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Tutte le incognite dell’attacco Usa e gli attori della crisi in Siria

di Roberto Bongiorni

Al di là della retorica e delle minacce, a cui questa notte sono seguiti i fatti, il presidente americano Donald Trump è consapevole di un fatto: una risposta militare contro il regime di Damasco, per quanto massiccia sia, non smuoverà gli equilibri della guerra siriana.

Grazie al sostegno militare di Russia, Iran ed Hezbollah libanesi, il presidente siriano Bashar al-Assad questa lunga guerra l’ha ormai quasi vinta. Un raid dal cielo difficilmente riuscirà a rimuoverlo dal potere. Né permetterà di distruggere tutti gli arsenali chimici nascosti a cui ricorre da tempo per stanare i ribelli dalle zone calde, infliggendo drammatiche perdite tra civili innocenti.

LE FORZE IN CAMPO
Aree di controllo al 9 aprile 2018. (Fonte: Ihs conflict monitor, Institute for the study of war)

D’altronde fino a pochi giorni fa era lo stesso Trump a rendere nota la strategia americana in Siria: una volta sconfitto l’Isis inizierà il ritiro «sembra molto presto». Si tratta dei 2mila soldati americani dispiegati nelle regioni settentrionali della Siria controllate dai curdi, soprattutto a Manbij per assistere ed addestrare le Syrian Democratic Forces (Sda). Una coalizione multi-entnica la cui spina dorsale è formata dalle milizie curde (Ypg), che rappresentano l’80% degli effettivi.

La ragione per cui gli Stati Unti sono ancora presenti in Siria è dunque la guerra all’Isis. La quale sta fortunatamente volgendo al termine. Lo Stato islamico non è più uno Stato. Ha perduto il 94% del territorio e si è ridotto a una manipolo di cellule sparse presenti soprattutto in alcuni tratti della valle dell’Eufrate. Quando ha annunciato il possibile ritiro dei militari, Trump non ha fatto alcun accenno alle violenze contro i civili, né al regime di Assad, né ad un piano per stabilizzare il Medio Oriente. Davanti al presunto attacco con armi chimiche compiuto dal regime siriano domenica nella regione del Goutha (le vittime civili sono finora oltre 60), Trump ha fatto marcia indietro. La linea rossa è stata superata. Il fatto che abbia rinunciato al suo viaggio in Perù, dove era atteso per il vertice internazionale sulle Americhe, per concentrarsi sulla crisi siriana, suggerisce che abbia sciolto il dilemma se intervenire o meno, come confermato nelle ultime ore.

La disponibilità da parte del regime siriano a «cooperare con l’Opcw (l’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche, Ndr) per accertare la verità dietro alle accuse che alcuni paesi occidentali hanno fatto solo per giustificare le loro aggressive intenzioni» sembra solo l’estremo tentativo per evitare la rappresaglia americana. La Russia si appresta a presentare al Consiglio di Sicurezza una risoluzione per autorizzare la missione del team Opwc. A sua volta la riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, convocata ieri sera per votare su una risoluzione proposta dagli americani per autorizzare una nuova indagine sull’uso di armi chimiche in Siria, non cambierà le carte in tavola. Il veto delle due potenze paralizzerà ogni possibile decisione in merito al Palazzo di vetro.

Certo. Un raid militare massiccio non può che far piacere a due Paesi mediorientali preoccupati dall’andamento del conflitto: Arabia Saudita ed Israele. Il Governo israeliano ha anch’esso tracciato una linea rossa: nessuno spostamento di armi sofisticate agli Hezbollah libanesi, i suoi nemici. E nessuna base militare iraniana in Siria. Per sventare queste minacce l’esercito israeliano ha effettuato almeno cento raid in Siria. La presenza degli Usa in Siria è quindi vista da Israele come un deterrente ad un’ulteriore espansione iraniana. Se venissero ritirati, sarebbe un regalo per Teheran e una minaccia per Israele. Lo stesso vale per i sauditi.

C’è tuttavia un problema. L’assenza di una strategia militare americana precisa in Siria, e per tutta la regione, non fa altro che confondere i suoi alleati. Se gli Stati Uniti si limitassero a una sola rappresaglia militare si rischierebbe di rivedere quanto già accaduto un anno fa. Quando, tre giorni dopo un attacco con armi chimiche da parte del regime siriano (costato la vita ad 80 civili) Trump autorizzò una raid – rivelatosi solo simbolico – con missili cruise contro una base aerea. Poche settimane dopo il governo siriano annunciò che i danni erano stati riparati e gli aerei avevano ripreso a volare pochi gironi dopo il raid.

Questa volta la rappresaglia potrebbe essere più massiccia. Eppure l’opzione più efficace per cercare di spostare gli equilibri sarebbe una massiccia campagna militare, con molte truppe americane schierate sul terreno.

Anche Damasco, Mosca e Teheran sono consapevoli di un fatto: questa è l’ultima cosa che vuole Trump.

Sorgente: Il Sole 24 ORE

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