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A-Rivista Anarchica -Prove di regime

di Renzo Sabatini
Con questo racconto si chiude un ciclo di dieci scritti sul fenomeno delle migrazioni e soprattutto dei migranti. Un racconto che raccoglie in sé tanti elementi già presenti nei contributi precedenti, che a loro volta erano il frutto della lunga esperienza umana e professionale di Renzo nel volontariato e nella cooperazione internazionale. E anche questo suo racconto, in definitiva, si mischia con i suoi reportage precedenti. Quasi a dire che tra realtà e incubi il confine è assai sottile.

È una tranquilla sera di fine inverno e non ci sono guerre all’orizzonte. L’esercito è impegnato in missioni dette umanitarie, ma lontano da qui e nel quartiere regna una calma apparente. Rari passanti camminano svelti lungo i marciapiedi sudici, resi scivolosi da una pioggia sottile e insistente. Li vedo passare rasente ai muri per evitare le pozze di luce dei lampioni; rincasano cercando di non attirare l’attenzione. Impiegati, operai, dipendenti dell’azienda dei trasporti urbani, che ha il deposito qui vicino. Spesso gli autisti dei tram tornano a casa a piedi.
Anche nel mio paese gli autisti rincasavano a piedi. Loro non avevano scelta, la macchina non se la potevano permettere e non c’erano autobus notturni. Camminavano al buio per chilometri, scendevano dalla collina di Kabenà e andavano verso Bole, Jemo o qualche altra periferia. Arrivavano nelle loro casette di fango e lamiera a notte alta e si rimettevano in cammino prima dell’alba. Coi figli non parlavano mai, li vedevano solo addormentati. Scarrozzando per la città diplomatici, funzionari delle nazioni unite e cooperanti delle organizzazioni umanitarie (come le guerre) a malapena riuscivano a tirare avanti. Quindici ore al giorno a portare i buoni in giro a visitare progetti, a partecipare a riunioni dove si parlava di sviluppo davanti a un té coi biscottini, poi a cena, nei ristoranti migliori della città, mentre loro restavano in macchina ad aspettare, e, se dovevano pisciare, andavano nello sterrato dietro al ristorante a cercare un posto appartato. Dopo riaccompagnavano i padroni alle loro case, nei quartieri buoni, portavano la macchina nei piazzali addormentati degli uffici ormai deserti e si avviavano verso casa, come gli autisti dei tram qui, nel mio quartiere.

Con disinvoltura e soddisfatto sadismo

Ieri sono tornati. Non la polizia ma quelli dei nuovo corpo speciale, creato apposta per noi. Persone normali, travestite da forze dell’ordine. Uno lo conosco anche, prima lavorava al mercato e alla sera, stanco, si vestiva da vigilante improvvisato e faceva le ronde assieme ad altri del quartiere, era il suo passatempo. Ora è diventato un compito ufficiale e lo svolge da esperto, con disinvoltura e soddisfatto sadismo. Non deve più alzarsi all’alba per andare a scaricare casse di frutta.
Quando giocavano a guardie e ladri si mettevano divise grige arrangiate, cucite a casa da mogli stufe e rassegnate; ora invece indossano uniformi ufficiali, verdi, eleganti, disegnate da un famoso stilista. Sopra la visiera ostentano un quadrifoglio, il distintivo del corpo. Qui dicono che sia un portafortuna. Certo non ne porta a noi, che quando li vediamo arrivare sulle loro automobili nuove preghiamo e imprechiamo a denti stretti.
Questo corpo speciale è stata un’altra idea di quel ministro con la faccia pulita e la voce sempre calma e ragionevole. Si diceva che fosse una brava persona, il nuovo che avanza, il volto pulito della politica. Sembrava che volesse solo mettere un po’ d’ordine, dare sicurezza alla gente, fare le cose che altri governi avevano promesso inutilmente per anni. Il suo partito aveva garantito riforme stellari se fosse andato al governo e lui le ha fatte davvero le riforme. Aveva tante idee e le ha tirate fuori un po’ alla volta, accompagnandole con battute brillanti, slogan simpatici e proclami fatti al momento giusto. La gente lo applaudiva, sicura di aver mandato in pensione la vecchia politica. Nel nuovo che avanza il peggiore è stato lui e l’iniziativa non gli è mancata: braccialetti per migranti e tossici, schedature per i rom, impronte digitali, telecamere nei parchi, divieto di sosta per barboni, cani addestrati negli aeroporti, ronde di quartiere, nuove frontiere per la legittima difesa, porto d’arma agli italiani con villa rilasciato senza tanti problemi, come in America. Vogliamo solo garantire il controllo del territorio, diceva. Gli italiani erano contenti, pensavano che sarebbe toccata solo agli stranieri e agli zingari, come li chiamano loro. Ma quelli poi ci hanno preso gusto e sono andati avanti a forza di leggi speciali, più poteri alla polizia, controlli sempre più generalizzati. Ecco perché adesso anche gli italiani rincasano camminando rasente ai muri e hanno paura.

