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Ci siamo e ci allargheremo – Viola Carofalo 

Grazie ad Adriana e Daniela per il paginone su Il Manifesto di oggi in cui si parla di cosa vogliamo fare e cosa abbiamo già fatto in questi – pochi – mesi.
Ho provato a dire cos’è PAP per me.
Entusiasmo, sì, ma soprattutto consapevolezza che non c’è solo da sommare ma da riconquistare tanti che, pur riconoscendosi nei nostri valori, hanno smesso di guardarci come riferimento, e concretezza: le case del popolo che si (ri)aprono, uomini e donne che si avvicinano o riavvicinano alla politica, lotte sui territori.

PS Faccio la vanitosa, non mi criticate vi prego: bella non sono, ma brutta come in quella foto non mi sono mai vista

PPS mi è venuta in mente una pagina di Brecht che ritengo preziosa – e appropriata al tema e alla sfida -, ve la incollo qui sotto, se avete la pazienza di leggerla vedrete che ne vale la pena

“Mi-en-leh disse:
Immaginiamoci un uomo che volesse salire su un monte altissimo, scosceso e finora inesplorato. Supponiamo che, dopo aver superato inaudite difficoltà e pericoli, sia riuscito a salire molto più in su dei suoi predecessori, ma non abbia ancora raggiunto la cima. Si è trovato in una situazione in cui avanzare ancora nella direzione voluta non era solo difficile e pericoloso, ma semplicemente impossibile. Ha dovuto tornare sui suoi passi, scendere in basso e cercare nuovi tracciati, forse più noiosi, ma tali da offrire la possibilità di raggiungere la vetta. Senonché il discendere da questa altezza, mai finora attinta in tutto il mondo, a cui si trovava il nostro immaginario alpinista, importa più pericoli e difficoltà dell’ascesa: in discesa si scivola più facilmente, è più difficile vedere bene i punti in cui si mettono i piedi. In discesa non si prova più l’entusiasmo di quando ci si muoveva verso l’alto, dritti verso la vetta. Bisogna legarsi con la corda, si perdono delle ore a scavare con la piccozza i punti cui assicurare saldamente la corda. Bisogna muoversi con la lentezza di una tartaruga continuando a scendere, allontanandosi dalla mèta e senza vedere se questa pericolosa e tormentosa discesa terminerà con la scoperta di un buon tracciato con il quale si possa tornare a spingersi più sicuramente, più rapidamente e direttamente in avanti, in su, verso la mèta, verso la vetta.
Non è naturale supporre che l’uomo in questa situazione, benché prima fosse salito ad altezze inaudite, attraversi dei momenti di sconforto? E certo questi momenti saranno più frequenti e più difficili da attraversare quando egli ode voci dal basso, voci di chi da prudenziale distanza contempla col cannocchiale quella pericolosa discesa, la quale non può essere chiamata “frenata” perché la frenata presuppone una vettura già collaudata in precedenza, una strada ben sistemata, un meccanismo già sperimentato. E qui non c’è vettura, non c’è strada, nulla, proprio nulla che sia stato sperimentato prima.
Dal basso si odono voci di malevola soddisfazione. Gli uni esprimono apertamente questa soddisfazione gridando: Tra un po’ cadrà giù! Gli sta bene, a quel matto! Gli altri si ingegnano di celare la loro soddisfazione agendo secondo il modello di Juduška Golovlëv. Essi guardano in alto con occhi mesti e gemono: Purtroppo i nostri timori si sono rivelati fondati. Non abbiamo forse impiegato tutta la nostra vita a elaborare il giusto piano per l’ascensione di questo monte? Non abbiamo chiesto che si rimandasse l’ascensione fino a che avessimo terminato di mettere a punto il nostro piano? E quando lottavamo così appassionatamente contro il tracciato che ora viene abbandonato anche da questo povero stolto (ecco, guardatelo, torna indietro, scende, si arrovella delle ore intere per regredire di qualche pollice, e a noi ci ingiuriava con i peggiori epiteti quando invocavamo sistematicamente moderazione e precisione), quando condannavamo così aspramente questo mentecatto e diffidavamo ognuno dal dargli aiuto e soccorso, lo facevamo esclusivamente per amore del grande piano d’ascensione della montagna, acciocché questo grande piano non venisse compromesso.
Per fortuna l’alpinista nelle condizioni date nel nostro esempio non può sentire la voce di questi “veri amici” dell’idea dell’ascensione, altrimenti gli verrebbe la nausea. E si sa che la nausea non è propizia alla lucidità della testa e alla saldezza dei piedi, in ispecie a grandi altezze.”

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