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Basaglia 1978-2018: i 40 anni della legge che ha liberato i ‘matti’ | Euronews

Ufficialmente è la legge n. 180 in tema di ‘Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori’. A presentarla in Parlamento fu Bruno Orsini, psichiatra e politico della Democrazia Cristiana. Da sempre però è associata a Franco Basaglia, psichiatra veneziano a principale esponente del movimento anti-istituzionale che quarant’anni fa, il 13 maggio 1978, culminò nell’approvazione della legge che ha avviato la rivoluzione degli istituti psichiatrici italiani, stabilendo la chiusura dei manicomi.

Una riforma che ha restituito dignità e una dimensione sociale a migliaia di persone fino ad allora confinate in strutture ospedaliere con centinaia (in alcuni casi migliaia) di posti letto, dominate da logiche repressive molto simili a quelle del carcere. “La legge Basaglia – ha detto a Euronews Angelo Fioritti, direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ausl di Bologna – è finora l’unico esempio in Europa di legislazione che ha disposto la chiusura completa degli ospedali psichiatrici e la sostituzione del sistema ospedaliero con un sistema di servizi basati sul territorio”.

Cristiano Antognotti
L’ex ospedale psichiatrico di Racconigi (Cuneo) Cristiano Antognotti

Il processo di chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici si è concluso quasi vent’anni dopo, nel 1997. Parallelamente nei primi anni ottanta è cominciato lo sviluppo dei servizi territoriali. Oggi il territorio nazionale è coperto da 183 Dipartimenti di Salute Mentale, organizzati in livelli di assistenza che prevedono servizi ambulatoriali, servizi di assistenza domiciliare, strutture residenziali e semiresidenziali e gli Spdc (servizi psichiatrici di diagnosi e cura), unità di 15 posti letto all’interno degli ospedali generali. Nel 2015 sono stati circa 800mila i cittadini che hanno usufruito dei servizi di salute mentale.

“Il principio dell’assistenza territoriale – ha detto a Euronews Massimo Cozza, direttore del Dipartimento di Salute Mentale della Asl Roma 2 – rispetta la storia dei pazienti, considerati cittadini con i loro diritti e non soggetti pericolosi da rinchiudere”.

Fondi limitati e carenza di personale

Una rivoluzione che, nonostante gli aspetti positivi, dai suoi critici viene considerata incompiuta, soprattutto per le differenze marcate nella sua applicazione a livello regionale. La 180 fu una legge quadro, scarna, e non entrava nel dettaglio. La critica principale fu quella di avere scaricato i pazienti psichiatrici sulle famiglie. Al momento della sua approvazione erano circa 100mila le persone ricoverate negli ospedali psichiatrici. “La riforma – ha detto Fioritti – ha incrociato le regionalizzazione dei servizi, motivo per cui ha avuto applicazioni molto diverse da regione a regione”.

Cristiano Antognotti
L’ex ospedale psichiatrico di Racconigi (Cuneo) Cristiano Antognotti

Nel 2001 le regioni avevano assunto l’impegno di destinare almeno il 5% dei fondi sanitari alla salute mentale, ma oggi siamo al 3,5% a livello nazionale e solo poche hanno raggiunto questo standard. Secondo il primo rapporto sulla salute mentale, presentato dal Ministero della Salute, nel 2015 solo Emilia-Romagna e le province autonome di Trento e Bolzano hanno destinato almeno il 5% del loro budget alla salute mentale. Tutte le altre regioni sono rimaste al di sotto di questa soglia, con un minimo del 2,2% in Basilicata. Una diseguaglianza, va detto, che riguarda la sanità in generale.

Questa carenza si riflette soprattutto sul numero di operatori in servizio. “L’obiettivo – ha detto Cozza – era di avere un operatore ogni 1500 abitanti. In Italia però veniamo da circa 9 anni di blocco del turnover in tutto il pubblico impiego, sanità compresa, e questo non ha permesso di sostituire i migliaia di operatori che sono andati in pensione. Al momento a livello nazionale ci sono circa 30mila operatori, ma ne servirebbero almeno 40mila“.

Tra nuove esigenze e vecchie pratiche

Alla carenza di fondi si accompagna la forte crescita nella domanda di servizi di salute mentale. “In Emilia Romagna – ha detto Fioritti – la domanda negli ultimi dieci anni è cresciuta del 10% tra gli adulti, quella di servizi di psichiatria per l’infanzia e adolescenza di oltre il 30%. C’è uno squilibrio tra le risorse disponisibili, anche nelle regioni con più fondi, e una richiesta sempre maggiore e diversificata rispetto al passato. Quarant’anni fa si trattava principalmente di portare fuori dal manicomio persone con gravi disabilità psichiatriche che erano state escluse dalla società. Oggi dobbiamo fare i conti con condizioni cliniche che nel 1978 non c’erano o erano marginali: disturbi negli adolescenti e nei giovani adulti, disturbi del comportamento alimentare, disturbi comportamentali delle persone con disabilità intellettiva, fino al trattamento di persone che hanno subito traumi psicologici gravi, come ad esempio i migranti. Serve un livello di specializzazione che i servizi territoriali ancora non hanno raggiunto“.

