altri dicono addirittura 100), ma non è tanto la quantità stratosferica e irrealistica che colpisce, quanto la qualità di tale spesa, che per ben 50 miliardi servirebbe a coprire la sola flat tax: una misura tipicamente trumpiana e cavallo di battaglia di Salvini e Berlusconi, alla quale il M5S si è piegato come un giunco, dopo averla a suo tempo stroncata perché è incostituzionale (abolisce la progressività dell’imposizione) e premia sfacciatamente i ricchi a spese dei ceti più poveri e del Meridione, sui quali ne fa ricadere il peso tagliando necessariamente lo Stato sociale.

Nella fattispecie, la riduzione delle aliquote fiscali al 15% e al 20%, rispettivamente sotto e sopra gli 80 mila euro di reddito, sarebbe finanziata (ma solo per i primi due anni) attraverso un maxicondono fiscale da 35 miliardi nel 2019 e 25 miliardi nel 2020: condono sempre condannato, fino a ieri, dai cinquestelle. Mentre al reddito di cittadinanza, inviso a Salvini perché premierebbe gli “sfaticati” del Sud, e sul quale il M5S ha fatto marcia indietro ingoiando il suo slittamento al 2020, ci sarebbe un finanziamento iniziale di soli 2 miliardi (sui 17 richiesti) per avviare i centri per l’impiego. Quanto all'”abolizione” della legge Fornero è stata concordemente derubricata a “superamento” della stessa, limitandosi a stabilire la quota 100 per andare in pensione, ossia 64 anni di età e 36 di contributi, oppure 41 di contributi senza soglia di età, per una spesa di solo 5 miliardi all’anno. Il resto della spesa è destinato a coprire i 12,5 miliardi che servono nella prossima finanziaria per evitare l’aumento automatico dell’Iva che altrimenti la Ue pretenderebbe.

Il M5S ha accettato, sia pure con qualche riserva, anche la linea dura della Lega sul rimpatrio forzato di tutti gli immigrati “clandestini”. Sulla legge sul conflitto di interessi c’è solo una dichiarazione d’intenti generica, che non specifica le tv e che comunque secondo la Lega non dovrà essere “punitiva” per Berlusconi e le sue aziende e non dovrà essere accompagnata da tetti alla raccolta pubblicitaria. Idem sulla legge contro la corruzione, con la Lega che ha stoppato la proposta pentastellata dell’agente infiltrato come nei casi di mafia. Sulle manette agli evasori la Lega acconsentirà solo a condizione che entri in vigore la flat tax. E così via.

Le ambizioni frustrate di Di Maio

Se Di Maio ha accettato senza battere ciglio queste vere e proprie forche caudine sul programma, pur sapendo di disorientare e scontentare la base del movimento, è solo perché vuole a tutti i costi essere lui il presidente del Consiglio di questo governo nero con spruzzatina di giallo e di verde. Non solo per la sua ambizione, ma anche perché sa che questa può essere la sola e unica occasione per soddisfarla, dato che già si avvertono chiari sintomi della disaffezione del suo elettorato evidenziati anche dai risultati elettorali in Friuli, dai sondaggi e dai commenti sul web, e che in caso di nuove elezioni è probabile un significativo arretramento del M5S. Non a caso è emerso che avrebbe proposto alla fascista Meloni di entrare al governo in cambio del sostegno alla sua nomina a premier, cosa a cui lei avrebbe risposto picche.

Così come ha fatto finora Salvini, che non ne vuole sapere di concedergli Palazzo Chigi pur in cambio delle vistose concessioni sul programma. Anche perché nel frattempo è arrivata la sentenza che ha concesso la riabilitazione a Berlusconi, che gli consente di candidarsi alle prossime elezioni, se non addirittura entrare già in questo parlamento tramite elezioni suppletive (grazie alla clausola inserita apposta nel Rosatellum dal suo amicone Renzi), e questo rilancia indubbiamente il suo peso politico e le pressioni sue e della Meloni su Salvini perché molli Di Maio e punti invece tutto di nuovo sull’alleanza di “centro-destra”, eventualmente andando uniti anche a una nuova tornata elettorale.

Quindi, malgrado che domenica sera 13 maggio Salvini e Di Maio ostentassero grande ottimismo sull’esito della trattativa, dichiarando il primo che ormai “mancano solo le virgole”, e il secondo informando il segretario del Quirinale che “tutto era pronto” per andare il lunedì da Mattarella a portargli la bozza di programma e il nome del presidente del Consiglio, i due ducetti non solo erano ancora in profondo disaccordo sul nome del premier, ma anche sul programma permanevano diversi motivi di disaccordo su punti importanti.

Mattarella in aiuto ai due ducetti impantanati

Uscendo dal colloquio col capo dello Stato, infatti, pur continuando a fingere ottimismo e sproloquiare di “fare la storia” e di “inizio della terza repubblica”, Di Maio ha dovuto ammettere di aver chiesto “altri giorni” per continuare la trattativa con la Lega e sottoporre i risultati al voto degli iscritti sulla piattaforma di Casaleggio, aggiungendo che sul nome del premier “con Salvini abbiamo deciso di non fare nomi pubblicamente”. Quanto a Salvini, non solo ha ammesso ancora divergenze col M5S su immigrazione, legge sull’estensione della legittima difesa, rinegoziazione dei trattati europei, grandi opere e giustizia, ma prendendo spunto proprio dalle divergenze in tema di giustizia ha voluto lanciare un segnale a Berlusconi (che glielo aveva chiesto espressamente la mattina in un incontro a Milano), ribadendo di essere lì “non solo da leader della Lega, perché non voglio rompere l’alleanza di centrodestra”.

Mattarella ha concesso ai due di allungare ancora i tempi per ultimare la trattativa e trovare un accordo sul premier e la composizione del governo, anche perché se non altro ottiene di far saltare la finestra di luglio per votare. Ma è chiaro che a questo punto l’esito si fa alquanto incerto, e non è detto che Salvini e Di Maio riescano a mettersi d’accordo, anche se i negoziati sono ripresi subito. Una cosa però è chiara fin da adesso: se i due candidati preferiti della classe dominante borghese dovessero riuscire in qualche modo a fare il loro governo nero, il proletariato italiano, i lavoratori, gli studenti e tutti gli antifascisti e i democratici devono prepararsi ad un’opposizione dura, un’opposizione antifascista nelle piazze e nei luoghi di lavoro e di studio, per impedire che possa attuare il suo programma demagogico, fascista e razzista.

Un programma appositamente studiato per favorire i ricchi e gli evasori e aumentare le già intollerabili disuguaglianze sociali e territoriali, premiare le regioni più ricche del Nord e penalizzare quelle più povere del Sud, tagliare i diritti e i servizi sociali, perseguitare gli immigrati e creare un clima di odio e di paura favorevole alla soppressione anche delle poche libertà democratiche borghesi rimaste in questo regime neofascista.

(Articolo de “Il Bolscevico”, organo del PMLI, n. 19/2018)

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