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Argentina, rialzo shock dei tassi al 40%. «Pronti a tutto per difendere il peso»

 

di Roberto Da Rin

Gli elogi dei leader mondiali al G-20 e l’inflazione alle stelle che genera l’angoscia della Banca centrale. Le riforme avviate e i tassi di interesse sopra il livello di guardia. La vittoria netta del presidente Mauricio Macri e le manifestazioni di piazza contro il carovita. È l’Argentina bellezza!

Il costo del denaro è salito ieri di 300 punti base, al 33,25%, un livello record che ancora una volta scompagina i modelli di riferimento macroeconomici e le ricette che – tutti concordano – in Argentina non funzionano mai. E oggi, con una mossa-shock, la Banca centrale ha addirittura portato il tasso di riferimento al 40% e promesso di usare ogni strumento per fermare l’inflazione e la svalutazione del peso. «L’autorità monetaria ha preso queste decisioni – afferma la Banca centrale di Buenos Aires – allo scopo di evitare comportamenti dirompenti nel mercato dei cambi e di garantire un processo di disinflazione ed è pronta ad agire ancora se necessario». Almeno per oggi la mossa ha risollevato il peso, risalito a 21,88 sul dollaro (+5%), complice anche l’annuncio del governo di voler ridurre l’obiettivo di deficit di bilancio dal 3,2 al 2,7 per cento.

Il Pil argentino del 2017 è cresciuto del 2,9% – un buon dato dopo il crollo (-1,8%) del 2016 e il nuovo corso dopo la stagione troppo lunga di Cristina Fernandez de Kirchner – pareva aver innescato un circolo virtuoso.

Eppure siamo sempre lì, in bilico tra un boom e un crack. Che succede stavolta? Pochi giorni fa è stata introdotta una tassa del 5% sulle rendite finanziarie e ciò ha generato una turbolenza sui mercati finanziari e un aumento del costo del denaro. Il peso, la moneta argentina, si è deprezzato ed è schizzato a quota 22 contro dollaro, al cambio ufficiale. «Basta poco per generare fluttazioni – spiega Enzo Farulla, economista, già Raymond James, esperto di America Latina – il mercato cambiario argentino non supera i 100milioni di dollari al giorno e le oscillazioni generano instabilità. Ma il Paese delle grandi opportunità ha la fisionomia di un sistema bloccato».

L’Argentina non trova la via della stabilità e di quel benessere diffuso che sarebbe a portata di mano: un Paese di 43 milioni di abitanti che potrebbe produrre cibo per 400milioni di persone, se ben governato tornerebbe ai fasti di cento anni fa, quando era uno dei Paesi più ricchi, il granaio del mondo. Invece no, come in un labirinto borgesiano perde la “visione” di un modello di sviluppo basato su reali e immense potenzialità.
Le due ossessioni, “el campo y el dolar”, l’agricoltura e il dollaro, sarebbero, in sé, dei vantaggi comparati di grande valore. Invece l’export di materie prime non lavorate e la sfiducia in se stessi, nella propria moneta, condannano il Paese a mantenere in vita corpose sacche di povertà, svuotando quella memorabile classe media argentina, un tempo modello per l’intera America Latina. Gli argentini, non è una metafora, trasformano i risparmi da pesos in dollari e li tengono sotto il materasso.

Una inflazione irriducibile
Il nodo gordiano, ancora una volta è l’inflazione. Superiore al 30%, irriducibile. Come i politici, gli imprenditori e i sindacati, ostinati nell’arroccarsi su posizioni inconciliabili: non trovano un accordo per sminare quella bomba a orologeria che è rappresentata dalla più iniqua delle tasse, la crescita dei prezzi. Che grava solo sui dipendenti a reddito fisso che non possono scaricare a valle il carovita.
Il sistema distributivo è forse l’esempio più eclatante di un modello disfunzionale: un oligopolio, costituito da tre big del settore, la francese Carrefour, la cilena Disco e l’Argentina Coto, determina prezzi senza che vi sia un reale stimolo alla concorrenza.

Il tessuto d’impresa
La ripartenza difficile, troppe volte mancata, potrebbe poggiare su uno sviluppo centrato sulla creazione di valore aggiunto dell’agrobusiness. Così la pensano molti economisti. L’export di soia, mais e carne condanna il Paese alla volatilità dei prezzi delle materie prime agricole. Insomma una… maledizione delle materie prime trascolorata dall’oro nero del petrolio all’oro verde della soia. Intanto sfuma un’altra volta la speranza che la svolta moderatamente liberista di Macri conduca a un cambio di passo. Senza che il peronismo, la balena bianca dell’immobilità, costituisca un’alternativa credibile. Sullo sfondo un tango di Carlos Gardel, “Mi Buenos Aires querido”.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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