Cristiano Antognotti
L’ex ospedale psichiatrico di Racconigi (Cuneo) Cristiano Antognotti

C’è poi la questione relativa all’uso dei farmaci, legata a doppio filo al problema dei fondi. “Dove ci sono strutture efficaci e risorse sufficienti – ha spiegato Fioritti – i farmaci costituiscono solo una parte del trattamento: interventi di carattere psicosociale e psicoterapico consentono di limitare l’utilizzo dei farmaci entro i limiti dettati dalle linee guida più accreditate. Invece dove le risorse sono più scarse i farmaci tendono a diventare la principale – e in qualche caso unica – risorsa impiegata, aumentando il rischio di effetti collaterali. Tutto ciò non porta ad un miglioramento nella qualità di vita della persona. Per esempio nelle regioni del sud con meno risorse il ricorso a farmaci psicotici è superiore rispetto al nord. Al nord, invece, c’è un utilizzo maggiore di antidepressivi. Questo non vuole dire che ci siano più depressi rispetto al sud, ma semplicemente che la capillarità dei servizi e la collaborazione con i medici di medicina generale fanno sì che più persone con depressione vengano riconosciute e ricevano un trattamento efficace”.

Cristiano Antognotti
L’ex ospedale psichiatrico di Volterra (Pisa) Cristiano Antognotti

A tutto questo si aggiunge, secondo i basagliani, anche una questione culturale. Le pratiche tipiche dei vecchi manicomi sarebbero ancora ampiamente diffuse nei servizi territoriali. “Senza i fondi necessari – ci ha detto Piero Cipriano, psichiatra e scrittore di diversi libri sull’argomento – è ovvio che si usino strumenti come le fasce per legare le persone: sono più economiche degli operatori. Però anche in luoghi dove gli operatori sono più che sufficienti si ricorre a questo tipo di strumento repressivo. In psichiatria basterebbe poco, non abbiamo bisogno di sale operatorie o di strumenti diagnostici sofisticati, quello che serve sono gli operatori, gli esseri umani, le relazioni. Il 5% della spesa sanitaria sarebbe più che sufficiente per creare degli ottimi dipartimenti, però serve una cultura dell’integrazione e non di segregazione”.

“In molti luoghi d’Italia – ha aggiunto Cipriano – i centri di salute mentale sono ancora chiamati centri di igiene mentale. Sono posti dove la gente non vuole andare, perché molto spesso tutto si risolve nel prendere un farmaco per poi tornare a casa. Invece dovrebbero essere luoghi di scambio aperti al pubblico, dove ci si mette in relazione e in cui la componente sociale è centrale, non semplicemente luoghi dove si prende l’etichetta diagnostica. Le persone ne hanno timore e non ci vogliono andare”.

Italia all’avanguardia in Europa

Nonostante problemi di varia natura l’Italia resta l’unico paese ad avere attuato in modo così radicale il processo di deistituzionalizzazione. Il modello italiano ha fatto scuola in Europa, anche se non tutti i paesi hanno seguito la stessa strada. “In Europa ci troviamo di fronte ad un contesto variegato, nonostante Consiglio d’Europa e Commissione Europea abbiano per vent’anni raccomandato di seguire la strada intrapesa dall’Italia – ha spiegato Fioritti -. Regno Unito, Spagna, Portogallo e Grecia l’hanno fatto. Non sono invece andati nella stessa direzione i paesi dell’Europa centrale, tra cui Francia, Belgio e Germania, dove sono presenti ancora strutture che ospitano centinaia di pazienti. In gran parte dei paesi dell’est, invece, il processo di deistituzionalizzazione non è neanche cominciato”.

Cristiano Antognotti
L’ex ospedale psichiatrico di Volterra (Pisa) Cristiano Antognotti

“L’Italia – ha detto ancora Fioritti – punta sull’inclusione della persona con disturbi mentali in un contesto sociale. L’attività psichiatrica nel nostro paese ha un’impronta più piscosociale, mentre nel nord Europa ha un’impronta più clinica e terapeutica. E’ una differenza culturale forte. La Comunità Europea e l’Organizzazione mondiale della sanità hanno a più riprese sottolineato che il modello italiano è il più efficace, quello più rispettoso dei diritti umani e quello economicamente più sostenibile. Nonostante le prime indicazioni siano arrivate negli anni novanta, la maggior parte dei paesi centro-orientali ha mantenuto un’organizzazione basata sui grandi ospedali psichiatrici e, anzi, si è manifestata una tendenza alla reistituzionalizzazione. In Germania, per esempio, il numero di posti letto negli ospedali psichiatrici giudiziari è aumentato di circa 6-7 volte negli ultimi vent’anni, mentre in Italia sono stati chiusi e i pazienti autori di reato inseriti nella rete dei servizi territoriali”.

Nel 2015, secondo i dati più recenti forniti da Eurostat, sono stati 3,5 milioni i pazienti con problemi mentali dimessi dai paesi dell’Unione Europea. I posti letto per cure psichiatriche erano 367mila, pari al 14% dei posti letto disponibili. Tra il 2010 e il 2015 il numero è diminuito nella maggior parte degli Stati membri dell’UE, con le notevoli eccezioni di Germania e Romania (dove la crescita è stata relativamente rapida), nonché di Bulgaria, Polonia, Lettonia, Estonia e Slovenia (dove il tasso di variazione è stato più contenuto).

Eurostat
Posti letto per cure psichiatriche in Europa ogni 100mila abitanti Eurostat

Sorgente: Basaglia 1978-2018: i 40 anni della legge che ha liberato i ‘matti’ | Euronews

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