Insegnavano l’arte della repressione

Ho esperienza di queste cose, è per questo che sono venuto via dal mio paese, anni fa. Ma lì, in un certo senso, tutto era più chiaro: finita l’ultima guerra il comandante è diventato capo del governo e li è rimasto. Da padre della patria a dittatore, una scena già vista mille volte e non solo in Africa. Da me tutto è controllato, parlar male del regime può costare caro e i giornalisti, quando non li trovano in qualche bosco già putrefatti, marciscono in prigione. Qualcuno ne ha approfittato per arricchirsi, gli altri devono tirare avanti. I governi dei paesi ricchi lo sanno, si capisce: russi, americani, europei, non fa differenza, tutti fanno buoni affari da noi.
Io lavoravo per gli italiani e non mi andava tanto male. All’epoca non capivo molto del loro modo di agire. Non mi capacitavo di certe cose, per esempio del fatto che, mentre il mio governo spendeva una fortuna per rafforzare l’esercito, loro si affannavano a costruire sanatori e centri di formazione agricola. Dopo ho saputo che il mio paese comprava anche armi italiane, che i loro militari facevano la formazione ai nostri. Insegnavano l’arte della repressione, casomai ci fosse stato bisogno.
Ma io non avevo a che fare coi militari, lavoravo coi civili. In città arrivavano medici, ingegneri, agronomi, sociologi: li chiamavano esperti, cooperanti, volontari. Si installavano nelle case signorili e avevano al loro servizio camerieri, giardinieri, autisti e guardiani. Io facevo il cuoco in una di queste ville e in genere i miei padroni non conoscevano nemmeno il mio nome. Passavo dall’uno all’altro, neanche fossi stato un accessorio della casa. L’ultimo si chiamava Marco ed era un tipo un po’ bizzarro, un trafficone. Si era persino fatto costruire un gazebo nel giardino, solo per potersi leggere il giornale all’ombra, mentre faceva colazione. Era simpatico, parlava molto anche con noi, aveva la pretesa di volerci spiegare la nostra storia. Diceva che gli italiani, al tempo della colonia, erano stati bravi, che avevano educato la gente del posto con durezza, certo, a forza di calci in culo, diceva proprio così, ma che non erano stati né razzisti, né altezzosi come gli inglesi, che se ne stanno sempre per conto loro. Perché alla fin fine gli uni e gli altri erano contadini.
Diceva queste cose e non si aspettava che gli dessimo torto, non si aspettava nemmeno una risposta, ma gli piaceva farsi quattro risate con noi e devo dire che, alla fine, mi ha dato una grossa mano. Nella vita l’aiuto viene da dove non te lo aspetti ed è sempre benedetto. Faccio parte di un gruppo etnico che non è nelle simpatie del governo e quando le cose sono diventate pericolose Marco si è interessato, mi ha fatto fare le carte giuste e sono diventato un rifugiato. Quel favore non l’ho mai scordato.
Da quando sono qui ho avuto a che fare con la polizia, neanche fossi un delinquente. Qui le carte si fanno in questura. All’inizio i poliziotti mi innervosivano. In genere erano scortesi, aggressivi, maleducati, ma ce n’erano anche di bravi, comprensivi. Ora che le cose sono cambiate mi mettono paura. Camminano per strada con la mitraglietta a tracolla, col dito che accarezza il grilletto. Qualcuno porta a spasso un sorriso beffardo, altri stanno zitti, lo sguardo rivolto a terra. Penso siano quelli stufi di fare i guardiani dei poveracci. Ma hanno famiglia, devono arrivare alla fine del mese e gli incentivi fanno comodo: a maltrattare la povera gente ora i poliziotti ci guadagnano un extra in busta paga. Un’altra idea del bravo ministro.

foto di Paolo Poce
Non ti danno nemmeno il tempo di spiegare

Qualche anno dopo la mia fuga, Marco è finito male. Si trovava in un altro paese, per il suo lavoro, ed è saltato in aria, coinvolto per errore in un attentato. Adesso in giro per il paese ci sono le targhe di marmo col suo nome, ma io sono sicuro che a lui non importasse fare l’eroe, era uno a cui piaceva vivere bene, mangiare, ridere. Ci ho sofferto e prego spesso per la sua anima.
Ieri però non pregavo per lui ma per me, perché sono tornati quelli col quadrifoglio e hanno fatto irruzione nel bar di Ahmed, dove ci incontriamo dopo il lavoro. I tipi con la divisa accompagnavano impiegati in borghese, con la camicia pulita e il computer portatile. Sono questi che ci spaventano di più. Chirurghi della repressione, indossano guanti di lattice, si siedono al tavolino e fanno il loro lavoro metodicamente, senza mostrare emozioni. Noi in fila davanti a loro, con le mani sudate; ci controllano i dati biometrici. È una selezione, per chi non la passa ci sono ad attenderlo una cella e un biglietto di sola andata. Solo ritorno, dovrei dire.
I selezionatori sono composti e spietati, indifferenti al nostro destino, come se davanti non avessero esseri umani. Anche noi che abbiamo le carte in regola non siamo mai certi di come andrà a finire. Basta un errore del lettore ottico, magari per via della mani sudate, o per un po’ di grasso rimasto appiccicato alle dita dopo il lavoro. Non lavoriamo coi guanti di lattice noi e le nostre mani sono spesso callose e sporche. In questi casi una lucetta rossa si accende, un allarme suona e ti ritrovi in un mare di guai. Non ti danno nemmeno il tempo di spiegare, mostrare i documenti. Basta poco per essere sbattuti in una di quelle prigioni che hanno allestito nelle vecchie caserme dismesse. Centri di Verifica Migranti, li chiamano ora. Inventano questi nomi tranquillizzanti, eufemismi buoni per l’ora del notiziario. Gli italiani digeriscono tutto senza protestare, hanno perso la memoria di quando il paese era una galera fascista.
In questo quartiere vengono un paio di volte al mese. Non c’è un motivo, noi non facciamo clamore, ce ne stiamo tranquilli, di giorno nei nostri negozietti, alla sera nel locale di Ahmed a raccontarci disgrazie e nostalgie. Ma loro vengono lo stesso, per tenerci sul chi vive, per renderci la vita dura. Ci siamo quasi abituati, non ci fa più tanto effetto. Una volta che è passata tiriamo un sospiro di sollievo e ricominciamo a chiacchierare, magari ridiamo anche.
Ma a volte le cose vanno male. Ieri c’era quel ragazzo, Martin, che ha un caratteraccio. Ha alzato la voce, ha cavato dalla tasca dei jeans la carta di identità e ha urlato: “Sono italiano”. È vero, Martin è figlio di una italiana e di un maliano. Sua madre la conosciamo, ogni tanto si affaccia a cercarlo. È una donna buffa ma cordiale. Martin è cresciuto qui, ma è sempre stato un po’ a disagio fra gli italiani, si sente diverso e per questo viene a passare qualche ora con noi: da Ahmed si sente a casa. Ieri uno con la divisa ha guardato il suo documento come fosse spazzatura, poi l’ha colpito forte al volto con la mano inguantata. Martin è stato colto di sorpresa, la faccia ha sbattuto sul muro e la parete s’è macchiata di rosso. “Per me gli italiani hanno la pelle bianca”, ha detto quello, glaciale. Il ragazzo non ha risposto e lo hanno portato via. Ahmed ha ripulito il muro pregando sottovoce, ma in quel punto c’è rimasto un alone rosato.

I primi a subire sono stati i rom

Tutto è cominciato come in un sogno ed è finita che la realtà è diventata un incubo. I primi a subire sono stati i rom. La polizia andava a prendere le impronte nelle scuole e faceva irruzione nei loro campi. Prima i bambini: “Per proteggerli”, diceva il ministro. La gente era soddisfatta. Li odiano i rom. Sono incomprensibili, a volte, gli italiani, più infastiditi dai bambini mendicanti che dai camorristi che vendono la droga ai loro figli. Qualcuno si è indignato, certo, una minoranza. C’è stata qualche manifestazione, qualcuno ha lanciato appelli all’Unione Europea, ma da Bruxelles hanno fatto sapere che si trattava di questioni interne, che non sarebbero intervenuti. Qualche politico ha lanciato i soliti appelli alla ragionevolezza, ma non è servito a nulla, quelli sono andati dritti per la loro strada, hanno schedato i rom, li hanno radunati, espulsi, chiusi in nuovi ghetti, controllati, spiati, umiliati. Poi si è capito che era anche un gran business: costruire campi, piazzare telecamere, assumere polizie private. Milioni di euro sottratti a scuole ed ospedali.
Dopo è venuto anche il nostro turno, si sapeva. Americani e inglesi sono rimasti tranquilli nei pub a sorseggiare le loro birre. Nessuno è andato a sindacare i loro permessi di soggiorno scaduti. Ma per noi dalla nazionalità sfortunata, le cose sono andate diversamente.
Gli italiani continuavano ad applaudire, senza capire che quando si comincia a schedare gente le prove di regime sono già in corso. Alcune dittature nascono nel sangue, altre si riversano nelle case dal tubo catodico, si insediano nel cervello assieme alle pubblicità dei detersivi, coi telegiornali senza notizie, con la paura che viene fatta scivolare sulle tavole da pranzo, giorno dopo giorno; con l’odio instillato goccia a goccia. Come una malattia senza sintomi che lentamente infetta tutta la società. Col bene della nazione come scusa ci si riempie la bocca di democrazia, si perseguitano le minoranze e si arriva a scatenare guerre tra poveri.
In tanti siamo rimasti perché abbiamo bisogno di lavorare, ma siamo come indiani nelle riserve, assediati dalle giubbe verdi e chi può cambia aria. Tanti filippini se ne sono andati, per loro c’è meno lavoro, con la crisi gli italiani tagliano sulla servitù.
Qualche mese fa se n’è andato anche Ali, il somalo. Proprio lui che ama così tanto l’Italia, che al suo paese ha studiato nelle scuole italiane, ha un accento impeccabile e conosce a menadito la storia di questa terra. Lui quando è sbarcato a Fiumicino, tanti anni fa, quasi era stupito che gli facessero tante storie per entrare, perché i somali colti di Mogadiscio si sentivano quasi come italiani cresciuti in esilio. Però dopo tanti anni anche lui non ce l’ha fatta più.
Era stufo di fare la fila in questura, con le figlie nate in Italia ma sempre straniere. Stufo di perdere il permesso di soggiorno ogni volta che un maledetto contratto terminava. Lavori sempre più precari, permessi sempre più brevi e un senso di ingiustizia che lo opprimeva dentro, lo smarrimento di chi si sente costretto a vivere da straniero nel proprio paese.
Un giorno Ali ha fatto i bagagli e se n’è andato con moglie e figlie dalla sorella che vive a Melbourne. Non avevano nemmeno più veri documenti, perché il loro paese non esiste più e i passaporti erano scaduti da quindici anni, ma li hanno fatti entrare lo stesso. Sembra così ironico essere cittadini di un paese che non esiste più. Eppure è partito e ora laggiù fa il professore e nessuno lo manda via. Eppure è lo stesso Ali che ci raccontava storie dell’Italia che gli italiani non conoscono più.
Mi scrive ogni tanto, mi racconta. Hanno fatto amicizia con una famiglia di emigrati italiani e si scambiano le nostalgie. A quanto pare Amina, la moglie, somala anche lei, li fa ridere col suo accento romano che contrasta con la pelle nerissima. Stanno bene, ma al fondo del cuore di Ali restano i rimpianti: queste erano strade amiche, le percorreva con emozione, ma un giorno si sono fatte straniere.

foto di Paolo Poce
Le pozzanghere specchiano solo la mia angoscia

Chissà se questi viali torneranno mai a risplendere per lui, per tutti. Per ora i lampioni mandano una luce fioca e le pozzanghere specchiano solo la mia angoscia. Magari avessi anch’io due soldi da parte e dei parenti in Australia o in qualche altro paese lontano. Prenderei il volo per davvero, saluterei tutti per sempre, senza nostalgia.
Invece per stasera lascio solo il bar di Ahmed, saluto gli amici e torno a casa di malavoglia, sotto la pioggia. Sono perso nei miei pensieri e neanche mi accorgo delle pozzanghere, degli schizzi d’acqua sporca che macchiano l’orlo dei pantaloni. Rari passanti scivolano rasente ai muri, percorrono veloci i marciapiedi sporchi. Qualche passo avanti a me un tranviere cammina verso casa a testa bassa. È una notte tranquilla di fine inverno e le guerre si combattono altrove. Nel quartiere regna una calma apparente.

Renzo Sabatini

Post Scriptum
Di un racconto si scrive in genere che ogni riferimento a persone esistenti o fatti realmente accaduti è del tutto casuale. In questo caso non è proprio così: nella cornice di un breve scritto di fantasia ho inserito persone reali e piccole storie vere.
Il protagonista è certamente un personaggio di fantasia: a lui il compito di esprimere il corso dei miei pensieri. Non mi sorprenderei se si venisse a sapere che certe sue inquietudini le abbiano, nella vita reale, anche molti migranti in carne ed ossa, ma non posso confermarlo.
Ma i suoi ricordi del paese di origine sono i miei: sono fatti di cui sono stato testimone, persone che ho conosciuto. Nel corso di alcuni viaggi di lavoro nel suo paese, ho avuto modo di venire a stretto contatto con la gente del posto ma anche con i cosiddetti “expats”, il personale espatriato delle organizzazioni internazionali, che ovunque nel mondo sembra costituire un mondo a parte, come estraniato dalla realtà che abita, pur avendo la pretesa di volerla modificare per il meglio. Ho conosciuto i loro camerieri, i guardiani, i cuochi e soprattutto gli autisti, costretti a interminabili giornate di lavoro da professionisti che si trovavano nel paese per “aiutare” ma davano il cattivo esempio.
È autentico Marco, vero il nome e vera la sua storia, finita male, da involontario eroe. Sono veri i fatti raccontati, tanto la costruzione del gazebo quanto le sue teorie sul colonialismo italiano, sui neri educati a forza di calci nel culo. Ma sono veri anche gli eventi che hanno portato il suo autista a trovare rifugio in Italia, grazie a quel datore di lavoro per molti versi irritante, ma anche umanissimo, che è si dato pena di usare, all’italiana, le sue conoscenze, per aiutare una persona perseguitata senza motivo, con un gesto di solidarietà a cui nessuno lo obbligava. Perciò ricordo con emozione quest’uomo con cui ho litigato per ore lungo una strada di campagna, nel cuore del Corno d’Africa e mi rammarico che questo sia il ricordo più nitido che porto di lui.
È reale Martin, figlio di una conoscente, anche se quello vero ha un nome diverso: un ragazzo italiano dalla pelle scura, che ha davvero un carattere difficile e si mette spesso nei guai con la polizia, che lo ferma e lo tratta con arroganza, presumendolo straniero, e lui non ci sta.
Infine, è vero anche Ali, il somalo, autentico anche il nome e vera la sua storia di migrazione da Mogadiscio, a Roma a Melbourne, dove ha cominciato con un umile impiego ma è presto diventato professore universitario. Un uomo colto e mite, con una moglie allegra e due figlie simpatiche, costretto ad abbandonare l’amatissima Italia, scoraggiato dai contratti co.co.co., spaventato dai permessi di soggiorno sempre in bilico, umiliato dalle file in Questura anche dopo tanti anni. Vera la storia della sua amicizia con migranti italiani: fra il somalo Ali e il lucano Nicola e fra le rispettive famiglie, nacque presto un’amicizia imprevista, che ruppe un muro di iniziale diffidenza. Nicola era cattolico, conservatore, tradizionalista, sospettoso di qualsiasi novità. La probabilità che nascesse l’amicizia con un somalo di religione islamica era quasi nulla. Ma sbocciò e Nicola, prima di lasciare questo mondo, consumato da una maledetta leucemia, ma fermamente convinto di andare nell’altro, al cospetto di Dio, ebbe tempo di ringraziarmi, proprio per avergli fatto conoscere Ali. Considerava quell’amicizia, che lo aveva costretto a rivedere molti suoi pregiudizi, una vera e propria benedizione. Magari succedesse più spesso, il mondo sarebbe certo diverso. Al ricordo di Nicola dedico questo piccolo scritto.
Un racconto per certi versi molto simile fu pubblicato nel 2006 su un quotidiano australiano. Anche allora descrivevo un ministro degli interni che, grazie alla sua simpatia, riusciva a far approvare leggi liberticide. All’epoca il personaggio era stato ispirato da un ministro vero. È accaduto nuovamente qui, dodici anni più tardi. Diverso è il partito di provenienza del mio “segreto” ispiratore. Il pericolo per tutti noi resta lo stesso.
La politica italiana non cessa di preoccuparmi e non cessano di stupirmi gli italiani, che continuano a credere a certi personaggi che si affacciano al teatrino della politica. Ma questo, forse, dimostra solo la mia incapacità di accettare la realtà: anche Mussolini veniva dal grande movimento socialista, incantò gli italiani, fu responsabile di persecuzioni, immani distruzioni e della morte di milioni di esseri umani. I documenti storici declassificati già negli anni novanta non lasciano alcun dubbio in merito. Eppure ancora oggi c’è in Italia chi sostiene che fosse una brava persona.

Sorgente: A-Rivista Anarchica

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